Matrimonio egualitario? La svolta post-sovietica di La Russa

La Russa propone leggi antigay nella Costituzione

L’Italia rischia di avere le sue prime leggi antigay. La notizia la danno sia il portale Gay.it, sia il blog Gayburg:

Ignazio La Russa ha presentato un progetto di legge costituzionale volto a modificare l’articolo 29 della Carta Fondamentale al fine di inserire un esplicito divieto divieto ai matrimoni gay. Il nuovo testo, infatti, prevederebbe che la famiglia si fondi «sul matrimonio contratto da persone di sesso diverso», che «l’adozione è consentita ai coniugi uniti in matrimonio» e che la legge possa stabilire «i vicendevoli diritti e doveri di coloro che, pur senza contrarre matrimonio, assumono l’impegno di convivere stabilmente».

A parte il fatto che si potrebbe sempre ricordare a Ignazio La Russa che il suo pensiero politico – a quanto pare non riesce a non essere fascista – è vietato dalla Costituzione che, se fosse stata applicata, lo vedrebbe nelle patrie galere già dagli anni sessanta, fuor di battuta c’è da registrare che questi loschi individui hanno gioco facile a proferir boiate simili grazie al contesto politico-culturale in cui ci ritroviamo attualmente.

Facendo il riassunto delle puntate precedenti, tale contesto è stato inaugurato dai DiCo, per cui è passata l’idea che gay e lesbiche debbano essere depositari/e di diritti inferiori rispetto a quelli delle persone eterosessuali. Sulla stessa falsariga troviamo sia la legge di quel campione di mediazione che è stato Scalfarotto – legge che sdogana l’omofobia, innalzandola a forma di libertà di pensiero – sia, ciliegina sulla torta, le civil partnership di Renzi – e successive evoluzioni – che riaffermano il dato culturale che le famiglie LGBT non debbano essere equiparate per legge alle famiglie eterosessuali già a cominciare dal nome matrimonio.

La filosofia è quella: per le persone LGBT deve vigere un sistema di (non) tutele a parte. Se non ci fosse un retroterra culturale per cui le famiglie formate da gay e lesbiche sono depositarie di diritti a metà nessuno si potrebbe permettere questo tipo di discorsi (così come non avviene per le altre minoranze, garantite costituzionalmente).

Giustamente La Russa cerca solo di dare dignità omofobo-istituzionale ad un processo inaugurato da altri prima di lui. Con ogni buona probabilità non se ne farà nulla, ma se può far ancora parlare di sé agitando argomenti migliori del peggior regime post-sovietico (nomen o men?) dobbiamo dire grazie anche a chi gli ha spianato la strada: un partito che di democratico ha solo il nome, come dimostrano le ultime cronache parlamentari sulle riforme.

Io e la mia ossessione

verso la democratura renziana?

verso la democratura renziana?

Curiosa la vita. Quando fino a non molto tempo fa i miei articoli erano rivolti contro il folle piano di Berlusconi e del suo partito di trasformare l’Italia nell’equivalente europeo di una repubblica ex-sovietica – una di quelle in stile Uzbekistan et similia per intenderci – le mie critiche venivano considerate come un atto di civismo (oltre che di cinismo). Adesso che me la prendo col Partito democratico per le stesse identiche ragioni, militanti e simpatizzanti mi accusano di nutrire una vera e propria ossessione.

Adesso, avrò sicuramente turbe psichiche sul fatto che questa classe dirigente, che io considero di miracolati/e – classe divenuta “intellighenzia” solo perché quella che l’ha preceduta non era nemmeno buona a dosare lo zucchero da mettere nella tazzina del caffè – sta demolendo la democrazia nel mio paese. E visto che ci vivo, qui in Italia, forse la cosa mi rode un po’.

Però intendiamoci su alcuni principi di base: avremo ben presto una camera sola, i cui eletti e le cui elette saranno nominati/e da un uomo solo, il quale si sceglie le persone con cui poi fare il bello e il cattivo tempo sul nostro futuro, la nostra vita e i nostri destini ultimi. Nessun contrappeso reale, nessun equilibrio di poteri. Il capo decide, il parlamento approva. Chi dissente, rischia di non esserci più. Se questo sistema che tanto piace a Renzi e al suo fan club fosse stato già operativo negli anni passati, avremmo Berlusconi come presidente della Repubblica con un sistema istituzionale, sociale e politico a dir poco agghiacciante. Qualcuno dovrebbe quindi spiegarmi perché mai sotto i governi di Forza Italia prima e del PdL poi questa prospettiva era il male assoluto e adesso, invece, sembra essere l’unica strada possibile.

