Unioni civili: Renzi pensa all’apartheid, Alfano detta la linea

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unioni civili renziane: nuove panchine per “froci”?

Qualche giorno fa Aurelio Mancuso, una delle maestranze LGBT nel Partito democratico, su Twitter gioiva del fatto che nel programma “Mille giorni” fossero sparite le unioni civili. Il fatto, in verità, era già grave di per sé: la piena dignità della persone LGBT e dei loro affetti non è prevista in quello che dovrebbe essere l’ennesimo (e velleitario) piano di salvezza della nazione, la sua riqualifica morale e la sua proiezione verso le magnifiche sorti progressive della democrazia compiuta, di tipo europeo. Come a dire: la civiltà sta da una parte, i gay dall’altra.

Mancuso, ovviamente, parlava in buona fede: consapevole che il suo governo avrebbe potuto partorire solo l’ennesimo orrore legislativo – e questo la dice lunga sullo stress psichico al quale sono sottoposti i gay che militano dentro il Pd – la prospettiva di lasciar fare alle due camere, magari con maggioranze trasversali, era più accattivante. Peccato che il parlamento e il suo partito siano gli stessi che hanno prodotto la legge Scalfarotto… Ma si capisce pure che quando fai il gay di partito non hai quell’agibilità politica che ti permette di essere lucidamente critico verso un governo di cui non ti fidi e un partito che non ti (pre)vede, proprio perché gay.

Ad ogni modo, Mancuso aveva ragione: nella prospettiva che si facesse una legge a totale svantaggio delle famiglie arcobaleno, meglio lasciare le cose come stanno. Alla peggio la senatrice Cirinnà avrebbe avuto il suo fulgido momento di gloria, seguito dalla polvere del cassetto in cui sarebbe stato accantonato il suo testo. Lo stesso cassetto, per intenderci, in cui è stato sepolto il ddl contro l’omofobia.

E invece no. Il governo le mani sulle unioni civili ce le vuole mettere eccome! E con una di quelle peripezie che solo un partito come il Pd potrebbe concepire che, a sentire l’Huffigton Post, anche l'”ala progressista” del partito – mica una pleiade di deficienti qualsiasi – la bolla come un errore. Sia perché rallenterebbe i lavori già avviati in commissione Giustizia, sia perché, in altre parole, fa proprio schifo: perché si vogliono fare sì le civil partnership, «ma con un approccio legislativo differente per renderlo meno indigesto a coloro che si oppongono alle unioni omosessuali». E cioè: «Il testo Cirinnà è molto semplice perché rimanda sostanzialmente ai diritti delle coppie coniugate, un dettaglio che suscita lo sconcerto dei cattolici nonostante non sia prevista l’adozione. Il governo vuole invece imitare il procedimento legislativo adottato dalla Germania, che ha creato una legge ex novo come unica fonte normativa per le unioni civili».

Insomma, traducendo: il testo Cirinnà ha l’errore di equiparare i diritti delle coppie gay e lesbiche a quelli del matrimonio e i cattolici non vogliono. La filosofia del nuovo testo pare orientata – se l’Huffington dice il vero – a mettere nero su bianco che questi diritti, pur analoghi, non hanno nulla a che fare con esso. Si vogliono riconoscere i diritti, e bisogna poi vedere quali, ma non le unioni in altre parole. Come fu con i DiCo.

La soluzione, dunque? Creare un istituto a parte, un vero e proprio ghetto giuridico, dove infilare le vite di gay, lesbiche e prole annessa. Questo istituto a parte – che di fatto sancisce, come in diversi paesi post-sovietici, che il matrimonio è solo tra uomo e donna – dovrà poi passare sotto la scure della mediazione con il gruppo di Alfano e con Scelta Civica, quei due gruppuscoli di miracolati omofobi che hanno già tuonato contro le stepchild adoption e contro la reversibilità della pensione. 

Il rischio, dopo mesi di fanfara mediatica a cui hanno contribuito anche numerosi elementi gay e qualche testimonial lesbica, è di ritornare sul vecchio mantra: “meglio poco che niente”. E in nome di questo si potrebbe arrivare in conclusione a un DL che non prevede nessun diritto matrimoniale, ma pochi provvedimenti di natura privata. 

