Sinodo e gay: parole nuove, ma stesse idee

il sinodo apre davvero alle persone LGBT?

Le parole scaturite dal sinodo dei vescovi sull’accoglienza delle persone omosessuali vengono salutate da molti e molte come una novità assoluta, come un’apertura senza precedenti, come il cambio di passo del Vaticano rispetto alla questione dei diritti civili. Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay, in qualità di gay credente nota parole nuove che gli riempiono il cuore di gioia. Sergio Lo Giudice, senatore del Pd, scrive su Facebook «A questo punto alleiamoci direttamente col Vaticano e lasciamo perdere gli integralisti omofobi di NCD».

Ma quali sono queste parole nuove che dovrebbero colmarci di gaudio e farci giubilare come in una domenica di Pasqua?

Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana. Siamo in grado di accogliere queste persone garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare la chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di essere, accettando e valutando il loro orientamento sessuale senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio? La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa.

Adesso, che tra queste parole e quelle di Ratzinger che faceva coincidere il matrimonio egualitario ai pericoli intrinsechi in una guerra ci sia un abisso è cosa più che evidente. Ma Benedetto XVI era un estremista ultraconservatore. In altri termini: ci vuole veramente poco ad essere migliori. Oltre le questioni di forma, tuttavia, bisognerebbe anche capire qual è la sostanza effettiva di certe dichiarazioni.

Quanto detto dal cardinale Peter Erdo, lascia intravedere per lo più uno “spazio di fraternità” – che non è piena inclusione, soprattutto dentro un sistema di fede che concepisce la società su struttura gerarchica – e si pone la questione se la comunità cristiana possa accogliere le persone LGBT senza rinunciare alle proprie idee su famiglia e matrimonio.

Sembra quindi che oltre Tevere si sia disponibili ad abbassare la tensione sugli attacchi contro gay e lesbiche, mantenendo inalterato il concetto di peccato – che non viene minimamente riconsiderato – e soprattutto la visione tradizionalista e conservatrice di una società che si struttura sul matrimonio di tipo religioso.

Adesso, io sono anche contento che un gay credente si possa sentire rincuorato dal fatto che la sua chiesa non lo tratterà più da “frocio”, ma solo da peccatore, ma nel mondo dei giusti il concetto di rispetto si costruisce su altri presupposti. Ma, ribadisco, questa è questione interna a chi non ha il dono di non avere una fede. E lì taccio.

Più problematico il fatto che un senatore della Repubblica cerchi l’alleanza con queste persone, ribadendo di fatto che il proprio partito è ostaggio – su questi temi come su altri, con tutta evidenza – di uno psedo partitino omofobo. Lo Giudice fa outing e dimostra, forse inconsapevolmente, l’inadeguatezza della classe dirigente di essere autonoma rispetto alle questioni dei diritti civili.

E qui il problema non è più di tipo privato, ma politico e quindi pubblico: è davvero necessario l’avallo delle istituzioni religiose per poter legiferare in materie come matrimonio egualitario, omogenitorialità, legge contro l’omofobia e trattamento di fine vita? Anche perché dalle parole che leggo, se la chiesa da una parte sta indietreggiando su generici riconoscimenti delle convivenze, dall’altra mantiene inalterate le sue posizioni su matrimonio e famiglia. Il senatore Lo Giudice quando arriverà il momento di votare sulle unioni civili, come si comporterà? Aspetterà il benestare di qualche vescovo, ne seguirà le indicazioni o propenderà per quella laicità dello Stato che dovrebbe essere recinto di garanzia per tutti e tutte, credenti inclusi/e?

Credo sia preoccupante che due ex presidenti di Arcigay vadano in brodo di giuggiole nei confronti di parole che non si discostano di molto da quello che la chiesa ha sempre detto sulle persone LGBT, indicate come fautrici di peccato, sempre da condannare, ma da comprendere e accettare in quanto esseri umani. Poi per carità, i toni sembrano più morbidi, ma le diffidenze da quella parte ci sono tutte, per il momento. Evidentemente il poter essere accettati in chiesa, in una panca a parte e magari col permesso di vedere che gli altri prendano la comunione per qualcuno è rassicurante.

