Tra legge elettorale, parità di genere e questione LGBT

Quote rosa o parità di genere?

Credo di rintracciare un preoccupante parallelismo tra le resistenze dei parlamentari (maschi) di Forza Italia alla parità di genere nelle liste elettorali, in merito all’italicum (sulla cui bontà, affidabilità e sul fatto di estenderla solo alla Camera dei Deputati penso tutto il male possibile) e le vicende più o meno recenti sulla questione LGBT italiana.

Andiamo per ordine: la legge elettorale dovrebbe prevedere un uguale numero di uomini e donne nella compilazione delle liste. Ma così com’è, paventano le donne in politica, c’è il rischio che i posti che garantiscono l’elezione potrebbero essere occupati, in misura maggiore, dai colleghi maschi.

Forza Italia si difende affermando frasi del tipo: “no ad una legge sessista”. Basterebbe l’evidenza di quest’asserzione per evidenziarne l’imbecillità. Ma siamo in Italia, e un po’ di chiarezza sulla terminologia usata non guasterà.

Il sessismo è quella subcultura che fa credere a chi ne è affetto che appartenere a un sesso è più importante che essere del sesso opposto. Poiché, storicamente, si registra uno stato di sottomissione della donna rispetto all’uomo, il sessismo si configura come consustanziale al maschilismo. La norma per la parità di genere, quindi, non è pensata – come scrivono i deputati di FI – per discriminare il sesso maschile, ma per riequilibrare la presenza tra i due sessi nelle istituzioni.

A ben vedere, il fenomeno a cui si assiste  ha la seguente dinamica:
1. si individua un problema (il sessismo, nello specifico)
2. si propone una soluzione (la parità di genere)
3. si prende la soluzione e la si confonde col problema di partenza.

Per cui il sessismo che si vuole combattere diventa, così, l’essenza della norma che si vuole approvare. Tradotto in termini più semplici: garantire a tutti e tutte uguale dignità corrisponde, per la pleiade berlusconiana, una discriminazione per il genere maschile.

Lo stesso identico procedimento è stato applicato, con successo, per la legge sull’omofobia:
1. il problema è la discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere
2. si propone una norma antidiscriminatoria
3. si accusa chi vuole fare tale norma di voler applicare discriminazioni contro gli eterosessuali.

Basti ricordare le illuminanti affermazioni di personaggi come Buttiglione – “così diventa più grave picchiare un eterosessuale che un omosessuale” – Giovanardi, Binetti et similia. E così una norma che doveva servire a difendere i soggetti svantaggiati (anche eterosessuali discriminati da un eventuale capo gay nel luogo di lavoro, per fare un esempio) è divenuta una norma che vuole limitare la libertà di pensiero. E per scongiurare questo male, si è introdotta una norma che legalizza le affermazioni omofobe nella chiesa, nei partiti, nelle scuole, nei sindacati.

Confondere la causa con il male e accusare la categoria discriminata di essere portatrice del problema che si vuole debellare. Come se si fosse detto a Rosa Parks che la sua battaglia era funzionale a non far più prendere l’autobus ai bianchi.

L’uso di parole “impazzite”, drogate ad arte per generare confusione e paura e, soprattutto, per mantenere gli squilibri sociali che fanno soffrire le minoranze. Questo è il fine di chi si ribella ai miglioramenti che renderebbero il nostro paese non certo una succursale di Arcigay o una sala parto per extracomunitari – Angelino Alfano dixit – ma, semmai, un luogo migliore dove vivere. Questa è la nostra destra, (anche) questo è il berlusconismo.

Chiudo queste riflessioni sottolineando altri tre aspetti.

In primis: pare che l’onorevole Dorina Bianchi (Ncd), cattolica di ferro, abbia auspicato l’intercessione di Francesca Pascale per far cambiare idea al leader di FI e, occasionalmente, suo compagno di vita. Questo per capire a che livello di progresso civile è ridotta l’Italia.