Possiamo dire grazie, nell’ordine:

  • al presidente del Consiglio, che voleva portarci in Europa anche sui diritti civili e ci sta scaraventando nel Sud Africa degli anni settanta
  • ai gay e alle lesbiche presenti nel Pd, che non sanno più cosa fare per convincere se stessi/e ed altri/e della bontà del loro partito, ma ormai ridotti all’equivalente di “servizio buono” da mostrare nelle occasioni ufficiali (che non si dica che nel Pd non ci siano froci in casa)
  • alla popolazione LGBT che ha contribuito a regalare a Renzi quel 40,8% con cui non solo sta distruggendo la democrazia nel nostro paese, ma in virtù del quale farà un provvedimento – semmai ci riuscirà – che sancirà la definitiva separazione tra diritto per la cittadinanza tutta e leggi ad hoc per la gay community. Roba da chiedervi i danni, morali e fisici.

Ovviamente c’è il rischio che nemmeno quest’ennesima legge blanda e offensiva veda la luce, considerando anche il fatto che, con tutta evidenza, su certi temi sono proprio l’Avvenire e il Nuovo Centrodestra a dettare la linea a Renzi. Ma esattamente come per la legge Scalfarotto si porrà un nuovo tassello a vantaggio dell’omofobia in questo paese: ieri, l’odio verbale contro gay, lesbiche e trans è passato come forma di pensiero da tutelare (grazie ancora Ivan) e domani i nostri sentimenti potrebbero essere definitivamente visti, e per legge, come qualcosa che non trova spazio nella giurisprudenza riservata alla “gente normale”.

La cosa veramente drammatica, infine, è che gente come Mancuso – ma anche Alicata, Viotti (quello che ha votato per l’omofoba Toia a rappresentare anche le sue istanze, per capirci) ecc – sta in quel partito perché “senza il Pd non otterremo mai nulla sul piano della piena uguaglianza”. E invece, anche grazie a loro o a causa della loro ininfluenza, la prospettiva sembra essere quella di nuove “panchine per negri”. 

L’utilità dell’inutile troll

trolls o criceti?

Ne parlavo oggi con Caterina Coppola, la direttrice di Gay.it. «Come fai» mi chiedeva «a sopportare tutti quei commenti livorosi ai tuoi articoli sul Fatto e sul blog?»

Diciamo – e così le ho risposto – che la vedo così: i miei trolls sono una decina di persone al massimo, non una di più. Scrivono sempre le stesse cose, dall’ideologia/dittatura del gender, all’insulto omofobo come libertà di espressione e boiate simili. 

Adesso se io ho una gabbia di criceti che fanno a gara per contendersi la ruota non posso prendermela perché non hanno scelto di andare ad Harvard in alternativa. Sempre di topi stiamo parlando, con la differenza che topi e criceti sono animali carini, è DNA non sprecato, fanno parte della riserva biologica di Madre Natura.
 
Poi c’è un’altra evidenza. Questa gente, con commenti e clic, non fa altro che indicizzare gli articoli. Mi aiuta, in buona sostanza, a rendere più visibile un certo tipo di pensiero. 
 
Certo, capisco che di fronte a commenti come questo caschino le braccia, per chi è appassionato di questioni quali la logica, l’intelligenza, la razionalità e il pensiero critico:
 
momento di massima tensione intellettuale di un fake

momento di massima tensione intellettuale di un troll

ma credo anche che certi commenti siano, di per sé, monumenti importanti per l’idiozia di chi li scrive e utili per capire il disagio – psichico innanzi tutto – di soggetti cresciuti in contesti evidentemente svantaggiati.
 
Io ancora sto aspettando la risposta sugli accorgimenti tecnici che portano un individuo a riconoscere un gay da una fotografia. A meno che non si tratti di “gay-radar”, il che spiegherebbe molte cose. Converrete.

Oggi sul Fatto Quotidiano: “‘Visto’: ecco perché le barzellette sui gay fanno infuriare i social”

Le barzellette sui gay regalate da Visto

Le barzellette sui gay regalate da Visto

Sapete quanti gay ci vogliono a cambiare una lampadina? Cinque: uno per farlo e altri quattro per dire “favoloso”.

Poi vi racconto anche quella dell’omofobo intelligente… (ma appena dico questo tutti/e si mettono a ridere e non riesco mai a finirla).