In uno stato laico e pienamente democratico – in una parola soltanto, libero – una classe politica seria dovrebbe comportarsi in modo diverso, a parer mio. Innanzi tutto, non andare in brodo di giuggiole nei confronti della più piccola apertura che andrebbe valutata con ogni cautela possibile . In secondo luogo, agire nell’interesse superiore della collettività e nel rispetto delle minoranze. Piaccia o meno a sacerdoti, rabbini o imam. Da noi questo passaggio essenziale deve diventare patrimonio comune. A cominciare da chi, fino a ieri, si faceva paladino della causa LGBT e che oggi si riscopre un po’ più guelfo del dovuto.

Le bugie sul gender (e il troll sfigato secondo natura)

diapositiva di un troll

Ieri ho scritto un articolo sul Fatto Quotidiano sulle bugie di chi attacca il “gender”. Uno dei soliti troll di professione – o sfigati per decreto, fate un po’ voi – ha risposto con il solito mantra, per cui l’ideologia gender vorrebbe imporre una visione distruttrice dell’identità sessuale, che si vuole abbattere la natura, che l’identità sessuale è solidamente legata al genere di appartenenza, ecc…

Ho risposto per punti:

1. non lo dice l’ideologia gender (che non esiste nemmeno), lo dice la psicanalisi che l’identità sessuale è un insieme di fattori (tra cui anche quello biologico)

2. nessuno mette in discussione l’eterosessualità. Se sei maschio e ti piacciono le donne va benissimo. Se sei maschio, ti piacciono le donne e pretendi che piacciano a tutti gli altri maschi, è un abuso. Come lo sarebbe se un gay imponesse a un etero di andare con uomini

3. studi di psichiatria, medicina, sociologia e altre discipline – che si incontrano nei cosiddetti studi di genere – danno fondamento scientifico a quanto esposto e cioè che il genere è una costruzione sociale

4. se avere un corpo maschile o femminile ci rendesse “naturalmente” in un certo modo, ci sarebbero solo una tipologia di maschi e una tipologia di femmine. Così non è. Esistono donne androgine e donne più affini al canone “classico”. Idem per gli uomini. Un uomo effeminato (o meglio, fuori canone) non deve essere preso in giro per questo. È così difficile da capire?

5. l’identità di una persona non nasce precostituita, ma è un insieme di fattori, biologici, fisiologici, ambientali, culturali e sociali. Per qualcun altro, invece, l’identità umana è segnata a priori dall’insegnamento di chiese e dogmi. Io tengo in considerazione le svariate combinazioni di quei fattori che possono produrre molta ricchezza umana. Per gente come lei c’è un solo modo di essere uomini e un solo modo di essere donne. Chi è che priva di identità chi?

Dopo di che vi invito a leggere il mio articolo e a considerare un’evidenza: questa volta i troll-sfigati secondo natura si sono arrabbiati davvero. Forse ho colto nel segno. Voi che dite?

Piagnisteo democratico

Ilda Curti, Pd

Ilda Curti, Pd

Scrive Ilda Curti, consigliera comunale ed assessora del Pd a Torino, nonché civatiana:

Dal programma per le Primarie di Matteo Renzi ‪#‎cambiaVerso‬
1. Ius soli
2. Quote rosa
3. Coppie gay: civil partnership, stepchild adoption
4. Violenza e odio: approvazione di una legge contro l’omofobia e contro la violenza sulle donne.
5. Testamento biologico.
No, l’abolizione dell’art.18 non c’era. Il resto si. Se la politica è compromesso (e vabbè) le frontiere ideologiche si forzano anche nell’altro verso. Non pervenute azioni di forzatura sui punti da 1 a 5. Gli unici “simboli ideologici” da forzare evidentemente sono i nostri ‪#‎QuousqueTandemAbutere‬

Vorrei ricordare a Curti che questo succede quando si sta in un partito che di sinistra ha solo l’elettorato: quello che per altro si fa piacere qualsiasi cosa, perché poi non è così diverso dai cattolici con cui litigava negli anni sessanta in quanto a dogmatismo.

E questo, insieme a molte altre cose, dimostra quello che ho sempre sostenuto: il Partito democratico è uno dei più grandi errori della storia dell’Italia contemporanea, dopo il fascismo (che ha distrutto la libertà in questo paese) e il berlusconismo (che ha ridicolizzato e ferito la democrazia).