Ancora: i giornali parlano di quote rosa da salvaguardare. Non comprendendo che lo stesso concetto di “quota” riservata alle donne è di per sé discriminatorio. La politica non dovrebbe prevedere una riserva indiana per gruppi sociali specifici, bensì dovrebbe essere il luogo pubblico dove chiunque, uomo o donna (ma anche eterosessuale e non), dovrebbe avere le stesse opportunità.

Dulcis in fundo: il maschilismo e il sessismo si configurano come subculture nemiche non solo delle persone LGBT, ma anche di oltre il 50% della società italiana. Quando persone come Binetti, Bindi, Roccella, ecc, si prodigano per difenderne le istanze contro la questione omosessuale, non fanno altro che provvedere al mantenimento dello stato di sudditanza di categorie specifiche (e quindi di loro stesse) nei confronti del potere maschile. Ne consegue che l’omofobia, in particolar modo l’omofobia femminile, è una forma anche abbastanza idiota e autolesionistica di collaborazionismo.

Anche in questo caso è un problema di linguaggio, che (tras)forma la realtà e la determina. Tutto parte da lì. Prima cambieremo gli usi linguistici in direzione della piena dignità di ciascuno/a di noi, prima saremo più simili alle grandi democrazie del pianeta. Fino ad allora ci spettano personaggi del calibro dei/lle rappresentanti del Nuovo Centro-destra, di Scelta Civica, di Forza Italia e di buona parte del Partito democratico. Prospettiva drammatica, me ne rendo perfettamente conto. Ma, al momento, l’unica apparentemente possibile. Ahinoi.

Cosa mai l’ha fatta diventare così stupido, onorevole?

Quella che segue è una lettera aperta che un giocatore di football americano, Chris Kluwe, della squadra dei Minnesota Vikings, ha scritto a tale Emmett C. Burns Jr., esponente del Partito Democratico americano che si era precedentemente scagliato contro un suo collega dei Baltimore Ravens, Brendon Ayanbadejo, per il suo supporto al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

La lettera, che è stata pubblicata su Il Post, è molto eloquente a tale proposito:

Caro Emmett C. Burns Jr.,

Trovo inconcepibile che lei sia stato eletto come delegato dello stato del Maryland. Il suo livore e la sua intolleranza mi imbarazzano, e mi disgusta pensare che lei sia in qualsiasi modo e a qualsiasi livello coinvolto nel processo di formazione delle politiche sociali.

Le posizioni che lei abbraccia ed espone non prendono in considerazione alcuni punti fondamentali, che illustrerò con dovizia di particolari (potrebbe esserle necessaria l’assunzione di uno stagista che la aiuti con le parole più lunghe):

1. Come sospettavo, non ha letto la Costituzione, quindi le vorrei ricordare che il Primo, primissimo emendamento di questo fondamentale documento si occupa della libertà di parola, e in particolar modo delle limitazioni di tale libertà.
Utilizzando la sua posizione istituzionale (facendo riferimento ai suoi elettori in modo da minacciare implicitamente la gestione dei Ravens) per dichiarare che i Ravens dovrebbero «scoraggiare dichiarazioni di questo genere» da parte dei loro dipendenti – nello specifico Brendon Ayanbadejo – non solo lei sta chiaramente violando il Primo Emendamento, ma dimostra di essere una narcisista macchia di merda.

Che cosa mai l’ha fatta diventare così stupido? Mi sconcerta che un uomo come lei, che fa affidamento sullo stesso Primo Emendamento per coltivare i propri studi religiosi senza timore di ritorsioni da parte dello Stato, possa giustificare il soffocamento del diritto alla libertà di espressione di qualcun altro. Chiamare “ipocrita” un uomo come lei sarebbe mancare di rispetto alla parola. “Osceno, assurdo ipocrita del cazzo” è un po’ più appropriato, forse.

