La Russia bandirà i gay?

Putin e il patriarca russo

La chiesa ortodossa russa vuole proporre un referendum per bandire le relazioni omosessuali. In un paese ad elevato tasso di omofobia dove già vige una legge che vieta la libertà di associazione e di espressione per le persone LGBT.

A riprova che quando la religione nuoce alla democrazia, la libertà religiosa non è un valore.

La nostra cultura, democratica e occidentale, è molto chiara su questo punto. La “libertà” religiosa non è un valore assoluto, ma va sottoposto alle leggi vigenti. Se le leggi sono buone, cioè orientate al rispetto della comunità, minoranze incluse, si può essere liberi di praticare la fede che più piace. Se le leggi sono disumane, si crea questa commistione tra legge e un certo tipo credenze, le quali trascendono in dogmatismo, integralismo e fondamentalismo.

La storia dell’Europa è attraversata da una tensione che porta le società a liberarsi da questo tipo di giogo. Non a caso le società più libere (e liberali) sono quelle laiche, che pongono paletti costituzionali alle istanze della fede.

In parole più povere: puoi credere in Allah, in Gesù o in un feticcio precolombiano, ma non puoi infibulare le donne, pensare che siano inferiori agli uomini (o pensare che gay e lesbiche siano meno meritevoli di diritti rispetto agli eterosessuali) o praticare sacrifici umani.

Per tale motivo alla libertà religiosa, che è un “falso valore” poiché inapplicabile, preferisco la verità della ragione che è l’essenza della democrazia.  Lo capissero anche in Russia, forse farebbero un passo in avanti verso il concetto di civiltà. Perché dopo zarismo, stalinismo e l’era di Putin stanno veramente messi male, all’ombra degli Urali.

Affidamento ai gay: Giovanardi ignora la Costituzione

Carlo Giovanardi, contrario all’affidamento a una coppia gay

Scrive l’immancabile Giovanardi:

«Il Garante per l’infanzia non può permettersi di affermare falsamente che la legge italiana sull’affido permette l’affidamento di bambini alle coppie omosessuali. Infatti nell’incredibile decisione del tribunale dei minorenni di Bologna, i giudici si sono dovuti inventare che la bimba di tre anni è stata data in affido a due single, a prescindere dal loro rapporto di coppia. Quanto poi al suggerimento del Garante sulla necessità di aprire un dibattito per permettere alle coppie gay di adottare bambini, lasci operare il Parlamento e si limiti a rispettare, come è suo dovere, i principi della nostra costituzione e delle nostre leggi a tutela dell’infanzia.»

Giusto per essere chiari fino in fondo:

1. i giudici non possono riconoscere lo status di “coppia” alla famiglia di omosessuali che ha ottenuto l’affido in quanto la normativa vigente non ha ancora legiferato in materia. Per cui non si sono inventati niente, hanno semplicemente preso atto dello status quo e hanno operato di conseguenza;

2. è facoltà del Garante dell’Infanzia, in quanto cittadino italiano, di poter esprimere un parere su cosa il Parlamento dovrebbe fare, coerentemente con quanto già dichiarato in passato dall’Europa circa i diritti delle famiglie di gay e di lesbiche, ovvero che lo Stato italiano deve provvedere, e alla svelta, per tutelare queste realizzazioni familiari. Principio ribadito dalla Corte Costituzionale nella sentenza del 2010.

L’ansia omofobica di Giovanardi – già DC, già UdC, già PdL, già Nuovo Centro-Destra – gli fa perdere il senno, evidentemente, e gli fa dimenticare che siamo in un paese democratico dove il diritto di parola e di pensiero è un caposaldo dei principi della libertà di uno stato democratico.

In tal senso, è evocativo il fatto che nella nota ufficiale dell’esponente cattolico la parola “costituzione” è scritta in minuscolo.

Corte Suprema USA: matrimonio diritto per tutti/e

Cade l’ultimo tabù: il matrimonio non è, non può e non deve essere riservato solo alle coppie eterosessuali. Bastava leggere la Carta dei diritti umani per capirlo. E negli USA ci sono arrivati prima di noi, dove la Corte Suprema ha abolito il Doma, legge voluta dall’allora presidente Clinton che riservava le nozze solo alle coppie formate da persone di sesso opposto.