Sempre questo gruppo dirigente – che si gloria di avere teste pensanti del rango di Debora Serracchiani (che ti dice serenamente che non si può votare secondo coscienza sulle riforme costituzionali), Ivan Scalfarotto (che insulta le associazioni LGBT che gli fanno notare che forse la sua legge è un attimo omofoba) o Maria Elena Boschi (o del nulla assoluto, ma con la giusta dose di arroganza), solo per citarne solo alcuni/e – sta approvando una legge elettorale che non ha uguali nel mondo civile e democratico, per cui larghe fasce di elettorato verranno tagliate dalla rappresentanza nelle istituzioni con soglie di sbarramento bielorusse. E di fronte a perplessità e obiezioni, che dovrebbero essere il sale della democrazia, sempre questa mediocre classe dirigente risponde con insulti e ricatti: si fa così, se vi piace e se non vi piace si fa sempre così. Questo è il sentire comune del nuovo corso del Pd.

Stiamo diventando un paese in cui l’opposizione viene retrocessa quotidianamente al rango di dissidenza. In cui se critichi un premier che al momento ha solo prodotto slogan e leggine di mero consumo elettorale – spacciate per redistribuzione del reddito – vieni bollato come menagramo, gufo, pessimista, massimalista, settario, fanatico, “comunista” e, per ultimo, come mentalmente poco equilibrato. Come un ossesso, appunto… ricordate quale regime ti faceva diventare malato di mente se non la pensavi come il leader?

In altri contesti civili, questa “ossessione” rientra in una fenomenologia ben definita: quella che fa capire la differenza tra chi ci tiene all’equilibrio democratico e chi, invece, ha un’idea della politica o come sistema di partito – per cui esso non è il mezzo, bensì il fine – o come atto di ossequio verso l’uomo nuovo e forte (e signore/i mie/i, stiamo parlando di Renzi, uno che a scuola verrebbe considerato uno sfigato mal vestito, non so se abbiamo l’esatta dimensione di chi è l’oggetto della vostra venerazione).

Insomma, a me fa male vedere che un gruppuscolo di persone mediocri sta trasformando il nostro paese in una democratura, in nome di un pragmatismo che sembra funzionale al mantenimento del potere politico e non al benessere della società. Ma se lo faccio notare, il problema a quanto pare è mio e della scarsa propensione del mio cervello di partorire pensieri sani. Poi, ok: democrazia, purtroppo, è anche accettare che la massa si lanci nel burrone dell’autoritarismo perché ritiene giusto che così debbano andare le cose. Ma siamo in un sistema democratico, appunto, anche se non si sa ancora per quanto tempo. Fino a quando la Costituzione non sarà considerata un definitivo e inutile orpello, e questa è la lettura di certi renziani rispetto alla nostra Carta fondamentale, sarà mio diritto agitare quel batacchio che avete attorno al collo per ricordarvi che a) c’è il precipizio, oltre quella lieta radura fatta di buone intenzioni e b) non siete pecore, anche se pare che vi piaccia questa nuova condizione di società ovina, che pare aver sostituito l’antico popolo bue.

E fino a quando sarà possibile dirlo, io dirò che a me questo Pd, questo premier e le persone di cui si circonda mi fanno orrore, a livello istituzionale e politico ovviamente. Proprio perché siamo in democrazia. Nonostante un partito il cui nome sta pervertendo il significato della cosa (leggetevi Orwell, a questo proposito). E nonostante voi che gli andate dietro, in buona sostanza.

Omosessualità a scuola? Si può, si deve

 

omosessualità a scuola? Si può

«Ah Matteo, quando imiti le mie movenze, lo fai perché pensi che il mio essere gay sia da insultare o solo da prendere in giro?» Seguì un silenzio imbarazzato. Il suo. Quello del mio studente (il nome è di pura fantasia) che, quando mi volto per i corridoi, e lui crede di non essere visto, fa mosse e mossettine in mia direzione, supportato dalle risate degli altri. Scena non nuova, a dire il vero. Quando ero io tra i banchi succedeva spesso. In età adulta mi fa sorridere, perché poi quando affronto la cosa quella spavalderia scompare. Rimane, appunto, l’imbarazzo di essere stati “sgamati” di fronte a qualcosa di cui poi, chissà perché, non si è fieri.