Con l’avvento del Pd si sta distruggendo il concetto di sinistra, rendendolo uguale a quella destra post-ideologica, ultraliberista e possibilista in fatto di convivenza con malaffare, disprezzo delle regole, depotenziamento democratico.

Ci sono molte persone per bene dentro il Pd, questo l’ho sempre pensato. Ma cos’altro deve accadere per capire che continuando a rimanere in quel soggetto non si fa altro che dare ossigeno a quelle forze che poi, con la loro azione politica reale, inducono Curti, Viotti e Civati stesso a scrivere cose del genere? Non sarebbe l’ora di depotenziare questo progetto autoritario e antidemocratico? Per andar dove, mi si chiederà. Vi ricordo che alle ultime europee il 45% degli elettori e delle elettrici se ne è rimasto a casa. Vogliamo cominciare da lì? A meno che non si concepisca il proprio agire politico solo come piagnisteo, va da sé.

I gufi e gli allocchi del regno renziano

allocchi renziani?

Stamattina sono rimasto a casa, per via della tonsillite. Adesso, lasciamo anche stare che era dal marzo del 2010 che non ne avevo una, che nei giorni scorsi pronunciavo proprio frasi come “è da un botto che le tonsille non si fanno sentire” e che per questo peccato di hybris sono stato punito. Ma un altro errore l’ho fatto, ed è stato quello di accendere la televisione su Omnibus, per ingannare la noia dell’attesa della visita fiscale.

In studio c’erano diversi personaggi, tra Pd, sindacato e immancabile opinionista pro-Renzi o simil tale. Nel caso specifico, questo ruolo è stato coperto da Michele Boldrin, leader di “Fare per fermare il declino”, forte dei suoi manco settemila voti alle ultime europee e dello 0,7% del suo partito catto-liberista, Scelta Europea, dove poi è stato candidato. Il ruggito dell’afide, in altre parole. Eppure, dall’alto del suo “enorme” consenso elettorale, si è permesso di sbeffeggiare la rappresentante della CGIL quando ha parlato di diritto al riposo del lavoratore. L’argomento del giorno era, per chi non ha seguito la puntata, l’abolizione dell’articolo 18. Quella cosa per cui, non si capisce bene perché, il fatto che chi lavora possa essere licenziato/a perché del sud, o omosessuale, ecc. Anche se oscure mi sembrano le ragioni per cui licenziare senza giusta causa dovrebbe garantire un futuro radioso a chi cerca lavoro. Questo mistero è ancora lontano dall’esser risolto, eppure Boldrin dileggia i suoi interlocutori e il Pd pare orientato alla demolizione dei diritti per rendere questa società migliore. Come se si limitasse il diritto di voto per fare dell’Italia un paese più democratico… ah, scusate, mi informano dalla regia che lo hanno fatto già, sia con le elezioni intermedie, sia con l’abolizione del bicameralismo perfetto.

E insomma, paleso il mio malessere su Twitter e anche lì, arrivano le groupie renziane a ricordarmi quanto sia benefico per lavoratori e lavoratrici il fatto che altri lavoratori e altre lavoratrici possano perdere il lavoro perché non cattolici, incinte, di opinioni politiche diverse e via discorrendo. Mi domando in che modo, ma nessuno sembra avere la risposta. Ovviamente, la colpa sarà mia che ci gufo sopra e non degli allocchi che si bevono qualsiasi cosa provenga da palazzo Chigi…

E a proposito di rapaci notturni. Ho pure fatto notare – sempre per ingannar la noia dell’attesa di questo medico che non si decide a venire – su Facebook stavolta, che un titolo di Repubblica parla di “cambiamento violento” in merito all’abolizione dell’articolo 18 e alle riforme renziane. Se lo avesse detto Grillo, ho detto, in quanti avrebbero scomodato i cadaveri di Benito e Adolf? “Renzi può”, mi è stato risposto. Dopo di che ho ricordato anche al mio giovane interlocutore che continuando di questo passo saremo sempre più senza diritti in un quadro di garanzie sempre più blande. Qual è stato il suo commento? “Gufo!”… ma guarda un po’!

La mia amica Caterina Coppola mi ha fatto notare che la storia degli ottanta euro, ormai agitata in tutti i talk show del regno (renziano) sono l’equivalente di “e allora le foibe?” di post-missina memoria. Tu parli di crisi economica, di problemi di riscaldamento globale e del dilemma dei profughi in Medio Oriente e il renziano di turno ti ricorderà che in busta paga ti trovi manco cento euro in più (senza dirti che prendono la cifra completa solo i lavoratori più benestanti, ma pazienza).