La situazione adesso nel mondo è la seguente:

1. Paesi che hanno istituito il matrimonio egualitario

 

2. Paesi che hanno istituito le unioni civili

Da oggi gli Stati Uniti sono un po’ più verdi. L’Italia rimane sempre nella zona grigia. Speriamo che le cose cambino e in fretta anche da noi. Ma per sperare bene occorre lavorar bene! Magari lasciando perdere leggine insulse alla Galan o alla Bindi – entrambe indistintamente bene accolte da certa politica – e ispirandosi al principio di eguaglianza garantito dalla Costituzione si può arrivare alla piena equiparazione.

Per oggi si festeggia, anche se il party è oltre oceano. Domani si ricomincia da qui.

Sugli F35: tra ragione e visione

Sulla questione F35 non si tratta di essere pacifisti, ma di usare la ragione. Abbiamo un rischio effettivo di invasioni straniere? No. Abbiamo armamenti? Sì. Abbiamo anche la crisi e questa è reale. E l’ultima cosa che ci serve sono soldi pubblici da buttare via in armi che useremo per fare guerre decise da altri.

Qualcuno dirà pure che l’Italia è effettivamente in guerra. Medio Oriente, Sudan, ecc. Luoghi dove si usano le armi, per intenderci. E per proteggere i nostri militari, occorre dotarli di armamenti all’avanguardia.

Triste e drammatico che a riprodurre tale pensiero siano persone di vent’anni. Laddove dovrebbe esserci il coraggio di una nuova visione della vita abbiamo l’appiattimento ideologico al lato peggiore dell’occidentalismo, di cui per altro questa crisi è figlia. Poi magari gli stessi si lamentano che le loro vite siano miserrime, per poi alimentare le stesse cause che rendono tali le loro esistenze. Ma al di là di questo, vorrei centrare il punto su un’altra questione.

Se l’Italia è effettivamente in una situazione di guerra non dichiarata, essa contraddice la sua Costituzione. Questo aspetto non è un capriccio sui principi, ma una delle tante ragioni per cui poi abbiamo il berlusconismo al potere da vent’anni e la disattenzione sui diritti delle minoranze. Se facciamo cadere un pilastro alla volta, se deroghiamo sempre, poi è normale che l’edificio del diritto nel nostro paese crolli sul suo peso.

Al di là dell’idealismo, andiamo sul pratico. Le missioni “di pace”? Dovrebbero essere rivalutate nell’ottica di un reale interesse del paese. Fino a ora, per fare questioni di lana caprina e pure per essere un po’ stronzi, l’occupazione dei paesi strategicamente importanti per l’approvvigionamento energetico ha portato diverse decine di morti tra i militari e gas e benzina alle stelle. Insomma, il bilancio attuale è che abbiamo mandato a morire decine di esseri umani per pagare il doppio il petrolio. E per fare questo, spendiamo un sacco di denaro, per di più. Paghiamo per pagare di più e per vedere morire. Per qualcuno questa sarebbe “grandeur”. Contenti loro…

Evito di cadere sul politicamente corretto delle energie rinnovabili, che taluni vedono come argomentazioni di sediziosi comunisti e che nella Francia di Sarkozy e della Germania di Merkel hanno rappresentato o rappresentano ancora una voce importante della produzione energetica. Insomma, dobbiamo decidere se fare le cose come ce lo chiede l’Europa, se scodinzolare rispetto agli USA oppure se operare come sempre all’italiana. I modelli culturali ci sono tutti. Poi si decide se seguire il padrone di turno oppure se darsi, per la prima volta nella nostra storia, un’identità nazionale basata sul rispetto dell’umanità e sul progresso.

25 aprile: facciamo la revisione all’antifascismo e alla democrazia

Oggi, 25 aprile. Credo fermamente che occorra fare una bella revisione al concetto di antifascismo e a quello di democrazia. E del valore che assume questa data di fronte alla società nella sua interezza e tra suoi settori particolari.

Mi spiego meglio.

Temo che una certa cultura, sicuramente di sinistra, forse un po’ troppo “vintage”, di certo marginale, ne abbia fatto un vessillo esclusivo. Il mondo è diviso in due: antifastisti e fascisti. E, va da sé, l’antifascismo è uno solo: il loro. Il quale si tinge di vetero, neo o post-comunismo, a seconda della frangia di questa galassia da centro sociale. Il quale sposa, sic et simpliciter, le ragioni di un anarchismo velleitario. Che si manifesta con il disprezzo delle istituzioni democratiche – personalmente mi è stato detto, da un luminare di questo pensiero, che poiché io insegno in una scuola sono complice di un sistema che, poiché capitalista, è fascista – e che riduce la “militanza” antifascista a mera contrapposizione coi gruppuscoli di destra, estrema e delinquente, con cui fare a botte.