E allora, l’altro giorno, gli ho chiesto a cosa volesse alludere con quel modo di muovere le mani e di ancheggiare. Ne è seguito un piccolo dibattito sul senso della vergogna e della dignità. Gli ho detto che io non mi vergogno di essere ciò che sono – e cioè di essere gay – per il semplice fatto che mi reputo una persona rispettabile: vado a lavorare, pago le tasse, ascolto i loro problemi, cerco di stare vicino alle persone che amo. E così via. Un altro dei miei ragazzi mi ha guardato e mi ha detto «prof, lei fa bene!» e nei suoi occhi c’era molta comprensione e umanità. Penso di aver vinto, in quel momento. Per due buone ragioni.

La prima: rivangare il ricordo di un trauma è, di per sé, traumatico. Poi ok, siamo adulti e viviamo le cose con un certo distacco. Ma prima del distacco c’è quel momento in cui ti tremano la voce o i polsi. Poi lo superi. L’altro giorno ho agganciato la cosa con naturalezza. Nessuna crisi. Anzi, mi sono pure divertito. Insomma, sono diventato più forte, come sempre avviene quando chiami l’omofobia col suo nome e la depotenzi.

La seconda: con il mio esempio di vita ho agganciato uno dei miei studenti. Uno solo, forse (ma quest’anno lavoro in un contesto particolare, visto che ho adolescenti poco scolarizzati), ma nel suo sguardo c’era un moto di solidarietà, di vicinanza umana. Quando si troverà di fronte un’ingiustizia, lui avrà di nuovo quegli occhi. Queste cose le sai, anche se non puoi spiegarle.

Concludo, infine, con una riflessione più ampia. Tempo fa uno dei tanti “giuristi cattolici” – di quelli che chiudono un occhio sugli abusi che si fanno in chiesa sui/lle minori e poi magari denunciano insegnanti perché parlano di omosessualità in aula – mi disse che non potevo trattare certi temi con i miei allievi e le mie allieve se non avessi avuto prima il consenso delle famiglie. «Non puoi andare contro l’educazione dei genitori, che è tutelata dalla Costituzione.»

Ho cercato di fargli capire che insegnare il rispetto non è andare contro nessuno – oltre al fatto che la Costituzione tutela la libertà di insegnamento, per cui non è previsto che l’insegnante concordi gli argomenti delle sue lezioni – ma non ci voleva sentire. Di gay, lesbiche e trans in aula non si parla, punto. Un po’ come giocare a scacchi con un piccione: puoi mettere i pezzi a posto, ma quello te li rovescerà di continuo e ci cagherà sopra.

Chissà, secondo questo esimio crociato del diritto, come avrei dovuto comportarmi nel caso che ho raccontato. Chissà se avrei dovuto tacere, perché se di gay non si parla a maggior ragione un gay non dovrebbe parlare, giusto? O chissà se avrei dovuto toccare l’argomento trattando di un più generico rispetto, ma senza affrontare la cosa. Come andare dal medico e farsi prescrivere un farmaco a caso contro un malanno di cui non si è in grado di pronunciare il nome.

Il mio allievo, credo, è stato “educato” dai suoi familiari a non cogliere il rispetto per le minoranze. Ricordandogli cosa significa rispettare una persona per quello che è – e non a prescindere da quello che rappresenta – è un insegnamento superiore rispetto a quelli impartiti da famiglie distratte o, in alternativa, accecate da falsi miti educativi (uno tra tutti: Sodoma e Gomorra).

E si badi: lo avrei fatto anche se un musulmano mi avesse detto che una donna è inferiore o se il figlio di un fascista mi avesse detto che gli ebrei sono una “razza” da discriminare. Anche se nelle loro famiglie si impone questo tipo di idee. Perché creare divari di umanità tra persone non è “educazione”, è solo prerogativa comune tra persone orribili. E il compito della scuola è quello di creare senso di cittadinanza, non certo di fare in modo che certi squilibri permangano. Con buona pace dell’occasionale giurista cattolico troppo occupato a difendere i bambini e le bambine dai prof (anche gay) e lasciandoli in pasto al prete di turno, contro il quale mai nulla farà. Converrete.

La Russia bandirà i gay?