2. «Molti dei vostri tifosi non sono d’accordo con questa presa di posizione e ritengono che [questi argomenti] non debbano avere posto nello sport, che dovrebbe riguardare il tifo, l’intrattenimento, l’entusiasmo e nient’altro». Santo cielo, quante stronzate. Ha sul serio detto questa roba, lei che è stato «attivamente coinvolto nelle task force del governo che si sono occupate delle conseguenze culturali e sociali della schiavitù in Maryland» (come recita la sua voce di Wikipedia, ndt)? Non ha mai sentito parlare di Kenny Washington? Di Jackie Robinson? Nel 1962 la NFL prevedeva ancora la segregazione razziale, che è stata spazzata via grazie a atleti e allenatori coraggiosi che hanno osato esprimere il loro parere e fare la cosa giusta.
E nonostante tutto questo lei è capace di dire che la politica e le questioni politiche «non dovrebbero avere un posto nello sport»? Non so neanche da dove cominciare per immaginare la dissonanza cognitiva che con ogni probabilità sconvolge in questo momento la sua mente confusa e marcia, e la ginnastica mentale con cui il suo cervello si è contorto fino a produrre una dichiarazione così assurda da meritare una medaglia d’oro olimpica (il giudice russo sicuramente le darebbe 10, per “bellissimo repressivismo”).

3. Questo è più un mio dubbio personale. Ma perché odia la libertà? Perché odia il fatto che altre persone vogliano avere la possibilità di vivere le loro vite ed essere felici, anche se la pensano in modo diverso dal suo, o si comportano in modo diverso? In che modo, in che forma, la riguarda il matrimonio gay? In che modo influisce sulla sua vita? Teme che se il matrimonio gay diventasse legale, lei comincerebbe all’improvviso a pensare al pene? «Oh merda, il matrimonio gay è stato approvato, devo subito correre a farmi sfondare di cazzi!». Ha paura che tutti i suoi amici diventino gay e non vengano più la domenica a vedere le partite da lei? (Comunque è improbabile, dato che anche ai gay piace guardare il football).

Posso assicurarle che il matrimonio gay non avrà alcun effetto sulla sua vita. I gay non verranno a casa sua a rubare i suoi figli. Non la trasformeranno magicamente in un lussurioso mostro mangiacazzi. Non rovesceranno il governo in un’orgia di edonistica dissolutezza soltanto perché all’improvviso avranno gli stessi diritti del 90 per cento della nostra popolazione – diritti come le indennità della previdenza, agevolazioni fiscali per chi ha figli, i permessi familiari o i congedi per malattia per prendersi cura dei propri cari, e l’assistenza sanitaria estesa a coniugi e figli. Sa che cosa farà ai gay il fatto di avere questi diritti? Li renderà cittadini americani a tutti gli effetti, proprio come tutti gli altri, con la libertà di perseguire la felicità con tutto ciò che questo comporta. Le dicono niente le battaglie per i diritti civili degli ultimi 200 anni?

In conclusione, spero che questa lettera, in qualche modo, la porti a riflettere sulla dimensione del colossale casino che lei ha spudoratamente scatenato ai danni di una persona il cui solo crimine è stato esporsi per qualcosa in cui credeva. Buona fortuna per le prossime elezioni, sono certo che ne avrà bisogno.

Cordialmente,
Chris Kluwe

P.S. Mi sono dannatamente esposto sulla questione del matrimonio gay, quindi può anche prendere il suo «non sono a conoscenza di altri giocatori della NFL che abbiano fatto quello che fa Ayanbadejo» e ficcarselo nella sua piccola boccaccia priva di empatia, strozzandocisi. Stronzo.

A quanto pare l’omofobia induce molte persone, anche quelle che si definiscono democratiche, ad auspicare la fine delle libertà personali per contrastare, in nome di vecchie superstizioni, il principio dell’autodeterminazione.

