De substantia Dei o dell’inesistenza di Dio

Alessandro Motta

Alessandro Motta, presidente di Arcigay Catania

Vi propongo, oggi, lo scritto di un caro amico, pubblicato in una nota ufficiale su Facebook:

«Nei secoli molti filosofi e teologi si sono preoccupati di confermare o negare l’esistenza di Dio. Neppure i più sopraffini pensatori e le migliori pensatrici sono riusciti/e a dimostrare né l’una tesi né l’altra, lasciando l’argomento dell’esistenza di Dio alla soggettività; ciò perché si è tantato di giustificarne l’esistenza o la non esistenza ragionando sui suoi attributi. La soluzione, invece, era sempre lì, a portata di mano: i sacerdoti e i credenti.

Poiché non voglio cadere vittima dell’universalità, la mia dimostrazione dell’inesistenza di Dio viene ristretta alla Diocesi di Catania (e per Diocesi – poiché delle distinzioni tra preti in tale sede non ci interessa – considero tutti i credenti non protestanti, per essere ancora maggiormente chiaro: tutti tranne Luterani, Valdesi e Battisti).

La Diocesi di Catania, e tutti i diocesani che attorno ad essa gravitano, sta impiegando una consistente parte del proprio tempo nel tentativo di agire pressioni politiche sul Consiglio Comunale per evitare che questi approvi il Registro delle Unioni Civili. Per legittimare tale posizione la Diocesi e “quelli che le gravitano attorno” hanno fatto ricorso a letture – dolose – del dettato Costituzionale citando gli articoli della Costituzione con memoria selettiva (mai viene citato, ad es. l’art. 3 e moltissimo, invece, l’art. 29), a citazioni – dolose – dello Statuto del Comune di Catania (l’art. 6.12 non per intero, badando bene a non citare la parte in cui il Comune intende famiglia anche quella di fatto). Hanno organizzato, perfino, laboratori di politica e convegni e conferenze per chiarire il proprio punto di vista e l’indirizzo della loro pressione.

Il motivo di tale affatticarsi nel tentativo – che forse riuscirà – di non fare approvare il Regolamento è un motivo squisitamente materiale: si teme una svalutazione della famiglia fondata sul matrimonio; sappiamo bene che il dogma della famiglia naturale fondata sul matrimonio (religioso) è una delle forme di tecnologia del controllo che la Chiesa utilizza per fare presa sui corpi e sulle menti dei/lle fedeli. Non si può rischiare di operare neppure una minima breccia in tale impianto, poiché se si desse dignità pubblica a una coppia che esiste indipendentemente dal matrimonio e che produce effetti pubblici e non solo privati, ciò comporterebbe la fine di un lungo periodo di dominio.

Poi, vi sono anche elementi irrazionali nell’ostilità al Registro (dove per “Registro” si intende qualsiasi diritto a qualsivoglia gruppo che propone un modello differente da quello dominante): omofobia, bigottismo, sadismo. Vorrei soffermarmi sul sadismo. Una premessa: il sadico è spesso un soggetto che per ideologia o religione priva il proprio corpo di qualcosa (cibo, sesso sono gli elementi più diffusi di privazione) e, nel tentativo di sublimare alternativamente il proprio piacere negato, agisce violenze fisiche o psicologiche su sé o su terzi (quelle che oggi sono diffuse macchine e tecnologie sadomaso sono state progettate con finalità costrittive del corpo e repressive della sessualità da soggetti puritani). In questo caso il sadico prova piacere nello schiacciare col proprio modello dominante i modelli alternativi: sono costretto a una vita in cui il mio corpo non è liberato e non posso accettare la libertà (il libertinismo) dei corpi altrui e tutto ciò che non è riconducibile alla sobrietà della sacralità del matrimonio produttore di famiglie naturali è libertino, contro norma e natura e così via.

Il risultato di un simile atteggiamento è il fatto che una porzione della popolazione (le coppie di fatto etero e omosessuali) verranno discriminate nel loro essere e contro la norma e mancanti di pubblica legittimazione e, private della possibilità di un pubblico riconoscimento delle proprie progettualità affettive e relazionali, saranno meno felici.

Da qui, la dimostrazione dell’inesistenza di Dio, o almeno la dimostrazione dell’inesistenza del Dio della Diocesi di Catania: se la Diocesi di Catania fosse convinta dell’esistenza di Dio, per tema di subire le pene dell’inferno (o per vera convinzione nel dettato “ama il prossimo”, non opererebbe discriminazione, né si farebbe promotrice di azioni finalizzate alla mortificazione e alla infelicità di una parte di cittadinanza, contravvenendo allo spirito cristiano su cui Essa dovrebbe fondarsi. Poiché la Diocesi di Catania (e con essa alcuni gruppi evangelici) procede lungo questa via di edificazione di discriminazioni, il Dio che Essa professa non esiste.»