Su questa falsariga credo di poter ammettere che utilizzare la parola “gufo” sia reazione pavloviana ogni qual volta fai notare al sostenitore o alla sostenitrice dell’ex sindaco di Firenze che le cose non sono così semplici come si sente proferire in annunci trionfalistici che non trovano solidi agganci con la realtà quotidiana. Un po’ come se avvenisse una situazione del genere

Renziano: “Che giornata meravigliosa! Andiamo al mare?”
Non renziano: “Mah, veramente il cielo è nuvoloso e promette pioggia…”
Renziano: “Gufo!”

o ancora

Renziano: “Ti andrebbe uno straordinario cappuccino?”
Non renziano: “No grazie, sono allergico al lattosio e…”
Renziano: “Gufo!”

La lista degli esempi potrebbe continuare a lungo. Io intanto aspetto il medico, rimuginando sul fatto che un domani possa essere licenziato per problemi di salute – se eliminano l’articolo 18 sarà possibile, che vi piaccia o meno – e di certo non farò l’errore di accendere di nuovo la TV. Un peccato alla volta, per carità.

Daniza e la goccia che fa traboccare il vaso

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l’orsa Daniza e i suoi cuccioli

Cerchiamo di capirci, almeno su un paio di concetti fondamentali.
Il primo: non è solo la storia di un orso, anzi, di un’orsa.
Il secondo: non è un capriccio da animalista o da ambientalista, non è una questione di moda, di puntiglio. Non è per rompervi le palle, in buona sostanza.
Infine: non è che avere a cuore la sorte di un animale e dei suoi piccoli renda meno sensibili verso altre questioni, sicuramente più urgenti e fondamentali per le sorti ultime dell’umanità.

Sì, perché è vero che la questione dell’orsa Daniza ha scatenato lo sdegno di migliaia di persone – diciamo pure: dell’opinione pubblica – e ha lasciato sostanzialmente indifferente l’altra parte. È successo mille altre volte con fatti più o meno contemporanei, dall’ebola all’omicidio di turno, dai marò all’immissione in ruolo dei precari. C’è chi è più sensibile e chi se ne frega. Per cui, il fatto che qualcuno si interessi dell’uccisione di un plantigrado rientra nelle umane cose.

Come dite? L’Isis, la questione ucraina, la strage dei cristiani? E chi ha mai detto che non sono importanti? Solo che, a differenza di Daniza, a occuparsi di queste cose ci sono l’ONU, la NATO, gli USA, l’UE. A occuparsi dei destini di un animale pare esserci solo lo sdegno popolare.

E ancora, diciamocelo davvero, l’assurdità di questa vicenda sta in tutta la sua evoluzione: abbiamo un signore che, contrariamente a quanto scritto e raccomandato da chiunque frequenti i boschi, ha visto i cuccioli di un orso è ha fatto la boiata di avvicinarsi troppo. Quando bastava scappare a gambe levate il prima possibile. Quindi, se poi arriva mamma orsa e fa quello per cui è programmata, non è che poi possiamo lamentarci. Si chiama legge della natura. E non vale o non dovrebbe valere solo per negare i figli ai gay (è una provocazione, sia ben chiaro, visto che sono per tutte le forme di omogenitorialità).

Poi abbiamo un’amministrazione che si mostra, a detta degli esperti, incapace di gestire una situazione simile. Perché ok, l’orsa ha aggredito una persona forse un po’ troppo superficiale e se ne è andata in giro a mangiare pecore. Catturandola cosa speravano di fare? Rieducarla al rispetto delle regole del mondo civile? Un animale selvatico è, per definizione, da selva. Deve vivere nei boschi, in altre parole. A meno che non si abbia la pretesa di insegnargli le buone maniere attraverso l’uso di un buon manuale. E capisco che il nord è pieno di leghisti, ma a tutto c’è un limite.