Una lettera del genere, ancora, potrebbe benissimo essere indirizzata a molti dei nostri politici – Giovanardi, Casini, Buttiglione, Bindi, D’Alema, ecc. – ma purtroppo non ci risulta che tra i nostri sportivi vi sia qualcuno che abbia una coscienza civica così sviluppata e, parolacce a parte, una così felice loquela.

Noi abbiamo gente come Gattuso e Cassano. E se lo sport è lo specchio di una società, si capisce come mai abbiamo anche certa gente dentro Pd, UdC e PdL.

Le coppie gay sono “famiglia”: anche la Cassazione dice sì

Leggendo il Corriere on line: la Cassazione, oggi, ha stabilito che

Le coppie omosessuali, se con l’attuale legislazione ”non possono far valere il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio celebrato all’estero”, tuttavia hanno il ”diritto alla vita familiare” e a ”vivere liberamente una condizione di coppia” con la possibilità, in presenza di ”specifiche situazioni”, di un ”trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata”.

Repubblica ci fa sapere, per altro, che «il verdetto è arrivato a conclusione di un iter giudiziario avviato da una coppia gay della provincia di Roma che si era sposata all’Aja, in Olanda, e chiedeva la trascrizione dell’atto di nozze in Italia».

Ottima notizia, direi.

Paolo Patanè, presidente di Arcigay, spiega le ragioni per cui questa sentenza è storica e cioè:

• le coppie omosessuali, secondo la Corte, hanno il diritto di essere considerate famiglia a pieno titolo sotto il profilo culturale e giuridico;
• tali coppie possono ricorrere ai giudici per richiedere i diritti che il Parlamento non vuole ancora dare;
• il matrimonio non è una prerogativa esclusiva degli eterosessuali.

Mi limito a far notare che – dopo la sentenza 138 della Corte Costituzionale del 2010 e il voto del Parlamento Europeo di qualche giorno fa – nuovamente il mondo del diritto allarga la legittimità giuridica all’amore tra le persone dello stesso sesso.

Si mettano il cuore in pace sua santità, la chiesa tutta e i suoi galoppini in Parlamento e dentro i partiti e in particolar modo Casini, Giovanardi, Buttiglione, Bindi, Alfano, Bersani, D’Alema, ecc.

Questa gente deve capire una verità evidentissima: il mondo va avanti e riconosce i diritti alle minoranze, tutte. In Italia – patria di ogni ritardo culturale – chiesa, UdC, PdL e i cattopiddini rimangono ancorati al Levitico.

La società civile prenda atto di tale evidenza, di questo bivio tra progresso e barbarie.

Il pd bolognese con la destra contro le famiglie gay

Una famiglia omoparentale è composta da due mamme o da due papà. Queste coppie hanno figli, o perché li hanno concepiti o perché li hanno adottati (all’estero, qui in Italia non si può) o perché provengono da unioni precedenti.

I figli di queste famiglie vanno a scuola, frequentano le palestre comunali, in alcuni casi anche gli oratori di quei sacerdoti illuminati che vedono l’amore tra le persone e non il “peccato” (presunto e da dimostrare).

I padri e le madri gay hanno a che fare con pappe, influenze, problemi con la matematica, piccole e grandi ansie dei loro bambini (e anche dei loro ragazzi, visto che il fenomeno non è recentissimo).

Si calcola che in Italia siano centomila le famiglie di questo tipo. Esse hanno tutti gli oneri di una coppia con figli e qualche problema in più di quelle regolarmente sposate. Se il genitore biologico muore, ad esempio, lo Stato non tutela il bambino che può essere prelevato dalla sua casa e affidato a un istituto minorile, anche in presenza del genitore affettivo.

Per non parlare degli insulti quotidiani che questi nuclei familiari ricevono ogni giorno da parte di persone come Casini – quello che ha candidato Cuffaro e l’attuale ministro Saverio Romano, indagato per mafia – Buttiglione – cacciato dalla Commissione Europea, perché omofobo – Joseph Ratzinger – accusato di aver coperto diversi casi di violenza sessuale su minori all’interno della chiesa – Rosy Bindi e altra gente di tal risma.