Putin e il patriarca russo

La chiesa ortodossa russa vuole proporre un referendum per bandire le relazioni omosessuali. In un paese ad elevato tasso di omofobia dove già vige una legge che vieta la libertà di associazione e di espressione per le persone LGBT.

A riprova che quando la religione nuoce alla democrazia, la libertà religiosa non è un valore.

La nostra cultura, democratica e occidentale, è molto chiara su questo punto. La “libertà” religiosa non è un valore assoluto, ma va sottoposto alle leggi vigenti. Se le leggi sono buone, cioè orientate al rispetto della comunità, minoranze incluse, si può essere liberi di praticare la fede che più piace. Se le leggi sono disumane, si crea questa commistione tra legge e un certo tipo credenze, le quali trascendono in dogmatismo, integralismo e fondamentalismo.

La storia dell’Europa è attraversata da una tensione che porta le società a liberarsi da questo tipo di giogo. Non a caso le società più libere (e liberali) sono quelle laiche, che pongono paletti costituzionali alle istanze della fede.

In parole più povere: puoi credere in Allah, in Gesù o in un feticcio precolombiano, ma non puoi infibulare le donne, pensare che siano inferiori agli uomini (o pensare che gay e lesbiche siano meno meritevoli di diritti rispetto agli eterosessuali) o praticare sacrifici umani.

Per tale motivo alla libertà religiosa, che è un “falso valore” poiché inapplicabile, preferisco la verità della ragione che è l’essenza della democrazia.  Lo capissero anche in Russia, forse farebbero un passo in avanti verso il concetto di civiltà. Perché dopo zarismo, stalinismo e l’era di Putin stanno veramente messi male, all’ombra degli Urali.

Affidamento ai gay: Giovanardi ignora la Costituzione

Carlo Giovanardi, contrario all’affidamento a una coppia gay

Scrive l’immancabile Giovanardi:

«Il Garante per l’infanzia non può permettersi di affermare falsamente che la legge italiana sull’affido permette l’affidamento di bambini alle coppie omosessuali. Infatti nell’incredibile decisione del tribunale dei minorenni di Bologna, i giudici si sono dovuti inventare che la bimba di tre anni è stata data in affido a due single, a prescindere dal loro rapporto di coppia. Quanto poi al suggerimento del Garante sulla necessità di aprire un dibattito per permettere alle coppie gay di adottare bambini, lasci operare il Parlamento e si limiti a rispettare, come è suo dovere, i principi della nostra costituzione e delle nostre leggi a tutela dell’infanzia.»

Giusto per essere chiari fino in fondo:

1. i giudici non possono riconoscere lo status di “coppia” alla famiglia di omosessuali che ha ottenuto l’affido in quanto la normativa vigente non ha ancora legiferato in materia. Per cui non si sono inventati niente, hanno semplicemente preso atto dello status quo e hanno operato di conseguenza;

2. è facoltà del Garante dell’Infanzia, in quanto cittadino italiano, di poter esprimere un parere su cosa il Parlamento dovrebbe fare, coerentemente con quanto già dichiarato in passato dall’Europa circa i diritti delle famiglie di gay e di lesbiche, ovvero che lo Stato italiano deve provvedere, e alla svelta, per tutelare queste realizzazioni familiari. Principio ribadito dalla Corte Costituzionale nella sentenza del 2010.

L’ansia omofobica di Giovanardi – già DC, già UdC, già PdL, già Nuovo Centro-Destra – gli fa perdere il senno, evidentemente, e gli fa dimenticare che siamo in un paese democratico dove il diritto di parola e di pensiero è un caposaldo dei principi della libertà di uno stato democratico.

In tal senso, è evocativo il fatto che nella nota ufficiale dell’esponente cattolico la parola “costituzione” è scritta in minuscolo.

Corte Suprema USA: matrimonio diritto per tutti/e

Cade l’ultimo tabù: il matrimonio non è, non può e non deve essere riservato solo alle coppie eterosessuali. Bastava leggere la Carta dei diritti umani per capirlo. E negli USA ci sono arrivati prima di noi, dove la Corte Suprema ha abolito il Doma, legge voluta dall’allora presidente Clinton che riservava le nozze solo alle coppie formate da persone di sesso opposto.