Infine c’è l’incapacità di chi, per addormentarla, l’ha ammazzata. Con buona pace dei cuccioli che molto probabilmente moriranno. E pazienza se il sentimento di qualcuno – che prima ancora che ecologista, animalista o “animalaro”, come ho letto nei social e in qualche sito un po’ troppo permissivo (strano, eh?) con la vivisezione, è di umana pietà – se ne risente. Ci sono cose più importanti che però, chissà perché, vengono sempre frapposte di fronte a questioni come questa, per poi ritornare nel dimenticatoio.

A me dell’orsa Daniza dispiace un botto, penso si sia capito. E questo non significa che me ne frego di quello che succede in Iraq o in Siria. E se provo umana pietà e decido di palesarlo, è un mio diritto esprimere questo sentimento. E se a qualcuno sembra eccessivo, se si rompe le palle, se sbuffa di fronte a tutto questo, forse dovrebbe considerare l’eventualità, tutt’altro che remota, che lo stronzo è lui. Non venir toccati di fronte all’ennesimo abuso del genere umano rispetto una natura e un pianeta che stiamo distruggendo, forse il problema reale sta tutto qui.

Poi vorrei vedere dove sono queste persone, tutte annoiate dal lamento degli “ambientalisti” – ed io non lo sono, per intenderci ma non considero l’ambientalismo una parolaccia, semmai un valore – quando si tratta di risolvere problemi di ben più grave portata. E non perché io lo pretenda, ma lo dite voi che c’è roba più urgente a cui prestar attenzione. Ebbene, mi chiedo e vi chiedo, dove siete stati voi fino a questo momento di fronte ai mille sfaceli ben più importanti della vita di un’orsa? No, perché non so se ve ne siete accorti, ma il mondo continua a essere una merda nonostante il vostro benaltrismo.

Detto questo e ritornando al discorso di cui sopra: non è solo una storia andata male, una cosa su cui far spallucce. È il risultato dell’arroganza della specie dominante. La stessa che inquina i fiumi, contamina la terra, distrugge le foreste e scioglie le calotte polari. Per questo, di fronte a tutto questo sfacelo – forse altrettanto importante della guerra in medio oriente, soprattutto per i destini ultimi dell’umanità – anche la più piccola goccia fa traboccare il vaso e genera sdegno.

Gli 11 settembre

11settembre1973

ci sono due 11 settembre

11 settembre 2001: ricordo che ero in giro a Catania. Cercavo casa. Mi chiamò un’amica al telefono, Katia, per avvisarmi: «accendi subito la TV!» Venni poi a sapere, chiamando a casa. Andai subito all’associazione in cui facevo volontariato, per cercare di capire meglio. Perché era tutto troppo confuso, troppe parole, le stesse della paura. Trovai Lucia, un’altra amica, che mi disse: «lo sai che siamo in guerra, vero?»

Avevo ventisette anni, quel giorno. E tutto si è avverato, così come mi è stato detto.

11 settembre 1973: il Cile sprofonda in una dittatura sanguinosa e crudele, grazie al supporto del mondo occidentale. Il presidente Allende, socialista e democraticamente eletto, venne spodestato per gli interessi dell’occidente. Lo stesso che appoggia i golpe militari, ma che poi prova orrore per il terrorismo.

Obbrobri maschilisti

Schermata-06-2456447-alle-20.25.29Un occasionale ma (a modo suo) solerte lettore mi pone alcune questioni circa il mio articolo su Renzi e il suo tentativo di immettere in ruolo tutto il corpo docente. Riporto fedelmente e integralmente il commento in questione:

Mi dica professore, ai sui studenti che non usano pedissequamente le forme “gender correctly” (“che i/le docenti vengano valutati/e /e”, “essere licenziati/e in tronco e altri/e che facevano” ecc…, da cinque o in quel caso si arrende all’italiano, usa anche nelle dispense in classe tali obbri linguistici?

Nell’ordine, notiamo:

  1. “ai sui studenti” invece di “ai suoi”
  2. la parentesi aperta dopo “gender correctly” non viene poi chiusa
  3. la forma “valutati/e /e” ha una e in più che nell’articolo originale non c’è
  4. da cinque” invece di “dà cinque”
  5. uso creativo (per usare un eufemismo) della punteggiatura ed evidenti problemi con il corretto uso del punto interrogativo
  6. “tali obbri linguistici” in luogo di “tali obbrobri”

A tutto questo faccio notare che il mio articolo non era sull’uso “gender correctly” della lingua italiana – alla quale il nostro lettore è così affezionato da preferire l’inglese per indicare il tipo di ansia linguistica che lo anima – ma riguardava questioni di politica scolastica. Per cui ne risente anche l’interpretazione del testo, visto che l’intervento del nostro è largamente fuori tema. 

