Le ali di Marco, alla conquista del mondo

Lo studio è piccolo. Alle pareti ci sono i cartonati per mettere le uova e le pagine degli albi maxi di Dylan Dog. Marcello Albanesi mi accoglie, ha lo sguardo un po’ alieno e una collana vistosa. Gli occhi buoni, come se avessero visto tante cose e nonostante tutto…

Mi segue da un po’, e la storia di Daniel lo ha scosso, profondamente. Mi ha chiesto se poteva leggere le cose che avevo scritto di lui, in studio. Mi ha pure invitato, appena gli ho detto che mi sarebbe piaciuto vedere Guazzone dal vivo. Mi confessa che è un po’ emozionato, forse anche a causa del ritardo degli ospiti, ma sapete com’è fatta Roma, soprattutto se dall’Aurelia devi arrivare a Tiburtina. Il caos, come il nome della radio in cui siamo – Radio Kaos Italy, per l’esattezza.

Pian piano arriva altra gente, alcune amiche di Marcello, gli assistenti alla regia. Atmosfera viva, si va in terrazza a fumare, Venere e Giove, allineati ma più distanti, sopra le nostre teste. Si beve del vino, l’aria è allegra e un po’ irriverente, come il titolo del programma, Sticazzi. Arrivano gli ospiti.

Marco Guazzone sfugge agli sguardi che lo accompagnano nei tre metri che lo separano dalla porta al microfono. Deve essere timido. Non è distratto, di certo. Di tanto in tanto si guarda in giro. Marcello comincia col silenzio, parla di Daniel e del suo martirio, mi cita, leggendo le mie parole. È stato in quel momento che i nostri sguardi si sono incontrati. Marco, ho pensato, è una persona che osserva attentamente le cose che gli accadono intorno. Lo puoi vedere già nel video di Guasto, proprio nella scena finale. Quando, dopo aver finito di cantare, cerca gli occhi del suo maestro d’orchestra, Stefano Costantini – il più giovane della storia di Sanremo – per sciogliersi in una gratitudine sorridente.

«Ammazza» esclama, dunque, durante la sigla «non ne sapevo niente di questa storia…» chiosa, ancora, sul ragazzo cileno, morto l’altro ieri dopo settimane di agonie.

La trasmissione segue il suo corso. Un po’ come la vita. Un po’ come al silenzio segue sempre un rumore, un suono, una pausa del niente che poi è vita stessa, come siamo noi tutti e tutte, a ben vedere, chiamati su questa terra per riempire i vuoti e i silenzi lasciati da altri.

Marco, insieme ai suoi amici, per riempire il suo spazio di mondo, ha scelto la musica e te lo dice con quella modestia che non è insufficienza di stima di sé, ma quel giusto equilibrio tra la grandezza delle proprie ali e l’infinitezza dell’orizzonte da esplorare. Non è un Icaro pronto a sfidare il sole, per rovinare il suo volo di cera. Le sue piume e le sue penne sono le note, gli accordi, le emozioni partorite dalla fisarmonica, la tromba e il contrabbasso.

Canta, poi, Marco. Guasto non la fa, non c’è il chitarrista. E un po’ mi dispiace, perché a me, quella canzone, smuove intere fette di vita. Ma interpreta Il principe Davide, splendida melodia a cavallo tra il folk e sonorità nordiche – «tutta colpa di Stefano!» dirà a Marcello, durante l’intervista – e poi le cover di Nada e di Celeste Gaia, con Carlo.

Il suo album, suo e della sua band, gli Stag, uscirà a metà aprile. In copertina c’è un cervo, che sembra un “incanto patronus”. L’atlante dei pensieri, è il titolo. Una mappa dell’anima, dodici pezzi, in italiano e in inglese, che lasciano preludere a una fusione perfetta, già dagli esordi, di una letterarietà dei testi e uno sperimentalismo musicale in cui si amalgamano gli strumenti della tradizione alle suggestioni del presente.