La situazione adesso nel mondo è la seguente:

1. Paesi che hanno istituito il matrimonio egualitario

 

2. Paesi che hanno istituito le unioni civili

Da oggi gli Stati Uniti sono un po’ più verdi. L’Italia rimane sempre nella zona grigia. Speriamo che le cose cambino e in fretta anche da noi. Ma per sperare bene occorre lavorar bene! Magari lasciando perdere leggine insulse alla Galan o alla Bindi – entrambe indistintamente bene accolte da certa politica – e ispirandosi al principio di eguaglianza garantito dalla Costituzione si può arrivare alla piena equiparazione.

Per oggi si festeggia, anche se il party è oltre oceano. Domani si ricomincia da qui.

Sugli F35: tra ragione e visione

Sulla questione F35 non si tratta di essere pacifisti, ma di usare la ragione. Abbiamo un rischio effettivo di invasioni straniere? No. Abbiamo armamenti? Sì. Abbiamo anche la crisi e questa è reale. E l’ultima cosa che ci serve sono soldi pubblici da buttare via in armi che useremo per fare guerre decise da altri.

Qualcuno dirà pure che l’Italia è effettivamente in guerra. Medio Oriente, Sudan, ecc. Luoghi dove si usano le armi, per intenderci. E per proteggere i nostri militari, occorre dotarli di armamenti all’avanguardia.

Triste e drammatico che a riprodurre tale pensiero siano persone di vent’anni. Laddove dovrebbe esserci il coraggio di una nuova visione della vita abbiamo l’appiattimento ideologico al lato peggiore dell’occidentalismo, di cui per altro questa crisi è figlia. Poi magari gli stessi si lamentano che le loro vite siano miserrime, per poi alimentare le stesse cause che rendono tali le loro esistenze. Ma al di là di questo, vorrei centrare il punto su un’altra questione.

Se l’Italia è effettivamente in una situazione di guerra non dichiarata, essa contraddice la sua Costituzione. Questo aspetto non è un capriccio sui principi, ma una delle tante ragioni per cui poi abbiamo il berlusconismo al potere da vent’anni e la disattenzione sui diritti delle minoranze. Se facciamo cadere un pilastro alla volta, se deroghiamo sempre, poi è normale che l’edificio del diritto nel nostro paese crolli sul suo peso.

Al di là dell’idealismo, andiamo sul pratico. Le missioni “di pace”? Dovrebbero essere rivalutate nell’ottica di un reale interesse del paese. Fino a ora, per fare questioni di lana caprina e pure per essere un po’ stronzi, l’occupazione dei paesi strategicamente importanti per l’approvvigionamento energetico ha portato diverse decine di morti tra i militari e gas e benzina alle stelle. Insomma, il bilancio attuale è che abbiamo mandato a morire decine di esseri umani per pagare il doppio il petrolio. E per fare questo, spendiamo un sacco di denaro, per di più. Paghiamo per pagare di più e per vedere morire. Per qualcuno questa sarebbe “grandeur”. Contenti loro…

Evito di cadere sul politicamente corretto delle energie rinnovabili, che taluni vedono come argomentazioni di sediziosi comunisti e che nella Francia di Sarkozy e della Germania di Merkel hanno rappresentato o rappresentano ancora una voce importante della produzione energetica. Insomma, dobbiamo decidere se fare le cose come ce lo chiede l’Europa, se scodinzolare rispetto agli USA oppure se operare come sempre all’italiana. I modelli culturali ci sono tutti. Poi si decide se seguire il padrone di turno oppure se darsi, per la prima volta nella nostra storia, un’identità nazionale basata sul rispetto dell’umanità e sul progresso.

25 aprile: facciamo la revisione all’antifascismo e alla democrazia

Oggi, 25 aprile. Credo fermamente che occorra fare una bella revisione al concetto di antifascismo e a quello di democrazia. E del valore che assume questa data di fronte alla società nella sua interezza e tra suoi settori particolari.

Mi spiego meglio.

Temo che una certa cultura, sicuramente di sinistra, forse un po’ troppo “vintage”, di certo marginale, ne abbia fatto un vessillo esclusivo. Il mondo è diviso in due: antifastisti e fascisti. E, va da sé, l’antifascismo è uno solo: il loro. Il quale si tinge di vetero, neo o post-comunismo, a seconda della frangia di questa galassia da centro sociale. Il quale sposa, sic et simpliciter, le ragioni di un anarchismo velleitario. Che si manifesta con il disprezzo delle istituzioni democratiche – personalmente mi è stato detto, da un luminare di questo pensiero, che poiché io insegno in una scuola sono complice di un sistema che, poiché capitalista, è fascista – e che riduce la “militanza” antifascista a mera contrapposizione coi gruppuscoli di destra, estrema e delinquente, con cui fare a botte.