Il problema, tuttavia, sembra essere il tentativo da parte mia di dare uguale rappresentanza – quando è possibile – sia al genere maschile sia al genere femminile, per una questione di equità sociale. Piaccia o meno, i cambiamenti linguistici avvengono proprio rimodulando il linguaggio. Non capisco, d’altronde, perché questa mia preoccupazione per l’uso linguistico debba portare a dubitare della mia professionalità. Che ci sia della cattiva fede?

Ho comunque risposto così al mio gentile amico: 

se nel suo disastrato commento mi sta per caso domandando se io mi lasci influenzare dalle mie idee politiche nella valutazione dei miei allievi e delle mie allieve, la risposta è no. A scuola si valuta il/la discente in base a criteri rigorosi, secondo un programma di studi definito.

Aggiungo, a questa riflessione, un’altra: piuttosto che preoccuparsi degli “obbrobri” linguistici degli altri, forse per questioni legate alla disaffezione del concetto di parità tra i generi, fossi in lui mi dedicherei a migliorare il mio idioma. Giusto per non ricorrere ad “obbri” sostanzialmente ignoranti oltre che dal vago sapore maschilista.

Riforma Renzi: la buona s(cu)ola?

insegnanti o migranti?

insegnanti o migranti?

Il piano di Renzi di assumere già da settembre centocinquantamila insegnanti fa molto discutere, lascia diverse perplessità e, ça va sans dire, è già spacciato dalla stampa di regime come la panacea di tutti i mali che hanno afflitto in questi anni il sistema della pubblica istruzione.

A tal proposito, si è già scomodato Twitter e l’hashtag  è diventato il nuovo mantra quotidiano. 

Adesso, va da sé che l’idea di assumere tutti i lavoratori e le lavoratrici che da anni vengono sballottati/e da un istituto all’altro – in condizioni di precariato economico ed esistenziale – è una misura più che auspicabile, così come trovare la cura definitiva per il cancro, arrivare alla pace nel mondo, alla tutela dell’infanzia fino a raggiungere le più alte vette dell’amore universale. 

Il dilemma è: come si farà questa “rivoluzione”? Concretamente, intendo. Magari senza tirar fuori risposte come questa:

Problema numero uno: c’è la copertura finanziaria? A leggere i giornali, anche quelli che si sono trasformati nell’ufficio stampa del presidente del Consiglio, occorre capire quanti sono i soldi effettivi e dove vanno presi. Problema non da poco, visto che assumere un/a insegnante significa pagare stipendi, eventuali malattie, maternità, congedi, ferie, contributi, ecc.

Problema numero due: i costi sociali. Il Fatto Quotidiano denuncia prospettive piuttosto preoccupanti, soprattutto quando si leggono, nell’articolo di Marina Boscaino, parole quali:

I docenti, valutati dai dirigenti, si renderanno disponibili al momento dell’assunzione alla mobilità non solo fuori dalla provincia, ma – se necessario – anche fuori dalla regione. Il tutto in una professione che ha indici di femminilizzazione altissimi.

insomma, se questo fosse vero c’è il rischio che la prof Luisa Rossi di Perugia venga sballottata in un paesino della provincia udinese – le piaccia o meno – e sia costretta a lasciare a casa (magari appena comprata e con mutuo da pagare) marito e figli/e. Tale procedimento nel vocabolario della lingua italiana avrebbe una parentela semantica con il concetto di “deportazione”. Da ricordare la prossima volta che sentiremo l’intellighenzia piddina riempirsi la bocca di parole come “famiglia”. 

Problema numero tre: l’apertura ai privati. Può un sistema pubblico consegnato all’arbitrio dei privati garantire quella pluralità che dovrebbe essere alla base del sistema scolastico pubblico? Cosa sarebbe di problematiche come la laicità dello Stato, la libertà religiosa, l’autodeterminazione dell’individuo, i temi etici, la questione LGBT, ecc, in un contesto che viene controllato ad esempio da cooperative religiose di un certo tipo? Quali garanzie di rispetto di tutte le differenze verranno date rispetto a questa prospettiva? Al momento non è dato saperlo.