Di fronte a tanta violenza, a tanta ignoranza, a tanto pregiudizio, stupisce la quotidianità di quelle famiglie che accettano con amore i propri figli gay (come quelle di Agedo) e delle altre composte proprio da gay (come le Famiglie Arcobaleno), per niente sterili e capaci di avere e di crescere bambini nel nome del rispetto delle differenze e della dignità di tutti gli esseri umani.

Qualcuno dovrebbe dirlo al partito democratico di Bologna che, in occasione della richiesta, da parte proprio di Famiglie Arcobaleno e di Agedo di entrare a far parte della Consulta per la Famiglia, ha fatto muro proprio con i partiti di destra. Per il pd bolognese, quindi, due genitori eterosessuali che hanno un figlio gay non sono più famiglia. Due gay che hanno figli, non lo saranno mai.

Qualcuno ricordi a certa gentaglia che sa solo comandare, ma non riesce a governare i fenomeni del presente, che c’è famiglia dove c’è rispetto, progettualità e amore. Parole che evidentemente dentro certi partiti sono state dimenticate da tempo.

In piazza, contro l’omofobia parlamentare

Ricevo da Certi Diritti – Dio, o chi per lui, li abbia in gloria – e inoltro:

L’Associazione Radicale Certi Diritti insieme alle associazioni lgbt(e) e a parlamentari di diversi gruppi seguirà i lavori dell’aula da Piazza Montecitorio dalle ore 15 con un sit-in e una maratona oratoria per chiedere al Parlamento un segnale forte contro l’omofobia e la transfobia.

Roma, 14 luglio 2011

È previsto per martedì 19 luglio dalle ore 15 il voto sulla proposta di legge contro l’omofobia che introduce l’aggravante per i reati commessi in ragione dell’orientamento sessuale della vittima.

La legge molto probabilmente non passerà a causa delle pregiudiziali di costituzionalità presentate da deputati dell’UDC, del PDL e della Lega Nord. Deputati genuflessi alla casta vaticana e del tutto indifferenti ai diritti dei cittadini, che tentano così di aggrapparsi a inesistenti ipotesi di incostituzionalità per negare la gravità della violenza omofobica.

Per questo saremo in piazza con lo slogan “Legge incostituzionale? Omofobia parlamentare”.

Hanno aderito:
Associazione radicale Certi Diritti
Arcigay
Agedo
Famiglie Arcobaleno
MIT
Circolo Mario Mieli
Equality
Gay Center
Radicali Italiani
Forum Queer SEL
Associazione Luca Coscioni
CGIL- Nuovi Diritti
Associazione 3D
Fondazione Massimo Consoli
I-Ken Onlus
Yellow Sport

Per aderire scrivere a tesoriere@certidiritti.it

Ricordo, per dovere di cronaca, i nomi di quei parlamentari che vogliono affossare la legge (fonte Gay.it):

Si tratta dei deputati dell’UDC Buttiglione, Capitanio Santolini, Binetti; per il PDL gli onorevoli Bertolini, Saltamartini, Stracquadanio, Pagano; infine per la Lega si tratta degli onorevoli Lussana, Nicola Molteni, Isidori, Paolini, Follegot, Vanalli, Luciano Dussin, Pastore, Volpi, Bragantini, Polledri. Un’ultima curiosità: il regista della bocciatura della legge contro l’omofobia nel 2009, quando arrivò in aula la prima volta, fu Piero Vietti, dell’UDC, premiato poco tempo dopo con la vicepresidenza del CSM.

Per questa gente le persone GLBT possono essere insultate liberamente, discriminate aggredite, violentate e uccise senza che la cosa costituisca un’aggravante, come invece succede in tutto il mondo civile e democratico e come già succede per le vittime di odio razziale e antisemita.