Dall’altra parte, c’è l’anti-antifascismo. Quello alla Gasparri e alla La Russa. E basta solo questo per comprenderne il grigiore intellettuale, la farraginosità ideologica, della sua idiozia concettuale.

In mezzo, poi, tolte le dovute eccezioni, il mare magnum di una mediocrità acritica e passiva.

Entrambe quelle visioni hanno un limite nostalgico: sono ferme al 1945. Mentre siamo nel 2013. Piaccia o meno, non ci sono più le truppe tedesche pronte a invaderci, non ci sono i campi di sterminio, non ci sono le montagne su cui rifugiarsi per sparare ai fasci brutti e cattivi. Quella è la storia e quella va studiata, ricordata, va ricondotta quella memoria nel giusto senso dell’orrore e nell’auspicio, politico e sociale, della sua irripetibilità.

Oggi abbiamo una Costituzione e delle istituzioni democratiche costantemente tradite da chi si fa tutore della morale istituzionale. E magari il prurito della tutela delle garanzie costituzionali viene fuori solo quando occorre impedire alle coppie gay e lesbiche di poter accedere al matrimonio. “La Costituzione lo vieta”, recitano i vari Giovanardi, Casini, Buttiglione, Bindi, ecc.

La lotta partigiana e la Resistenza sono simboli importanti e irrinunciabili. Occorre ricordare che se esiste la democrazia, lo dobbiamo ai partigiani e alle partigiane di orientamento comunista, socialista, conservatole, cattolico. E questo è inconfutabile. In questa verità si dovrebbe trovare l’unità nazionale attorno il 25 aprile.

Quelle lotte ci hanno regalato un futuro con un nome ben specifico: Costituzione della Repubblica. La difesa di questa è il vero, unico, solo antifascismo che possiamo portare avanti adesso. Il 25 aprile ha senso se nei restanti giorni dell’anno difendiamo le istituzioni – polizia inclusa, cari amici compagni con la K – pretendendo che esse siano davvero democratiche. E saranno davvero così se tutti e tutte noi partecipiamo alla loro costruzione. Superando l’avvitamento nella memoria fine a se stesso e la mitizzazione del fatto storico come dogma fideistico. Perché il futuro immaginato dalla Resistenza prima, e dai/lle padri/madri costituenti poi, sia il nostro presente.

Cassazione e coppie gay: un piccolo trionfo

Cerchiamo di dire le cose come stanno. La Cassazione non ha affatto aperto alle adozioni per le coppie gay e lesbiche. Il discorso semmai è un altro: non esistono prove che un bambino, cresciuto in una coppia omogenitoriale, venga su male o peggio rispetto a una coppia eterosessuale. Sostenere il contrario, quindi, è puro e semplice pregiudizio.

La Corte, ieri, ha semplicemente espresso questo principio. Non è il raggiungimento di un obiettivo legislativo, siamo d’accordo. Eppure è una sentenza estremamente positiva. Per almeno tre buone ragioni.

1. Ribadisce la sentenza 138 del 2010, ovvero che il riconoscimento delle coppie di fatto, soprattutto quelle omosessuali, non collide con la Costituzione. Il pronunciamento di ieri ha bocciato il ricorso di un padre che chiedeva l’affidamento del figlio perché la madre ed ex compagna è andata a vivere con una donna. L’uomo ha cercato di far valere proprio l’articolo 29 della Costituzione. Il ricorso è stato rigettato con la motivazione che non è  «…dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale». I giudici, quindi, prendono atto delle trasformazioni sociali del nostro paese e ridefiniscono il concetto di “famiglia”, aprendolo alle coppie gay e lesbiche.

2. La Cassazione fa presente che non esistono studi scientifici – anzi, aggiungo io, l’APA, l’Associazione di Psichiatria Americana dimostra proprio il contrario – che dimostrino l’incapacità delle coppie omogenitoriali di essere meno idonee alla crescita e all’allevamento dei bambini. Che ne pensino Giovanardi, il Moige, Gasparri, la CEI e qualsiasi altra scheggia impazzita di medio evo, la verità è un’altra. E cioè: un bambino, per crescere bene, ha bisogno di amore, affetto e rispetto.

