Vivere come se il domani non esistesse

I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier
I’m gonna live like tomorrow doesn’t exist
Like it doesn’t exist
I’m gonna fly like a bird through the night, feel my tears as they dry
I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier.

Chandelier, Sia

Perché se il mio spleen avesse una colonna sonora, questa sarebbe una delle sue melodie.

Go if you want…

Now I’m all messed up
sick inside, wondering where
where you’re leaving your makeup.
Now I’m all messed up
sick inside wondering who
whose life you’re making worthwhile…

Tegan and Sara, Now I’m all messed up

(e non so perché, ma penso a Meg e al fatto che se avessimo avuto ancora vent’anni avremmo ascoltato questa canzone in una sera d’inverno, a lacerarci l’anima e a mangiare cioccolata. Insieme. Come sempre…)

Sigla d’apertura

Se la mia vita fosse una fiction questa sarebbe la sigla di apertura.

E poi vabbè, ci sarebbe quella voglia di nord Europa che ogni tanto ti prende, per dare un colore giusto al tuo spleen, per la poesia di della pioggia che scivola sulle finestre grandi e bianche e per il cielo vichingo.
Per il sapore della colazione del mattino che ha quell’altrove.
Per fuggire, occasionalmente, all’irriverenza del sole di qua, anche se ne sei perdutamente innamorato. E quando ami un po’ è così: sai che non te ne andrai mai, anche se una parte di te vuole scappare, per non perdersi per sempre.

Eh sì, vi dedico questa canzone oggi, mentre cercherò di rimettere insieme i pezzi della mia mente, della mia vita e del suo significato in una domenica un po’ volgare, a causa del caldo e per del sapore residuo della notte, che ancora si impasta con la lingua e i pensieri.

Una canzone, bellissima e dolce

A volte succede, ne senti bisogno. In una notte come tante, e pure un po’ diversa. Quando non hai troppa fantasia, ma hai bisogno di andare oltre quel recinto di cose che sai già. E allora ti affidi agli altri, senza aver paura di sembrare insufficiente a te stesso. Perché se vogliamo che i doni arrivino dobbiamo anche saperli accettare. E per arrivare a questo, dobbiamo imparare a chiedere.

E allora così, senza un’apparente ragione, ho chiesto che mi si suggerisse una canzone, bellissima e dolce allo stesso tempo. Senza dire se doveva esserci l’impeto di una tempesta di luglio, o la pacatezza di un tramonto autunnale. L’ho chiesta e basta, la mia canzone. E mi hanno risposto, alcuni amici, altri perfetti sconosciuti, qualcuno di cui conosco solo il viso senza aver ancora imparato le modulazioni della voce.

La mia playlist di questa notte ha questi titoli:

Kim Carnes – Bette Davis eyes
Chris Isaak – Wicked game
Antony and the Johnsons – Cripple and the Starfish
Aimee Mann – Stupid thing
Don McLean – Vincent (Starry Starry Night) 
Alison Krauss – Baby now that I’ve found you
Tori Amos – Marianne
Ed Harcourt – Those crimson tears
A Great Big World & Christina Aguilera – Say something
Nutini – Candy
Sia – Breath me
Birdy – Skinny love

E adesso, alla mia notte sempre meno solitaria, io lascio questi suoni in mezzo al battito delle mie dita sulla tastiera.

Raccontami la tua triste storia del cazzo per tutta la notte

Invisible monsters

Su Facebook gira questo giochino, che devi scrivere un incipit di un libro e poi taggare un tot di persone… l’ho fatto, perché me l’ha chiesto la Daci. Ma non ho scelto un inizio e lo scoprirete leggendo le due pagine che ho ricopiato.

«Cara, la tua calligrafia è terribile» dice Brandy. «Adesso dimmi il resto.»
E comincio a piangere.
il resto, scrivo, è che devo mangiare cibo per poppanti.
non posso parlare.
non ho una carriera.
non ho una casa.
il mio fidanzato mi ha lasciata.
nessuno mi guarda.
tutti i miei vestiti. La mia migliore amica li ha rovinati.
Sto ancora piangendo.
«Che altro?» Dice Brandy. «Raccontami tutto.»
un bambino, scrivo.
un bambinetto al supermercato mi ha chiamato mostro.
Quegli occhi Burning Blueberry mi fissano come mai altri occhi mi hanno fissato per tutta l’estate. «La tua capacità di percezione è completamente fottuta» dice Brandy «Tutto quello di cui riesci a parlare è immondizia già accaduta.»
Dice: «Non puoi basare la tua vita sul passato o sul presente.»
Dice Brandy: «Mi devi raccontare il tuo futuro.»
[...]
Snella ed eterna divinità, la foto di Brandy mi sorride da sopra un mare di analgesici. Ecco come ho incontrato Brendy Alexander. Ecco come ho trovato la forza per non andare avanti con la mia vita precedente. Ecco come ho trovato il coraggio di non raccogliere gli stessi vecchi cocci.
«Ora» dicono quelle labbra Plumbago «mi racconterai la tua storia come hai appena fatto. Scrivila tutta quanta. Racconta quella storia, ancora e poi ancora. Raccontami la tua triste storia del cazzo per tutta la notte.» Quella regina Brandy punta verso di me un dito lungo e ossuto.
«Quando capisci» dice Brandy «che quella che racconti è solo una storia. Che non sta più succedendo. Quando realizzi che la storia che stai raccontando sono solo parole, quando puoi sbriciolarla e gettare il tuo passato nel secchio dell’immondizia» dice Brandy «allora riusciremo a capire chi sarai.»

Chuck Palahniuk, Invisible Monsters, pp. 45-46.

Che poi, a ben pensarci, è un po’ quello che sto cercando di fare con la mia vita.

La voglia di ricordarti a memoria

«Chi sono io
cosa sarò
che cosa sono stato
tra quello che ho vissuto
e quello che ho immaginato.

Ora di te cosa farò
è così complicato
se muoio già dalla voglia
di ricordarti a memoria…»

Perturbazione, L’unica

(ecco, quando ascolto queste parole, qualcosa qui dentro fa crack).

Ogni tanto…

…ci si prende una pausa. Perché gli anni passano e si fanno i bilanci. Perché il panorama al di fuori dalla finestra non è quello che avevi pensato, tempo addietro. Perché la pioggia è pesante, a volte.

E allora ci si rannicchia, ginocchia al petto, si rimane nella penombra di se stessi e si ascolta ogni cosa, attorno. E dentro.