Essere a Montecitorio o negli altri raduni organizzati in tutta Italia è una manifestazione di civiltà e democrazia. E, prima di ogni altra cosa, una dimostrazione di umanità. Chi non andrà sarà della stessa pasta di persone come Buttiglione e Binetti, fieramente omofobi e nemici naturali dei diritti fondamentali dell’uomo.

A voi la scelta.

Piove e c’è pure crisi, finocchio ladro!

Riporto di seguito un mio articolo di oggi pubblicato da GAY.tv.

Le parole che seguono sono l’ennesimo, fulgido, parto filosofico di un maitre à penser della destra italiota, tale Massimo Corsaro. Il periodico on line “Giornalettismo”, infatti, riporta alcune perle di saggezza e di raffinata analisi economica del nostro – proferite a Klaus Condicio, a proposito della crisi spagnola – e a cui rimandiamo integralmente.

Interessante sarà, in questa sede, soffermarsi su alcune di esse. E nello specifico:

“La liberalizzazione gay doveva servire anche alla liberalizzazione dell’economia, ma non ha funzionato.”

Peccato che l’onorevole Corsaro non spieghi cosa intende per “liberalizzazione gay” e come questa sia legata all’economia mondiale tout court. Ma non contento, incalza:

“il matrimonio tra due persone dello stesso sesso e la possibilità che queste adottino dei figli [...] puo’ anche essere concausa della crisi che stiamo vivendo.”

Anche in questo caso, non ci allontaniamo dalla semplice e nuda dichiarazione, senza nessuna argomentazione in merito e, a dispetto della stessa logica, senza che tale “verità” venga dimostrata scientificamente. In che modo una famiglia omoparentale è causa di una crisi che ha radici economiche ben note (a cominciare dalla crisi dei mutui e dalla speculazione finanziaria)?

Ma andiamo avanti. Sempre riguardo ai gay:

“Non vorrei nemmeno esagerare nel buttare loro la croce addosso, ma certamente queste nuove aggregazioni non hanno prodotto i risultati sperati.”

Quindi riassumendo: i matrimoni gay in Spagna non avrebbero creato coesione sociale (affermazione per altro non dimostrata) per cui aggravano una crisi economica che non dipende da essi, fino a diventarne, per magia, causa conclamata.

Un po’ come dire a un altro: piove, tu non hai portato l’ombrello e siccome mi sono bagnato è colpa tua se piove. Non fa una piega…

Quest’ennesima provocazione a danno della comunità gay rientra in un processo sempre più preoccupante di demonizzazione di una categoria sociale. Già Buttiglione ha rivelato al mondo l’oscura congiura per cui gli etero pagherebbero i contributi per le pensioni a (fantomatici) ricchi gay nullafacenti. Quindi è la volta di Corsaro e la sua teoria che spiega la crisi presente addossandola a un gruppo specifico e minoritario.
Qualcuno spieghi a questi signori che il trucco è vecchio e qualcuno ci ha già provato. Esattamente dopo la crisi del ’29, in Germania, a danno degli ebrei. Quel signore si chiamava Adolf Hitler. I risultati sono noti a tutti.

Caro Buttiglione, caro Giovanardi, io, gay, vi abbraccio con tutto il mio amore

Roma, 30 aprile 2011

Ho aspettato a lungo a scrivere questa lettera, aperta a voi e a chiunque volesse leggerla. Ho aspettato non tanto per placare l’ira che è scaturita dalle vostre affermazioni degli ultimi giorni – affermazioni che prendono di mira, in modo poco onesto, le nostre famiglie (mi rivolgo a lei, Giovanardi) e il nostro vivere dentro la società e del nostro lavoro (e qui il riferimento è a lei, Buttiglione) – ma per trovare le parole più adatte, quelle più vere, lontane da ogni livore e vicine al concetto di verità. Una verità che è soggettiva, visto che che vi parlo di me, del mio vissuto, ma che non stento a credere sia condivisibile da molti, a prescindere da ogni orientamento sessuale e dall’esempio di ognuno.