3. La sentenza pone di nuovo al centro dell’agenda politica la questione omosessuale italiana, partendo proprio dai diritti relativi alla genitorialità. E lì cadranno molte maschere, da Bersani e Vendola in giù. Alcuni esponenti parlamentari hanno addirittura lamentato un’invasione di campo da parte dei giudici. Siamo alle solite fanfare del berlusconismo. E il problema in questo paese non sono i giudici che rendono giustizia, ma la politica che non fa il suo lavoro.

La sentenza di ieri, in altre parole, ha messo ha nudo ben due realtà e ovvero: la società italiana è molto più moderna della classe politica che pretende di rappresentarla, da una parte; dall’altra, i nostri partiti – almeno quelli di centro-sinistra – dovrebbero scegliere da che parte stare. Se dalla parte di Gasparri e del Moige o dalla parte di chi fa di tutto per crescere bene i propri figli, nel segno dell’amore, dell’affetto e del rispetto.

Parole chiave: donne, gay, Tunisia, matrimonio

Forse non tutti/e lo sanno, ma in Tunisia, al momento, è in atto una vera rivoluzione. E non di tipo “libico” o “siriano”, bensì pacifica: al femminile. Dopo il crollo del regime di un anno e mezzo fa, si sono insediate nell’assemblea costituente due principali  fazioni contrapposte: liberali e islamisti. I primi sono laici, i secondi rappresenterebbero la versione locale dei nostri partiti di matrice cattolica.

L’assemblea sta scrivendo una nuova costituzione e il partito islamico ha provato a cancellare la parità effettiva tra uomini e donne. Indovinate come? Sostituendo, nei testi fondamentali, alla parola uguaglianza un’altra: complementarità. Le donne tunisine, ma anche l’opinione pubblica ad esse solidale – e cioè, quella parte di popolo vicina al significato reale del termine democrazia - sono insorte e adesso il partito islamico, Ennhada, sta facendo marcia indietro.

Il partito Ennhada ha provato a giustificarsi adducendo scuse quali: il concetto di uguaglianza era comunque ribadito altrove, il termine “complementarità” andava inteso come sinonimo, ecc.

Aiutiamoci col dizionario e vediamo cosa ci dice in merito: è complementare ciò “che si aggiunge a qlco. completandolo, anche se non è necessario”. Per i fratelli mussulmani, insomma, le donne rappresenterebbero un accessorio della democrazia. Per fortuna la società civile tunisina è di gran lunga migliore rispetto a quel partito e questo dovrebbe far riflettere molti islamofobi, tra le altre cose, e molti fan della superiorità dell’occidente.

Qui mi limiterò a suggerire un’altra chiave di lettura, che lega la questione terminologica del paese africano a una nostra querelle lessicale, quella che oppone la parola matrimonio al riconoscimento dei diritti delle coppie di gay e lesbiche.

Ovviamente le due situazioni sono molto diverse: in Tunisia si esce da una dittatura durata decenni, qui siamo in una democrazia malata, ma pur sempre dentro una democrazia.

Eppure gli elementi in comune stanno nella presenza di partiti confessionali che, in nome di una fede, e in questo cattolici e islamici sembrerebbero uguali, dettano condizioni di disuguaglianza spacciandole per politica.

Sento dire dai nostri parlamentari: i diritti sì, il matrimonio no. La famiglia è una sola, per la democrazia le coppie di fatto possono anche none sistere (Giovanardi & Co) oppure avere diritti ridotti, limitati, non riconosciuti dentro il concetto di coppia (Bindi e affiliati).

Esattamente come per i fratelli musulmani con le donne, noi gay e lesbiche, ma anche gli eterosessuali in situazione di coppie di fatto, possiamo, al massimo, puntare all’essere complementari alla famiglia tradizionale. Cioè, possiamo sperare, se tutto va bene, di essere accessori, non previsti, addirittura superflui. E se qualcosa dovesse arrivare, sarebbe per gentile concessione dei nostri fratelli cattolici.

Credo che le donne tunisine ci abbiano dato un esempio degno della migliore civiltà libertaria. Sta a noi, adesso, non arretrare sull’irrilevanza delle questioni lessicali. Le parole creano e descrivono il mondo. Se non le usiamo tutte, creeremo un mondo limitato, più stretto, dove ci sarà sempre meno spazio per qualcuno7a di noi. In Tunisia lo hanno capito dopo una lunghissima dittatura. Noi, in democrazia, non siamo ancora in grado di pretenderlo, è il caso di dirlo, a chiare lettere.