I gay, come tutti, possono essere oggetto di satira. Ma non di derisione. Perché? Provo a spiegarlo sul Fatto Quotidiano:

Siamo d’altronde nell’Italia dei Tavecchio, di chi pensa che basti avere la pelle nera per amare precise produzioni ortofrutticole. Viviamo in una subcultura che riduce le minoranze a fenomeni da baraccone destinate a ripetere gesti sempre uguali per cui un calciatore africano non può che amare le banane mentre i gay devono essere ossessionati dal sesso. Questo tipo di semplificazioni rappresenta il bignami di un certo modo di interagire col mondo. Ed è rassicurante per un popolo che è agli ultimi posti di qualsiasi classifica, dalla lettura dei libri all’acquisto dei giornali, fino alla qualità delle università e della stessa democrazia rispetto agli altri paesi occidentali: risparmia dalla fatica di documentarsi, di mettere in discussione il castello di ignoranza e approssimazione in cui l’italiano medio e mediocre vive, trionfa e prolifera.

Buona lettura!

L’insostenibile leggerezza di Adinolfi

Giuro che non è una battuta e no, non c’è nessun riferimento al peso. Per insostenibile, intendo proprio l’inaccettabilità, soprattutto sul piano morale, delle sue argomentazioni. Per leggerezza, intendo la superficialità, che poi è cifra politica del suo approccio sui temi LGBT. Di cosa parlo?

Stavo navigando sul web quando, puntuale come il passeggiar di una blatta in una calda e umida notte siciliana, compare un suo “ragionamento”, indirizzato a tre parlamentari (in carica ed ex) che hanno la colpa di essere gay: Franco Grillini, Sergio Lo Giudice e Daniele Viotti.

Riporto integralmente l’ennesimo sproloquio, ammantato dell’ormai solito vittimismo di cui si dotano le frange omofobe per sperar d’essere più credibili:

il piagnisteo omofobo di Adinolfi

il piagnisteo omofobo di Adinolfi

come ben si sa, non sono un fan del partito di Viotti e Lo Giudice e non appartengo alla schiera dei sostenitori di Grillini. Conosco personalmente Daniele, ma l’ho pure attaccato per come si stanno comportando, lui e il suo gruppo, al Parlamento Europeo. Ho visto Lo Giudice un paio di volte e nulla più e anche con lui non sono affatto tenero quando è necessario. Visto lo stato delle cose, non mi si può accusare di avere simpatie politiche per nessuno di loro.

Eppure li difendo per una semplice ragione: quel promemoria agitato sui loro guadagni a carico dei contribuenti è un inno alla cretinaggine. Per i seguenti motivi:

1. quegli stipendi e quelle cifre non sono dati ai tre personaggi citati in ragione della loro omosessualità, ma per gli incarichi che coprono o che hanno coperto. I 15.000 euro mensili li prendeva anche Adinolfi, quando era onorevole, e se ragionassimo come fa lui, potremmo dire che li percepiva “a carico dei contribuenti” per la sua obesità. Discorso idiota, siamo perfettamente d’accordo, ma è questo ciò che risulta dal parallelo “deputato gay = pagato dai contribuenti perché tale”

2. Viotti, Lo Giudice e Grillini non hanno fatto carriera in base alla loro omosessualità, ma in base al loro attivismo politico per i diritti delle persone LGBT. Quindi, hanno continuato il loro operato dentro le istituzioni dopo regolare mandato elettorale. Un po’ come può accadere ad un/a ipotetico/a attivista di un’associazione ambientalista, di una realtà antimafia, di un’organizzazione per i diritti umani, ecc. Se ragionassimo come Adinolfi, mutatis mutandis, si potrebbe dire che Rosy Bindi è diventata parlamentare per il suo essere credente. Altra boiata, giusto? Ma è così che ragiona il leader di Voglio la mamma

3. non so a che tipo di “mantenuti” si riferisca Adinolfi, ma se Viotti – per fare un esempio di fantasia – avesse preso come collaboratore il suo compagno – e non lo ha preso, come dichiara egli stesso – e se questo non è illegale, che problema c’è? Avrebbe comunque dovuto assumere un assistente parlamentare. Non è come dare un posto pubblico (tipo una cattedra universitaria, un posto da primario, un seggio sicuro in parlamento) a un fratello, un’amante, un cugino stretto…

4. forse i tre politici gay non hanno attaccato Adinolfi perché è contro l’utero in affitto e contro la compravendita di infanti (non credo che nessuno sano di mente sia a favore di queste pratiche), ma perché fa passare queste cose come specifiche del mondo LGBT, contribuendo ad alimentare odio sociale contro le minoranze.