Sento troppo spesso la parola “famiglia” nei vostri discorsi. E la cosa, lo dico duramente, lo so, ma con altrettanta pacatezza, mi amareggia. E non perché siete voi a parlarne – perché ognuno ha il diritto di pensarla come vuole, assumendosi la responsabilità del ridicolo di cui si copre – ma perché mi rendo conto che non sapete di cosa parlate quando proferite le vostre “verità”.

Sono tornato a casa, per le festività pasquali, e ho raggiunto i miei genitori. Sono gay e ho un profondo senso della famiglia. Il mio modello è quello che ho imparato da mio padre e da mia madre. Forse un modello non perfetto – siamo tutti umani! – ma è quello in cui sono cresciuto, in cui mi sono formato come individuo e come cittadino. Di quel modello ho accettato, come accade a chiunque, gli aspetti in cui mi ritrovavo, criticandone altri, da cui ho preso le distanze, sempre nel rispetto dell’amore che mi lega ai miei cari.

Vedo i miei genitori invecchiare, perché il tempo è inesorabile. Ho visto mio padre sempre più silenzioso e mia madre piangere, quando io e mia sorella siamo andati via, per ritornare al nostro lavoro – io nella capitale, lei, siciliana come me, in un nord ad alta densità leghista – perché la sua casa sarebbe ritornata vuota.

Io e mia sorella non siamo andati via per capriccio o per celia, ma perché al sud non si lavora: cioè, per non morire. Civilmente, s’intende.

E perché nella scuola – dove siamo impiegati con contratti sempre più precari – in Sicilia, se sei giovane e non hai la fortuna di aver vissuto in tempi più benevoli, non c’è spazio. E allora si fugge. Non per chissà quale Hollywood italiana, o dentro qualche casa spiata da milioni di vostri elettori, ma per lavorare. Un lavoro che prevede tasse e, per noi single, nessuno sgravio fiscale. Un lavoro mal retribuito, che non tiene conto di anni di sacrifici prima sui libri, poi sui tram affollati alle sette del mattino e poi ancora degli sforzi per mandare avanti baracca e ufficio, nonostante i tagli degli ultimi quindici anni, avallati anche dalle vostre scelte politiche.

Con il mio lavoro pago le tasse per quegli ospedali che non vogliono il sangue di un gay, perché è passato il mito che il sangue di un omosessuale è naturalmente più infetto del sangue di tutti gli altri.

Pago le tasse per mandare a scuola quei figli di famiglie possibilmente omofobe, assieme a quelle solidali e vicine alla causa gay, senza aver la possibilità, a mia volta, di costruirmi una famiglia riconosciuta dallo Stato e senza avere la facoltà di adottare bambini bisognosi o di poterne avere naturalmente, con la maternità surrogata.

Questo dislivello del diritto è causato anche da voi, dalle vostre credenze, dalle vostre dichiarazioni, dal vostro voto contrario a qualsiasi tentativo di rendere la vita di gay, lesbiche e transessuali, meno violenta o semplicemente più bella.

Perché io potrei costruire una famiglia, con un altro uomo, adottare un bambino o procrearlo, circondarlo dell’amore mio e del mio eventuale partner – se abitassimo in Spagna, Canada, Sud Africa, Svezia e qualche altro paese civile, democratico e avanzato, potrei definirlo sposo – e di quello della mia famiglia di provenienza, sì anche di quella, e degli amici e degli affetti che mi circondano.

Come potreste vedere, se faceste lo sforzo di conoscermi, la mia vita, prima ancora di essere la vita di un gay, è una vita improntata sul concetto di umanità. Profonda, sentita, viva e, a volte, intrisa anche di sofferenza, perché il dolore è sempre l’ombra di tutte le gioie di cui siamo potenzialmente capaci.