Dulcis in fundo: lo strapotere dei/lle dirigenti. Poiché non viviamo in un paese scandinavo ma in una nazione che basa la sua vita democratica sull’inciucio, il nepotismo, il privilegio e il mantenimento di forti squilibri socio-culturali, c’è il rischio tutt’altro che scongiurabile che le presidenze diventino piccoli centri di potere basati sui favoritismi. Una norma siffatta dovrebbe prevedere l’impossibilità di assumere parenti e personale legato alla dirigenza da rapporti personali di vario tipo. Perché a pensar male si fa peccato, ma l’Italia – forse anche per le sue matrici cristiane – del peccato sembra esser patria, in tutte le sue declinazioni possibili: mazzette, soprusi, mobbing, omofobia e via discorrendo.

Tralascio altri aspetti, sia per non mettere troppa carne al fuoco, sia perché non ne ho competenza (scatti salariali, meritocrazia, ecc). Non sono contrario pregiudizialmente al fatto che i/le docenti vengano valutati/e – e, possibilmente, non “giudicati” come ha detto il premier, visto che non stiamo parlando di delinquenti ma di professionisti/e – e che lo stipendio venga calcolato sulle competenze effettive di chi lavora. Ho visto insegnanti che meritavano di essere licenziati/e in tronco e altri/e che facevano il lavoro di due-tre persone per far funzionare tutto. Ben venga quindi un sistema più equo. Ma troppe sono le questioni in sospeso e il sospetto che si tratti dell’ennesimo annuncio cui seguirà il solito niente o un più originale “peggio di prima” è più che giustificato. Vedremo cosa accadrà.

Unioni civili: Renzi pensa all’apartheid, Alfano detta la linea

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unioni civili renziane: nuove panchine per “froci”?

Qualche giorno fa Aurelio Mancuso, una delle maestranze LGBT nel Partito democratico, su Twitter gioiva del fatto che nel programma “Mille giorni” fossero sparite le unioni civili. Il fatto, in verità, era già grave di per sé: la piena dignità della persone LGBT e dei loro affetti non è prevista in quello che dovrebbe essere l’ennesimo (e velleitario) piano di salvezza della nazione, la sua riqualifica morale e la sua proiezione verso le magnifiche sorti progressive della democrazia compiuta, di tipo europeo. Come a dire: la civiltà sta da una parte, i gay dall’altra.

Mancuso, ovviamente, parlava in buona fede: consapevole che il suo governo avrebbe potuto partorire solo l’ennesimo orrore legislativo – e questo la dice lunga sullo stress psichico al quale sono sottoposti i gay che militano dentro il Pd – la prospettiva di lasciar fare alle due camere, magari con maggioranze trasversali, era più accattivante. Peccato che il parlamento e il suo partito siano gli stessi che hanno prodotto la legge Scalfarotto… Ma si capisce pure che quando fai il gay di partito non hai quell’agibilità politica che ti permette di essere lucidamente critico verso un governo di cui non ti fidi e un partito che non ti (pre)vede, proprio perché gay.

Ad ogni modo, Mancuso aveva ragione: nella prospettiva che si facesse una legge a totale svantaggio delle famiglie arcobaleno, meglio lasciare le cose come stanno. Alla peggio la senatrice Cirinnà avrebbe avuto il suo fulgido momento di gloria, seguito dalla polvere del cassetto in cui sarebbe stato accantonato il suo testo. Lo stesso cassetto, per intenderci, in cui è stato sepolto il ddl contro l’omofobia.

E invece no. Il governo le mani sulle unioni civili ce le vuole mettere eccome! E con una di quelle peripezie che solo un partito come il Pd potrebbe concepire che, a sentire l’Huffigton Post, anche l'”ala progressista” del partito – mica una pleiade di deficienti qualsiasi – la bolla come un errore. Sia perché rallenterebbe i lavori già avviati in commissione Giustizia, sia perché, in altre parole, fa proprio schifo: perché si vogliono fare sì le civil partnership, «ma con un approccio legislativo differente per renderlo meno indigesto a coloro che si oppongono alle unioni omosessuali». E cioè: «Il testo Cirinnà è molto semplice perché rimanda sostanzialmente ai diritti delle coppie coniugate, un dettaglio che suscita lo sconcerto dei cattolici nonostante non sia prevista l’adozione. Il governo vuole invece imitare il procedimento legislativo adottato dalla Germania, che ha creato una legge ex novo come unica fonte normativa per le unioni civili».