Vero è invece che dopo non esser riuscito ad accedere a nessun tipo di carriera degna di questo nome, Adinolfi – come altri/e insieme a lui – sta agitando la bandiera dell’omofobia per darsi un’identità politica. Non sarà mai come un Casini, un Lupi, un La Russa, sicuramente lugubri politicamente e anche omofobi, ma le cui fortune politiche non si legano (esclusivamente) all’aver sposato un certo estremismo ideologico.

Insomma, sembra che la recente sentenza contro le discriminazioni su matrice omofoba di Carlo Taormina abbia fatto perdere parecchia lucidità – ammesso che l’abbiano mai avuta – ai supporter del “pensiero” (lo chiamiamo così per comodità terminologica) omofobico. Qualcuno dica a queste persone che dovrebbero smetterla, non tanto per far un favore ai tre parlamentari di cui sopra, ma per evitare di cadere in un senso del ridicolo di cui, Adinolfi & Co., non hanno piena consapevolezza.

***

P.S.: faccio infine notare che sia Grillini sia Viotti sono stati eletti con le preferenze, anche da migliaia di eterosessuali. Lo Giudice ha preso migliaia di voti alle primarie. Adinolfi è finito in parlamento come nominato e solo dopo che un collega di partito ha rinunciato al suo incarico. Possiamo dire che, contrariamente a qualcun altro, i soldi percepiti se li sono guadagnati con la loro credibilità sul piano elettorale e non certo perché messi in parlamento da un segretario di partito.

Il trionfo di Rete Lenford: Taormina condannato per omofobia

Rete Lenford

Rete Lenford

Ogni tanto una bella notizia. Come si legge sul sito di Rete Lenford «l’avvocato Carlo Taormina che, nel corso di una nota trasmissione radiofonica, aveva più volte dichiarato che non avrebbe mai assunto collaboratori omosessuali» è stato condannato poiché «il Tribunale di Bergamo ha riconosciuto il carattere discriminatorio delle sue affermazioni».

Il giudice incaricato ha «condannato l’avvocato al pagamento di un risarcimento del danno a favore di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford, nonché alla pubblicazione della sentenza sul quotidiano nazionale “Il Corriere della Sera”».

L’associazione di avvocati e di avvocatesse LGBT fa altresì notare che la sentenza «rappresenta un punto di svolta in materia di contrasto alle discriminazioni. È il primo caso in Italia di condanna per discriminazione in ambito lavorativo verso le persone omosessuali. Inoltre, è da sottolineare il riconoscimento di un risarcimento del danno a un’associazione che si batte a tutela dei diritti delle persone LGBTI». Il denaro, dichiara Rete Lenford, servirà a finanziare «attività informative sui temi delle discriminazioni e di promozione di una cultura della diversità».

Il presidente Antonio Rotelli fa notare ancora come «questa sentenza si pone anche come monito verso le future affermazioni a carattere discriminatorio, in quanto riconosce che non ogni opinione è legittima; dichiarare pubblicamente di non voler assumere collaboratori sulla base del loro orientamento sessuale è una discriminazione punita dalla legge».

Per chi volesse saperne di più, rimando al sito dell’Avvocatura, in cui è  stata pubblicata l’ordinanza del Tribunale di Bergamo che ha emesso la sentenza.

Faccio altresì notare che mentre in parlamento e in certi partiti si gioca a fare i sottosegretari, a scrivere leggi contro l’omo-transfobia e a fingere di legiferare sui diritti delle famiglie gay e lesbiche, il mondo dell’attivismo LGBT porta a casa un risultato concreto. Questo a futura memoria di chi parla di inutilità delle associazioni.

Un ultimo affettuoso pensiero alle solite associazioni omofobe: si rassegnino. O in alternativa, continuino a leggere libri in silenzio nelle piazze italiane. A quanto pare, è l’unica cosa che gli rimane da fare. Loro avranno pure la chiesa, dalla loro. Noi abbiamo il diritto e la ragione e anche se la guerra è lunga, non è cosa da poco.

Tuo figlio non smette di essere gay? Dagli l’esempio: cambia orientamento

Amy Dickinson zittisce i genitori omofobi

Amy Dickinson zittisce i genitori omofobi

Ho trovato questa notizia su Facebook e ritengo opportuno condividerla anche qui:

Amy Dickinson cura la rubrica “Ask Amy” sul Washington Post in cui dà consigli di coppia e familiari. Una mamma “tradita” le ha scritto perché suo figlio di 17 anni “non la smette” di essere gay: «Non mi ascolta, magari ascolterà te».