Matrimonio gay? Qualcuno salvi Franceschini!

Che il Partito democratico non sia ancora capace di produrre una politica, figlia a sua volta di un’anima, sui diritti GLBT – legge contro l’omofobia, unioni civili e matrimoni per tutti, tutela dell’omogenitorialità – è risaputo. Basti vedere chi sta alla presidenza del partito per rendersene conto.

Se ne è accorto pure l’Espresso, che in un articolo apposito fa notare – così come è stato messo in luce su questo e in altri blog – come in un unico soggetto politico si abbiano posizioni assolutamente diverse, dalle dichiarazioni gay-friendly di Marino fino a quelle velatamente omofobe di Dario Franceschini.

A questo proposito, l’ex vice-segretario del Pd si è così espresso riguardo i matrimoni e riguardo un’eventuale legge sulle coppie di fatto:

La Costituzione parla di uomo e donna. [...] Nel momento in cui si riconoscono dei diritti alle persone che scelgono di convivere non c’è questo confine, possono essere anche due fratelli.

Bene, qui urge fare chiarezza, per il bene dell’onorevole Franceschini, in primissimo luogo, e per il concetto di onestà intellettuale, in secundis. Andiamo a leggere l’articolo 29 della Costituzione, dove si parla di matrimonio:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Come si vede, si parla di “coniugi”, non di uomo e donna, come dice il parlamentare del Pd. Credo sia molto grave che chi ha l’ardire – è il caso di dirlo, nella fattispecie – di governarci non sappia nemmeno cosa c’è scritto sulla nostra Carta fondamentale e che, in virtù di tale ignoranza, si permetta di decidere per chi, magari, almeno quell’articolo lo ha letto.

Secondo poi: si potrà dire che i costituenti non avevano previsto il matrimonio allargato alle coppie dello stesso sesso e ciò, probabilmente, è vero. Ma se è per questo nella Costituzione non erano previsti, nel bene e nel male, il divorzio, la legge sull’interruzione della gravidanza, l’abolizione delle province, il finanziamento alle scuole cattoliche – anzi, questo è proprio vietato – Daniela Santanché e, per finire, l’ignoranza dei nostri attuali rappresentanti.

Ripeto: qualcuno salvi quell’uomo, prima che gli facciano fare una brutta figura, alla radio o in televisione. E soprattutto, regaliamogli una Costituzione, magari una versione non censurata o rimaneggiata… Perché sappia, quando tornerà al governo, che cosa c’è scritto su quel libro misterioso sul quale giurerà.

Un 25 aprile con i colori dell’arcobaleno

Il fascismo è stato una pagina odiosa e dolorosa del nostro passato. Inutile girarci attorno. E si rassegnino quanti cercano di venire a patti con una storia che è ciò che è stata: miseria, sopraffazione, violenza, terrore e morte. Quando si sentono certi commenti di politici, anche di sinistra, nel loro goffo sforzo di cancellare la differenza tra democrazia e ciò che è il suo esatto contrario – si pensi al tentativo di accomunare repubblichini e partigiani – è evidente l’inadeguatezza di una classe politica ancora troppo confusa su questo argomento.

Il 25 aprile è tutto questo: la festa della democrazia. Il suo compleanno. Un regalo che le forze democratiche di sinistra (socialisti e comunisti) e di centro-destra di allora (si pensi ai cattolici e ai liberali) hanno dato al nostro paese perché fosse più libero, più giusto. Perché l’Italia divenisse il paese descritto nell’articolo 3 della nostra Costituzione, figlia di quel processo di Liberazione che è l’essenza stessa del nostro essere, qui e ora.

Quell’articolo, tuttavia, pagina nobile della nostra Carta fondamentale, non è del tutto rispettato, a cominciare da quella classe politica della quale si è fatto riferimento. Per tale ragione a Catania, la mia prima città di adozione, la comunità GLBT, rappresentata dal comitato provinciale di Arcigay, ha ritenuto opportuno partecipare alla commemorazione della festa della Liberazione.

Perché, come si sulla nota della stessa Arcigay Catania, «la comunità omosessuale ha dato alla resistenza il suo notevole contributo di passione, idee, e valori di libertà. Migliaia sono state, infatti, le vittime, donne e uomini, sterminate per il loro orientamento sessuale, e altre migliaia quelle che hanno subito l’allontanamento dalle loro famiglie e affetti, confinate dal regime fascista, per le medesime odiose ragioni».