Lo abbiamo visto a Sanremo, d’altronde, con la frase di apertura del brano d’esordio: «in quanti pezzi dobbiamo dividerci prima di arrivare a non riconoscerci più?». Lo abbiamo potuto ascoltare con la morbida storia del Principe Davide. Lo puoi addirittura vedere quando Marco chiude gli occhi, mentre suona e canta, in quella fusione tra corpo e il suo “demone”. E poi, quando gli occhi li riapre, la luce di sempre, quella fresca, giovane, che ha il sapore di chi sta costruendo un progetto, un sogno. Pronto a spiegare ali già sufficientemente grandi per guadagnare l’orizzonte, senza voler sfidare nessuno, ma alla conquista del mondo.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Gli stessi ingredienti”

Le ultime dichiarazioni dei nostri politici (politicanti?) fanno da contraltare alla violenza che, quotidianamente, si manifesta contro il popolo GLBT.

Ieri Matthew Shepard, oggi Daniel Zamudio… lo stesso tragico copione, che si ripete.

Non è possibile non vedere il sottile filo rosso che lega, culturalmente, certe dichiarazioni, certi atti, specifiche violenze. Nessuno, ovviamente, vuol dire che personaggi quali Bindi, Giovanardi o D’Alema auspichino aggressioni e omicidi. Ma la subcultura di chi ci aggredisce è la stessa di chi vuole negare i nostri diritti.

Di questo si è parlato, oggi, su Gay’s Anatomy. E se vuoi, puoi dire come la pensi nell’apposita sezione dei commenti.

Gay cileno ucciso dai neonazisti. E da tutti voi che…

All’inizio, quando ho letto questa notizia, ho pensato che non c’erano molte parole da dire, di fronte all’orrore:

Il Cile è sotto choc per l’aggressione da parte di un gruppo neo-nazi a un giovane gay di 24 anni, Daniel Zamudio. Il ragazzo è stato rapito e torturato per oltre sei ore.
Si è visto staccare un orecchio e bruciare una gamba. Poi è stato picchiato a calci e pugni e sfregiato su tutto il corpo con pezzi di vetro che tracciavano delle svastiche.
Zamudio è in fin di vita. La sua aggressione è avvenuta agli inizi di marzo, ma la notizia è emersa solo ora, all’indomani della dichiarazione della morte celebrale del giovane, a opera dei medici dell’ospedale Posta Central di Santiago del Cile.
La famiglia ha deciso di non staccare i macchinari che lo tengono in vita e di aspettare la morte naturale, prevista nelle prossime 48 ore.
L’ospedale è diventato metà di pellegrinaggio di tantissime persone venute a manifestare la propria solidarietà. Intanto le indagini hanno portato all’arresto di tre ragazzi di un’età compresa tra i 19 ed i 26 anni.

Poi un pensiero si è sovrapposto al senso di smarrimento, all’evidenza della tragedia che di per sé dovrebbe dire tutto.

Adesso, in molti diranno che gli dispiace e che la violenza non è mai giustificata. Lo diranno dentro i palazzi del potere e lo diranno, seppur a bassa voce, all’ombra degli altari delle chiese. Persino la gente comune non riuscirà a riconoscersi in questo gesto assurdo e criminale.

Eppure.

Tutte le volte che dite che i gay sono malati, viziosi o pervertiti.
Tutte le volte che dite che non abbiamo il diritto a sposarci, ad amare, a crescere i nostri figli.
Tutte le volte che avete sentenziato che prima vengono cose più importanti, mai fatte.
Tutte le volte che scomodate la natura, il “come sempre è stato”, la Costituzione (senza neanche averla letta, magari).
Tutte le volte che di fronte alla realtà vi opponete con la Bibbia, il Levitico e Sodoma e Gomorra.
Tutte le volte che avete fatto finta di niente, di fronte a un insulto, o avete anche ridacchiato, per qualche battutina.

Tutte queste volte avete armato, senza saperlo, le loro mani. Quelle di chi poi, magari, un giorno, i gay li ammazza davvero. Questo c’è realmente da dire, di fronte a tale ferocia.