La risposta di Dickinson è diventata virale: «Cara Tradita, dà l’esempio a tuo figlio cambiando la tua sessualità, così gli farai capire quanto possa essere facile. Provaci, smetti di essere etero: gli dimostrerai che la sessualità di una persona è una questione di scelta – dettata dai propri genitori, dalla chiesa e dalle pressioni sociali» e non l’essenza di ciò che sei. L’invito è di essere genitori fino in fondo e di amare i propri figli per quello che sono: «Se non sei capace di accettarlo» conclude la giornalista «c’è un’associazione di genitori di omosessuali che potrebbe aiutarti, Pflag.org (l’equivalente dell’italiana Agedo) contattali».

La migliore risposta che possiamo dare qui, noi in patria, ai vari fan club delle terapie riparative.

Per chi volesse leggere l’articolo completo, clicchi qui.

Matrimonio egualitario? La svolta post-sovietica di La Russa

La Russa propone leggi antigay nella Costituzione

L’Italia rischia di avere le sue prime leggi antigay. La notizia la danno sia il portale Gay.it, sia il blog Gayburg:

Ignazio La Russa ha presentato un progetto di legge costituzionale volto a modificare l’articolo 29 della Carta Fondamentale al fine di inserire un esplicito divieto divieto ai matrimoni gay. Il nuovo testo, infatti, prevederebbe che la famiglia si fondi «sul matrimonio contratto da persone di sesso diverso», che «l’adozione è consentita ai coniugi uniti in matrimonio» e che la legge possa stabilire «i vicendevoli diritti e doveri di coloro che, pur senza contrarre matrimonio, assumono l’impegno di convivere stabilmente».

A parte il fatto che si potrebbe sempre ricordare a Ignazio La Russa che il suo pensiero politico – a quanto pare non riesce a non essere fascista – è vietato dalla Costituzione che, se fosse stata applicata, lo vedrebbe nelle patrie galere già dagli anni sessanta, fuor di battuta c’è da registrare che questi loschi individui hanno gioco facile a proferir boiate simili grazie al contesto politico-culturale in cui ci ritroviamo attualmente.

Facendo il riassunto delle puntate precedenti, tale contesto è stato inaugurato dai DiCo, per cui è passata l’idea che gay e lesbiche debbano essere depositari/e di diritti inferiori rispetto a quelli delle persone eterosessuali. Sulla stessa falsariga troviamo sia la legge di quel campione di mediazione che è stato Scalfarotto – legge che sdogana l’omofobia, innalzandola a forma di libertà di pensiero – sia, ciliegina sulla torta, le civil partnership di Renzi – e successive evoluzioni – che riaffermano il dato culturale che le famiglie LGBT non debbano essere equiparate per legge alle famiglie eterosessuali già a cominciare dal nome matrimonio.

La filosofia è quella: per le persone LGBT deve vigere un sistema di (non) tutele a parte. Se non ci fosse un retroterra culturale per cui le famiglie formate da gay e lesbiche sono depositarie di diritti a metà nessuno si potrebbe permettere questo tipo di discorsi (così come non avviene per le altre minoranze, garantite costituzionalmente).

Giustamente La Russa cerca solo di dare dignità omofobo-istituzionale ad un processo inaugurato da altri prima di lui. Con ogni buona probabilità non se ne farà nulla, ma se può far ancora parlare di sé agitando argomenti migliori del peggior regime post-sovietico (nomen o men?) dobbiamo dire grazie anche a chi gli ha spianato la strada: un partito che di democratico ha solo il nome, come dimostrano le ultime cronache parlamentari sulle riforme.

Oggi sul Fatto Quotidiano: “Il giallo delle civil partnership: l’assassino è il Pd”

Il Pd ucciderà ancora le speranze della comunità LGBT?

Lo dico da anni. E l’ho anche scritto, altrove:

Se la questione Lgbt italiana fosse un giallo, invece della tragicommedia alla quale siamo costretti/e ad assistere, avremmo la vittima prescelta (i diritti di milioni di persone), testimoni sgomenti (le associazioni) e il solito maggiordomo su cui far ricadere ogni sospetto (i partiti di governo). Rispetto al classico delitto di mezzanotte, tuttavia, qui in Italia assistiamo a una singolarità: ci troviamo di fronte a un pubblico che non si accorge che si consuma un crimine ai danni della gay community.

Resta da capire come si comporterà la componente LGBT del partito… il resto lo potete leggere sul Fatto Quotidiano di oggi.