Se le cose in questo paese andassero diversamente, io potrei avere una mia famiglia e stare accanto alla vecchiaia dei miei genitori. Potrei pagare le tasse per tutti, come già faccio, con la consapevolezza però, che per ora non c’è, che anche gli altri possano fare lo stesso per me e per ciò che rappresento. E questo non è un privilegio, ma il cardine di ogni democrazia: la condivisione responsabile di solidarietà  (in una sola parola: diritti) a parità di doveri. Questi ultimi ci sono tutti, per me. I primi, invece, mancano.

Se le cose in questo paese fossero diverse, potrei anche lavorare nella mia città, per arricchire la mia terra, la Sicilia, che soffre di una crisi di presenze mentali che, a sua volta, la depaupera a livello sociale ed economico.

E se le cose non vanno così è anche per vostra responsabilità, perché non c’ero io in parlamento quando la Moratti prima, la Gelmini poi, e l’onnipresente Tremonti sempre, decidevano di tagliare il mio futuro e quello delle persone che vorrebbero starmi accanto.

Le vostre scelte, in altre parole, hanno determinato la solitudine della mia famiglia di provenienza. E determinano, di conseguenza, l’impossibilità, a livello legale, di crearmi una mia famiglia la cui presenza nella società attuale arricchirebbe il contesto in cui sono immerso. Un esempio soltanto: non posso comprar casa perché, visti i prezzi, un mutuo sarebbe per me proibitivo. Potrei condividerlo solo con un compagno, ma poi ci sarebbero problemi di ordine legale sull’eredità, il possesso e tutte quelle conseguenze che stanno alla base di una convivenza che non può essere tutelata perché altri hanno scelto altrimenti.

Le vostre scelte, in pratica, impediscono a migliaia di famiglie di gay e lesbiche di rendere più dinamico il mercato immobiliare.

Come potete vedere, se la mia potenziale famiglia non è tale, a livello giuridico, non è per una sua (mai dimostrata) incapacità congenita, ma per l’ostilità della sub-cultura politica che vi ostinate a portare avanti, in nome di un Dio che, se esistesse, forse vi biasimerebbe.

Eppure, se aveste l’opportunità di accogliere il mio abbraccio, sapreste cosa si agita dentro il mio mondo e al di qua della mia pelle. Conoscereste il suono del battito, quando l’amore si concretizza. Sapreste il sapore delle lacrime di fronte alla delusione dei sogni che si frantumano. Sareste invasi dal tepore della mia tenerezza e dalle tempeste del mio smarrimento. Sareste accolti un una costellazione di umanità (singolare e plurale) che vi lascerebbe senza parole. Senza le vostre parole. Perché poi vi si chiederebbe, come successe a Giona, dove siete voi quando le stelle del mattino della speranza – mia e di tutti quelli come me, etero e gay poco importa – gioiscono in coro.

Allora concludo questa mia lettera, serena e tragica, ma non ancora senza speranza, quindi non disperata, con un abbraccio. Con tutto il mio amore. Quello che c’è stato e che se n’è andato, quello che c’è tutt’ora e quello che di sicuro ci sarà. Perché dentro quel sentimento di vita – vita!, non morte – c’è tutta la mia verità e su questa le vostre parole rimbalzano, ritornano a voi, si frantumano al cospetto dell’ipocrisia e dell’ignoranza.

E perché dentro questa verità le vostre si manifestano per quello che sono realmente: menzogne. Come sempre accade di fronte alle evidenze.

Per questo vi scrivo. Perché il mio amore riesce a comprendervi e se lo rifiutate, siete voi a non esserne capaci. Siete voi a non vedere ciò che succede, nonostante la violenza che mi (e ci) fate e che, proprio per la sua forza, riesce a sopravvivere e ad andare avanti, immerso tra sorrisi e infelicità. Perché è questo che ci rende umani. Che mi rende, profondamente e con ogni convinzione, un essere umano.

Cordialmente,

Dario Accolla