Insomma, traducendo: il testo Cirinnà ha l’errore di equiparare i diritti delle coppie gay e lesbiche a quelli del matrimonio e i cattolici non vogliono. La filosofia del nuovo testo pare orientata – se l’Huffington dice il vero – a mettere nero su bianco che questi diritti, pur analoghi, non hanno nulla a che fare con esso. Si vogliono riconoscere i diritti, e bisogna poi vedere quali, ma non le unioni in altre parole. Come fu con i DiCo.

La soluzione, dunque? Creare un istituto a parte, un vero e proprio ghetto giuridico, dove infilare le vite di gay, lesbiche e prole annessa. Questo istituto a parte – che di fatto sancisce, come in diversi paesi post-sovietici, che il matrimonio è solo tra uomo e donna – dovrà poi passare sotto la scure della mediazione con il gruppo di Alfano e con Scelta Civica, quei due gruppuscoli di miracolati omofobi che hanno già tuonato contro le stepchild adoption e contro la reversibilità della pensione. 

Il rischio, dopo mesi di fanfara mediatica a cui hanno contribuito anche numerosi elementi gay e qualche testimonial lesbica, è di ritornare sul vecchio mantra: “meglio poco che niente”. E in nome di questo si potrebbe arrivare in conclusione a un DL che non prevede nessun diritto matrimoniale, ma pochi provvedimenti di natura privata. 

Possiamo dire grazie, nell’ordine:

  • al presidente del Consiglio, che voleva portarci in Europa anche sui diritti civili e ci sta scaraventando nel Sud Africa degli anni settanta
  • ai gay e alle lesbiche presenti nel Pd, che non sanno più cosa fare per convincere se stessi/e ed altri/e della bontà del loro partito, ma ormai ridotti all’equivalente di “servizio buono” da mostrare nelle occasioni ufficiali (che non si dica che nel Pd non ci siano froci in casa)
  • alla popolazione LGBT che ha contribuito a regalare a Renzi quel 40,8% con cui non solo sta distruggendo la democrazia nel nostro paese, ma in virtù del quale farà un provvedimento – semmai ci riuscirà – che sancirà la definitiva separazione tra diritto per la cittadinanza tutta e leggi ad hoc per la gay community. Roba da chiedervi i danni, morali e fisici.

Ovviamente c’è il rischio che nemmeno quest’ennesima legge blanda e offensiva veda la luce, considerando anche il fatto che, con tutta evidenza, su certi temi sono proprio l’Avvenire e il Nuovo Centrodestra a dettare la linea a Renzi. Ma esattamente come per la legge Scalfarotto si porrà un nuovo tassello a vantaggio dell’omofobia in questo paese: ieri, l’odio verbale contro gay, lesbiche e trans è passato come forma di pensiero da tutelare (grazie ancora Ivan) e domani i nostri sentimenti potrebbero essere definitivamente visti, e per legge, come qualcosa che non trova spazio nella giurisprudenza riservata alla “gente normale”.

La cosa veramente drammatica, infine, è che gente come Mancuso – ma anche Alicata, Viotti (quello che ha votato per l’omofoba Toia a rappresentare anche le sue istanze, per capirci) ecc – sta in quel partito perché “senza il Pd non otterremo mai nulla sul piano della piena uguaglianza”. E invece, anche grazie a loro o a causa della loro ininfluenza, la prospettiva sembra essere quella di nuove “panchine per negri”. 

Oggi sul Fatto Quotidiano: “Decidere di avere un figlio è sempre un atto di volontà”

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«Il recente caso di stepchild adoption applicato dal tribunale di Roma – ovvero: una donna ha potuto estendere i suoi diritti/doveri di genitore alla figlia della sua compagna, nonché madre biologica, in quanto facente parte di un unico nucleo familiare – ha sollevato l’immancabile vespaio di polemiche che nel contesto italiano assume i connotati della barzelletta, sia per i protagonisti che lo hanno animato, sia per la qualità del dibattito politico prodotto in merito. Mi soffermerò solo sui due casi più grotteschi.»

Per sapere quali, vai al mio articolo di oggi sul Fatto quotidiano.