Dall’altra parte, c’è l’anti-antifascismo. Quello alla Gasparri e alla La Russa. E basta solo questo per comprenderne il grigiore intellettuale, la farraginosità ideologica, della sua idiozia concettuale.

In mezzo, poi, tolte le dovute eccezioni, il mare magnum di una mediocrità acritica e passiva.

Entrambe quelle visioni hanno un limite nostalgico: sono ferme al 1945. Mentre siamo nel 2013. Piaccia o meno, non ci sono più le truppe tedesche pronte a invaderci, non ci sono i campi di sterminio, non ci sono le montagne su cui rifugiarsi per sparare ai fasci brutti e cattivi. Quella è la storia e quella va studiata, ricordata, va ricondotta quella memoria nel giusto senso dell’orrore e nell’auspicio, politico e sociale, della sua irripetibilità.

Oggi abbiamo una Costituzione e delle istituzioni democratiche costantemente tradite da chi si fa tutore della morale istituzionale. E magari il prurito della tutela delle garanzie costituzionali viene fuori solo quando occorre impedire alle coppie gay e lesbiche di poter accedere al matrimonio. “La Costituzione lo vieta”, recitano i vari Giovanardi, Casini, Buttiglione, Bindi, ecc.

La lotta partigiana e la Resistenza sono simboli importanti e irrinunciabili. Occorre ricordare che se esiste la democrazia, lo dobbiamo ai partigiani e alle partigiane di orientamento comunista, socialista, conservatole, cattolico. E questo è inconfutabile. In questa verità si dovrebbe trovare l’unità nazionale attorno il 25 aprile.

Quelle lotte ci hanno regalato un futuro con un nome ben specifico: Costituzione della Repubblica. La difesa di questa è il vero, unico, solo antifascismo che possiamo portare avanti adesso. Il 25 aprile ha senso se nei restanti giorni dell’anno difendiamo le istituzioni – polizia inclusa, cari amici compagni con la K – pretendendo che esse siano davvero democratiche. E saranno davvero così se tutti e tutte noi partecipiamo alla loro costruzione. Superando l’avvitamento nella memoria fine a se stesso e la mitizzazione del fatto storico come dogma fideistico. Perché il futuro immaginato dalla Resistenza prima, e dai/lle padri/madri costituenti poi, sia il nostro presente.

Cassazione e coppie gay: un piccolo trionfo

Cerchiamo di dire le cose come stanno. La Cassazione non ha affatto aperto alle adozioni per le coppie gay e lesbiche. Il discorso semmai è un altro: non esistono prove che un bambino, cresciuto in una coppia omogenitoriale, venga su male o peggio rispetto a una coppia eterosessuale. Sostenere il contrario, quindi, è puro e semplice pregiudizio.

La Corte, ieri, ha semplicemente espresso questo principio. Non è il raggiungimento di un obiettivo legislativo, siamo d’accordo. Eppure è una sentenza estremamente positiva. Per almeno tre buone ragioni.

1. Ribadisce la sentenza 138 del 2010, ovvero che il riconoscimento delle coppie di fatto, soprattutto quelle omosessuali, non collide con la Costituzione. Il pronunciamento di ieri ha bocciato il ricorso di un padre che chiedeva l’affidamento del figlio perché la madre ed ex compagna è andata a vivere con una donna. L’uomo ha cercato di far valere proprio l’articolo 29 della Costituzione. Il ricorso è stato rigettato con la motivazione che non è  «…dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale». I giudici, quindi, prendono atto delle trasformazioni sociali del nostro paese e ridefiniscono il concetto di “famiglia”, aprendolo alle coppie gay e lesbiche.

2. La Cassazione fa presente che non esistono studi scientifici – anzi, aggiungo io, l’APA, l’Associazione di Psichiatria Americana dimostra proprio il contrario – che dimostrino l’incapacità delle coppie omogenitoriali di essere meno idonee alla crescita e all’allevamento dei bambini. Che ne pensino Giovanardi, il Moige, Gasparri, la CEI e qualsiasi altra scheggia impazzita di medio evo, la verità è un’altra. E cioè: un bambino, per crescere bene, ha bisogno di amore, affetto e rispetto.