Alessandro Motta, presidente di Arcigay – QueeRevolution, Catania

Il senso del tempo che è stato. Per Alessandro Motta

Caro Alessandro,

ti scrivo qui, in una nota pubblica, in un documento visibile a tutte/i, per onorare la dignità e il coraggio delle tue lacrime di ieri. Lacrime che hanno origini lontane e che io penso di conoscere tutte. Le definisco, per altro, coraggiose perché hai esposto la tua più nuda umanità e questo era il senso dei Diari dell’orgoglio. Ma hai fatto di più: non hai avuto paura di affrontare la tua fragilità e per fare questo occorre una dimensione interiore che non tutti sono in grado di contenere.

Non riuscirò a rispondere a tutti gli interrogativi che hai cercato di enucleare, tra i singhiozzi, la rabbia, la delusione degli eventi passati. Non perché non voglia, ma anche io, a un certo punto, ho smesso di seguire il senso delle parole per controllare un’emotività che avrebbe voluto essere forte e onesta come la tua. Allora risponderò a quello che mi ricordo e per quello che avrei voluto dire, che avrei dovuto dirti.

Ci chiedevi a cosa è servito il tuo impegno, in tutti questi anni. Anni in cui abbiamo affrontato, prima ancora delle questioni complesse della causa omosessuale italiana, le faide associative, gli odi incrociati, il riconoscimento del nemico e tutta una mole enorme di energie oscure, ingiustificate – col senno di poi – alimentate in nome di ideali non (più) attinenti con la realtà in cui siamo immersi e non come gay, ma come cittadini, come persone, come esseri umani.

Ci chiedevi qual è stato il prezzo del tuo sacrificio, di fronte ai tuoi studi, di fronte alla tua vita privata, per portare avanti una causa che i più sembrano ignorare. Molte volte ci siamo sentiti dire, anche da “insospettabili”, a cosa servissero i nostri sforzi. Come se dovessimo essere noi a spiegare le ragioni che ci portano a volere un mondo migliore, anche per coloro che ci denigrano e continueranno a farlo.

La prima risposta che ti do può apparire scontata, ma è quello che sento di dirti. La ragione delle tue scelte, che poi sono anche le mie, sta nelle scelte stesse per cui siamo diventati militanti gay. No c’è una giustificazione che dobbiamo fornire se vogliamo che l’Italia diventi come la Spagna, la Svezia o la Germania. Dovrebbe essere qualcun altro, semmai, o dover spiegare la propria ignavia o la propria inadeguatezza. Ho la presunzione di credere che siamo nel giusto, perché vogliamo che tutti vivano nella possibilità concreta di seguire le loro scelte e le loro aspirazioni.

La seconda risposta che ti do è invece più intima. La forza che ti ha spinto a sacrificare una parte di te stesso sta nella tua nobiltà, una nobiltà che ha, tra i suoi ingredienti, il tuo idealismo, la tua amarezza di fronte le ingiustizie, il tuo orrore di fronte all’ignoranza, l’amore per Marco per il quale e con il quale immagini un futuro.

Un futuro, aggiungo, che è legittimo così come lo immagini, col tuo desiderio di famiglia. E se qualcuno dei “nostri” non riesce a capirlo, perché non capisce quanto può essere rivoluzionario nell’Italia di adesso l’aspirazione alla “normalità” di ognuno di noi, credo che, ancora una volta, non debba essere tu a fornire giustificazioni.

Le tue domande di ieri contenevano in esse le risposte che cercavi. E a quelle risposte aggiungo un’evidenza che in molti, però, non fanno troppo caso. Il tempo che ci lasciamo alle spalle non è mai perso, se alla base di esso ci sono scelte, sogni e aspirazioni. La vita si vive e il prezzo che paghiamo, a volte, è la sconfitta o il senso di impotenza. Ma la vita, per fortuna, non è solo questo.

La vita, se ci fai caso, sono le nostre serate a giocare a Bang con Lele e Monica. Sono i cineforum con Fili, le chiacchiere di fronte a un mojito con la Fuschi e Selene, i nostri appuntamenti con Giovanni. La vita è riempire un cortile o un’arena, perché la gente ha voglia di sentire quello che hai da dire. La vita è una cena dal gusto meravigliosamente retro a casa di Carmina, la stessa che ieri ti ha sostenuto, col suo abbraccio, mentre leggevi.

Fino ad adesso hai vissuto. E a volte ti sei fatto male. Ma se ieri c’era tutta quella gente ad ascoltare le tue parole, un po’ (o un po’ troppo) arrabbiate, è perché in questi anni hai comunque costruito qualcosa. Spero di farne parte ancora per molto tempo.

Con affetto sincero, con stima, con orgoglio,

tuo Dario

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Alessandro Motta è coordinatore del Codipec Pegaso di Catania, membro del Laboratorio per il Pride e ha organizzato gli ultimi pride cittadini e il Sicilia Pride del 2009.

Ideatore, tra gli altri, della Queer Week, la nuova formula del Pride etneo del 2011.