Civatiani e sinistra Pd votano l’omofoba Toia in Europa

Patrizia Toia, omofoba e capodelegazione del Pd in Europa

La notizia è che Patrizia Toia è stata eletta a capo-delegazione del Pd al Parlamento Europeo. Per sapere chi è questa gentile signora – che sulle questioni LGBT ha un approccio filosofico da santa inquisizione e la sensibilità di una sentinella in piedi – basterà ricordare che ha posizioni su matrimonio egualitario, diritti civili e autodeterminazione della donna che la collocano più vicino a un Giovanardi che a un Civati: ricordiamo come ha votato per il rapporto Estrela. Fa specie, dunque, che eurodeputati/e LGBT o gay-friendly abbiano deciso di avallare tale candidatura.

Scrive Daniele Viotti, europarlamentare del Pd, in una sua nota su Facebook:

Credo sia necessario un chiarimento riguardo il ruolo del capodelegazione al Parlamento Europeo: il nostro partito ha già un capo politico a Bruxelles, il suo nome è Gianni Pittella e, qualche settimana fa, è stato eletto a larghissima maggioranza capogruppo PSE, guidando così 191 deputati da 28 paesi diversi. Patrizia Toia avrà un ruolo diverso, di coordinamento nell’organizzazione interna della nostra delegazione. Non si è trattato di un congresso né tantomeno di una scelta ad alto contenuto politico: Patrizia Toia e Antonio Panzeri sono entrambi ottimi deputati, hanno grande esperienza e conoscono bene il Parlamento Europeo.

Adesso, definire “ottima deputata” un’omofoba antiabortista è una contraddizione in termini. Ma fa parte dell’anima del partito in cui Viotti si ritrova a lavorare e ne prendiamo atto. Rimane il problema simbolico di questa candidatura, che è anche politico. Toia rappresenta una voce specifica, non è una qualunque. Si dà un segnale a certa cultura che viene comunque rappresentata, fosse anche per questioni meramente “funzionali”. In altri termini: se io fossi nell’antimafia e votassi, fosse anche per una candidatura di mera rappresentanza, qualcuno che sostiene che con certe forme di malavita si deve convivere, quanta credibilità avrei poi in quella che è la mia battaglia qualificante? La questione sta tutta qui.

Civatiani e sinistra “laica” hanno dunque dato il loro voto a una collega di partito omofoba e antiabortista. Poi mi spiegheranno, dopo questo precedente, quale sarebbe il discrimine per non votare una legge Scalfarotto, per dire sì a un futuro rapporto Estrela, per ribellarsi ai DiCo o ulteriori finanziamenti a scuole confessionali (quelle che licenziano le insegnanti lesbiche) e tutto il male a cui siamo stati/e sottoposti/e negli ultimi anni.

Un pensiero affettuoso, infine, a chi ha votato il Pd alle europee, «perché io sostengo i candidati pro-LGBT». Gli stessi, adesso, hanno votato per un’omofona come propria rappresentante. Meraviglie del 40,8%.

Transatlantici gay e il piccolo mare dell’omofobia

stupidità omofoba

stupidità omofoba

Questa immagine – che sta girando sui social network – descrive perfettamente l’universo mentale del fronte omofobo. Ci rappresentano come una specie di Titanic, come una Costa Concordia che si dirige a tutto spiano contro una scogliera, pensando di voler sovvertire la logica: ci immaginano come una nave che invece di capire che sulle rocce si rischia di affondare, pretende che le rocce si spostino.

Credo che la metafora della nave e del faro, sia invece molto azzeccata. Va da sé che se sono su un’imbarcazione e vedo un pericolo, lo scanso e faccio in modo che altri evitino di finirci sopra. Ma dopo procelle, acque burrascose e lidi poco propizi – che potremmo definire come le reazioni omofobiche alle nostre vite – abbiamo tutto il diritto di essere accolti in porti sicuri come tutte le altre persone. Di essere accolti nel porto del diritto e del rispetto.

Loro, quelli/e del fronte omofobo, andrebbero quindi rappresentati/e come quel pescatore un po’ scemo che pensa che far circolare i transatlantici rainbow renda il mare più piccolo. Quando è evidente, invece, che l’oceano è altrettanto grande per poter permettere a tutti/e di salpare verso il largo e verso orizzonti meno angusti rispetto al punto di vista di chi produce vignette sostanzialmente stupide e, se vogliamo dirla tutta, piuttosto brutte e poco attraenti.

Perché la realtà, piaccia o meno, è questa. Poi facciano un po’ come vogliono.