3. La sentenza pone di nuovo al centro dell’agenda politica la questione omosessuale italiana, partendo proprio dai diritti relativi alla genitorialità. E lì cadranno molte maschere, da Bersani e Vendola in giù. Alcuni esponenti parlamentari hanno addirittura lamentato un’invasione di campo da parte dei giudici. Siamo alle solite fanfare del berlusconismo. E il problema in questo paese non sono i giudici che rendono giustizia, ma la politica che non fa il suo lavoro.

La sentenza di ieri, in altre parole, ha messo ha nudo ben due realtà e ovvero: la società italiana è molto più moderna della classe politica che pretende di rappresentarla, da una parte; dall’altra, i nostri partiti – almeno quelli di centro-sinistra – dovrebbero scegliere da che parte stare. Se dalla parte di Gasparri e del Moige o dalla parte di chi fa di tutto per crescere bene i propri figli, nel segno dell’amore, dell’affetto e del rispetto.

Parole chiave: donne, gay, Tunisia, matrimonio

Forse non tutti/e lo sanno, ma in Tunisia, al momento, è in atto una vera rivoluzione. E non di tipo “libico” o “siriano”, bensì pacifica: al femminile. Dopo il crollo del regime di un anno e mezzo fa, si sono insediate nell’assemblea costituente due principali  fazioni contrapposte: liberali e islamisti. I primi sono laici, i secondi rappresenterebbero la versione locale dei nostri partiti di matrice cattolica.

L’assemblea sta scrivendo una nuova costituzione e il partito islamico ha provato a cancellare la parità effettiva tra uomini e donne. Indovinate come? Sostituendo, nei testi fondamentali, alla parola uguaglianza un’altra: complementarità. Le donne tunisine, ma anche l’opinione pubblica ad esse solidale – e cioè, quella parte di popolo vicina al significato reale del termine democrazia - sono insorte e adesso il partito islamico, Ennhada, sta facendo marcia indietro.

Il partito Ennhada ha provato a giustificarsi adducendo scuse quali: il concetto di uguaglianza era comunque ribadito altrove, il termine “complementarità” andava inteso come sinonimo, ecc.

Aiutiamoci col dizionario e vediamo cosa ci dice in merito: è complementare ciò “che si aggiunge a qlco. completandolo, anche se non è necessario”. Per i fratelli mussulmani, insomma, le donne rappresenterebbero un accessorio della democrazia. Per fortuna la società civile tunisina è di gran lunga migliore rispetto a quel partito e questo dovrebbe far riflettere molti islamofobi, tra le altre cose, e molti fan della superiorità dell’occidente.

Qui mi limiterò a suggerire un’altra chiave di lettura, che lega la questione terminologica del paese africano a una nostra querelle lessicale, quella che oppone la parola matrimonio al riconoscimento dei diritti delle coppie di gay e lesbiche.

Ovviamente le due situazioni sono molto diverse: in Tunisia si esce da una dittatura durata decenni, qui siamo in una democrazia malata, ma pur sempre dentro una democrazia.

Eppure gli elementi in comune stanno nella presenza di partiti confessionali che, in nome di una fede, e in questo cattolici e islamici sembrerebbero uguali, dettano condizioni di disuguaglianza spacciandole per politica.

Sento dire dai nostri parlamentari: i diritti sì, il matrimonio no. La famiglia è una sola, per la democrazia le coppie di fatto possono anche none sistere (Giovanardi & Co) oppure avere diritti ridotti, limitati, non riconosciuti dentro il concetto di coppia (Bindi e affiliati).

Esattamente come per i fratelli musulmani con le donne, noi gay e lesbiche, ma anche gli eterosessuali in situazione di coppie di fatto, possiamo, al massimo, puntare all’essere complementari alla famiglia tradizionale. Cioè, possiamo sperare, se tutto va bene, di essere accessori, non previsti, addirittura superflui. E se qualcosa dovesse arrivare, sarebbe per gentile concessione dei nostri fratelli cattolici.

Credo che le donne tunisine ci abbiano dato un esempio degno della migliore civiltà libertaria. Sta a noi, adesso, non arretrare sull’irrilevanza delle questioni lessicali. Le parole creano e descrivono il mondo. Se non le usiamo tutte, creeremo un mondo limitato, più stretto, dove ci sarà sempre meno spazio per qualcuno7a di noi. In Tunisia lo hanno capito dopo una lunghissima dittatura. Noi, in democrazia, non siamo ancora in grado di pretenderlo, è il caso di dirlo, a chiare lettere.