La beatitudine dello statista

Sulla beatificazione di Giovanni Paolo II ha già scritto, e bene, Franco Buffoni dalle colonne di Nazione Indiana, a cui rimando e di cui riporto uno stralcio molto significativo:

C’è un’immagine che più di tutte riassume il mio pensiero: quella di Giovanni Paolo II che avanza lentamente nei corridoi vaticani tenendo per mano Fidel Castro. I due più grandi omofobi della seconda metà del Novecento uniti nella loro contadina testardaggine contro quella sporcacciona sovrastruttura borghese che ai loro occhi era l’amore. Per un’altra persona. Dello stesso sesso.

Karol Józef Wojtyła – sarebbe ora di chiamare i papi col loro nome di battesimo e non con lo pseudonimo papalino, perché io non riconosco nessuna autorità morale a questi signori né tanto meno la legittimità della loro carica – mi è sempre sembrato uno spregiudicato statista, animato da una ragion di stato mascherata dietro lo scudo della “fede” che ha fatto, come giustamente dice Buffoni, molti morti e continua a fare molte vittime.

Ai miei amici gay e alle mie amiche lesbiche, devoti/e della sua figura, ricordo: se oggi ci accoltellano è anche grazie alla sua predicazione, omofoba e irrispettosa della nostra umanità. Le sue parole hanno armato le mani di chi ci ha picchiati. Questo è santo?

C’è un libro, Quando Dio entra in politica di Michele Martelli, che enuclea le malefatte del governo wojtiliano, con l’appoggio determinante del suo successore, l’attuale pontefice Ratzinger. Tra tante: l’appoggio alle peggiori dittature sudamericane, a cominciare da quella cilena, con cui si concordò la distruzione delle comunità cristiane di base, piccoli laboratori di libertà e di democrazia dentro regimi crudeli. Anche questo è in odore di santità? Per la chiesa cattolica, evidentemente, sì.

Un documento storico, il libro di Martelli, dal quale tutti i nostri media, anche quelli più “critici” prendono le distanze perché scomodo.

Ma se vogliamo creare una cultura realmente democratica, dobbiamo essere scomodi. Soprattutto a questi signori e ai loro sicari parlamentari – gli ultimi: Giovanardi e Buttiglione – che dietro quello “scudo religioso” vogliono trasformare l’Italia nell’equivalente europeo e cattolico dell’Iran.

E questo, fino a quando gli uomini di buona volontà avranno vita, non dovrà accadere.

Per cui da oggi lasciamo passare la “festa” di devoti e credenti, fedeli al trend del momento, vera e propria opera di maquillage mediatico dopo gli scandali sessuali – coperti anche da Wojtyła (che sia forse questa la ragione della sua santità?) – ma da domani rimettiamo i piedi per terra: un altro santo in paradiso serve a questi signori per rendere il mondo reale sempre più un inferno. Meminisse iuvabit.

Ma io approvo la missione in Libia.

Sono un non violento, anche se a volte mi incazzo e medito sterminio. Ma sono i deliri dell’indignazione. Ho sempre pensato che l’occidente invada alcuni territori, in nome della libertà e della democrazia, per ottenere potere e ricchezza. L’Iraq insegna. Adesso il Mediterraneo brucia e c’è la guerra, dietro casa mia. Siracusa è a pochi chilometri dalle coste libiche. Se davvero Gheddafi avesse delle armi, potrebbe essere colpita la mia città, assieme alla mia terra, e questo mi terrorizza.

Eppure stavolta io sono d’accordo con la missione internazionale.

Sono e sarò sempre contro la guerra. L’Italia, per altro, non dovrebbe mandare i suoi caccia a bombardare Tripoli, su questo non ho dubbi. Perché lo dice la nostra Costituzione.

Ma dall’altra parte non c’è un dittatore che è stato accusato, ingiustamente, di avere gas nervini. Dall’altra parte c’è un uomo che tutti abbiamo schifato quando, pochi mesi fa, qui a Roma, è venuto a farsi omaggiare come un satrapo.

Gheddafi spara sulla folla che chiede giustizia e libertà. Gli spara addosso con i missili, dagli aerei. Non so se avete visto i corpi bruciati, accatastati senza identità, vicini, dalle identità perdute per sempre.

La Libia sta cercando di darsi un futuro. La rivoluzione libica è una rivoluzione di popolo. Noi dovremmo sostenerla. E purtroppo, per sostenere i ribelli, occorre fermare la macchina da guerra del Colonnello. E un carro armato che sta per sparare si ferma solo in un modo.

L’Italia dovrebbe giocare su due fronti: quello dell’appoggio militare, con le sue basi, e quello del rilancio delle relazioni diplomatiche. Dovrebbe dire ai suoi alleati: noi non possiamo bombardare un altro paese, se non per legittima difesa. Ma possiamo aiutarvi a portare giustizia. Dovrebbe essere questo il senso della nostra partecipazione a quella che è l’ennesima missione di guerra, ma che dovrebbe essere improntata in modo nuovo.

Io penso questo.

Mi stupiscono gli strepiti di chi, da Gino Strada in poi, si trincera dietro affermazioni di principio sterili e fini a se stesse. Non credo che ci siano persone sane di mente a cui piaccia la guerra. Ma qui non si tratta di invadere un paese straniero. Si tratta di impedire a un criminale di uccidere ancora.

Non prendere una posizione, in nome dell’integralismo pacifista, significa approvare il lancio dei missili del regime di Tripoli su Misurata, Bengasi e le altre città in mano ai ribelli.
Significa essere dalla stessa parte di una orrenda Lega Nord che invece di guardare al dramma, pensa che verranno milioni di clandestini e che non avremo più petrolio.
Significa stare dalla parte di chi lascia che quei migranti che non raggiungono l’Italia muoiano nel deserto.

Non so come finirà la crisi libica, ma occorrerebbe farsi da subito delle domande su quale senso abbia appoggiare dittature sanguinarie, idolatrarle come ha fatto più volte Berlusconi proprio con Gheddafi – ennesima riprova che è inadatto a governare e che deve andarsene per sempre dalla vita politica del paese – perché come ha fatto notare giustamente Emma Bonino, a Che tempo che fa, queste prima o poi si sfaldano.

Speriamo, come dice Cristiana Alicata, che la missione duri poco e che faccia pochissimi danni. È l’unica cosa che, al momento, possiamo fare.

Siamo al centro del Mediterraneo, dovremmo creare una rete di popoli tra noi e il Maghreb, tra noi e l’Europa, in nome della pacifica convivenza. Cominciamo a non avallare la tirannide dei satrapi.