Alla luce di quest’evidenza, il nostro paese, per essere davvero al pari con il concetto di eguaglianza, deve affrontare il passaggio da uno stato di privilegio della maggioranza (bianca, cattolica ed eterosessuale) a una società davvero plurale, dove tutte le diversità, anche quella GLBT, abbiano pieno diritto di cittadinanza.

Arcigay Catania, con i suoi volontari e le sue volontarie, era lì per questa ragione: per ricordare le origini della nostra storia e per gettare un ponte sul futuro. Perché alla liberazione dalla tirannide si accompagni la liberazione dal pregiudizio, dall’esclusione dai diritti, dalla divisione tra cittadini normati e persone impreviste. Proprio per tali ragioni «nel suo discorso il presidente ha evidenziato l’esigenza di continuare a resistere contro il fascisimo dei mercati finanziari, della discriminazione di razza e genere, della omofobia».

E sempre durante la manifestazione, il cavallo alato ha consegnato due targhe: una all’ANPI Catania, per la gratitudine ai/lle compagni/e combattenti, per averci liberato dalla dittatura fascista; e un’altra a Santina Sconza, presidente dell’Anpi Catania per la sua sensibilità verso i temi della lotta all’omofobia.

È ipotizzabile – e auspicabile – credere che proprio da ieri, sotto il vulcano, la lotta per la piena parità ha un alleato in più: una cittadinanza più grande, civile, che riconosce, tra i valori del 25 aprile, anche quello della piena eguaglianza tra tutti i cittadini e le cittadine della nostra Repubblica, nata dall’antifascismo e proiettata verso l’Europa dei diritti.

Catania in questo si manifesta, ancora una volta, avanguardia d’Italia. Al popolo etneo va il mio più sentito ringraziamento, per questo abbraccio di civiltà e di democrazia.

Matrimoni gay: Bindi bugiarda, come Alfano

Rosy Bindi non ce la fa a non essere omofoba e bugiarda. È più forte di lei, un connotato specifico della sua natura politica. A Sky, che l’ha intervistata sulle parole del segretario del PdL, ha così risposto:

La famiglia fondata sul matrimonio ha la priorità, lo dice la Costituzione, ma il Pd non ignorerà i diritti di tutti. Il matrimonio però è solo eterosessuale, è un punto molto fermo.

La signora in questione è omofoba perché sottolinea una doppia  discriminazione: le coppie sposate saranno avvantaggiate su tutte le altre, alle quali invece sarà impedito di unirsi in matrimonio.

È bugiarda perché la Costituzione non fa graduatorie di importanza tra coppie sposate e coppie non sposate, anche perché i padri costituenti non prevedevano le unioni di fatto. E la Corte Costituzionale, per altro, ha dato legittimità e rilevanza giuridica anche a queste ultime, indicando al parlamento la strada per il pieno riconoscimento legale di esse.

Adesso, che certi cattolici odino i gay rientra nella natura delle cose. Che siano anche bugiardi, dovrebbe essere peccato. Ma questo è un problema della sua coscienza, umana e spirituale.

La cosa che, invece, mi stupisce non è che Bindi sia tornata alla carica nel manifestare a se stessa, al suo partito, ai suoi mandanti politici e al paese tutto di essere della medesima pasta di un Alfano qualsiasi. Mi basisce lo stupore di amici, amiche e conoscenti.

Sapevamo tutti chi era questa signora, dai tempi dei DiCo. Sapevamo che ha costruito una legge, per fortuna mai approvata, che creava un regime di apartheid giuridicoper le famiglie gay e lesbiche, sancendo per legge differenze e discriminazioni. Questa è Rosy Bindi.

Per altro, io ho condiviso lo sdegno per le affermazioni precedenti di Giovanardi e del “delfino” di Berlusconi da parte di diversi esponenti politici e di militanti del Partito Democratico. È importante capire che la presidente del PD non è però poi tanto lontana, culturalmente parlando, rispetto a quei due signori. Semplicemente è solo meno volgare, ma il senso di nausea che lasciano le sue dichiarazioni è identico.

Sarebbe il caso che quegli stessi esponenti e militanti del PD – ormai sempre più vicino alle peggiori destre d’Europa in fatto di diritti civili – scatenassero lo stesso muro di fuoco di indignazione riservato agli esponenti del PdL. Per una questione di coerenza e di credibilità. E per quel minimo sindacale di amor proprio verso se stessi.