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A pugni chiusi

Rabbia.

Come questo cielo, offeso con l’umanità che ha dimenticato le cose vere.
Per questo piove, laddove dovrebbe esserci il sole.
Per questo Dio ha abbandonato le sue creature, su questo pianeta periferico, non concedendo più miracoli e neppure punizioni stellari.

La mia è rabbia. A pugni chiusi. Con gli occhi feriti. Con lo stomaco attorcigliato in un nodo gordiano, ad aspettare il suo colpo di spada. E se potessi cancellerei tutto come si fa con il mouse: seleziona, clicca, pagina bianca. Cestino. E quindi svuota. Tutto.

Se potessi, a volte, in quel cestino ci butterei il mondo intero.

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Il percorso

Oggi ho capito che la mia dimensione totalizzante, nel senso di approccio pieno a un’autodefinizione della propria identità, sta nella ricerca militante. Nel produrre cultura per cambiare questa società. Credo sia questo il mio destino. E per questo, ogni strada alternativa diventa deviante rispetto al mio io. Dovrò lavorare perché il sogno diventi la mia quotidianità.

Adesso io non so se è un destino eroico quello di chi per assomigliare all’idea che ha di se stesso, e quindi per essere autentico, deve passare attraverso il sacrificio o se tale valutazione è un retaggio di una cultura millenaria, di tipo “cristiano”, per cui ci aspetta un premio finale dopo un percorso di accidenti e di riconsiderazioni. Io propendo per l’idea che bisogna essere felici ogni adesso possibile, per quanto possibile, per vivere la propria vita dentro l’ambito della piena dignità.

Eppure, per adesso, mi conforta il fatto di avere ritrovato una direzione, qualcosa in cui credere. Anche perché ho letto da qualche parte, in un luogo tra i più improbabili, che l’essere umano è l’unica specie incapace di fare qualcosa se non ci crede davvero.

Io ho trovato una strada. E qualcosa in cui credere. Adesso devo trovare la forza e il coraggio. Ed è difficile, perché il rischio è il fallimento. Ma almeno potrò dire di non aver gettato la spugna. Almeno quello.

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Primo maggio: i pensieri del giorno prima

fanculo«Io penso che il tuo lavoro sia bellissimo…»
«Pensi questo perché non lo fai. Il mio è un mestiere orrendo e frustrante.»
«Ringrazia che ce l’hai…»

Ecco, quando sento dire queste cose mi incazzo. E sapete perché?

Prima regola della creazione di forza-lavoro a diritti minimi e mal garantiti: pensare che esercitare una qualsiasi professione sia un dono di cui rendere grazia. Sempre e comunque.

No signori miei. Bisogna lamentarsi, altrimenti poi non ci potremo lamentare davvero. E avere master e dottorato per fare da badante a undicenni non è lavoro. È umiliazione di stato. E di questo mi lamenterò sempre. Porco cazzo!

E ci stanno rincitrullendo il cervello col fatto che siete choosy, che la miseria che vi concedono equivale a possedere una somma fortuna.
Ci stanno facendo credere che la schiavitù di una quotidianità a emozioni zero è il massimo a cui potete aspirare.
Ci stanno trasformando in qualcosa di molto simile agli animali della fattoria di Orwell, nell’attesa che un camion, prima o poi, prenda anche voi e vi conduca al macello, quando non servirete più.

Questo stanno facendo di noi. Per questo non dico grazie a un lavoro che mi usa, ogni anno, dai primi di settembre a fine anno scolastico, senza nemmeno un grazie – e loro sì che dovrebbero dirlo – il giorno del licenziamento.

Perché i sogni, signori miei, i sogni non valgono 1300 euro al mese e il TFR che non arriva perché lo stato deve fare cassa.

E se qualcuno trova queste mie parole inaccettabili, è perché magari si è già rassegnato a quel sogno chiamato mediocrità. Mentre Marx e Gesù gongolano, contemplando la loro migliore creatura dal dì delle loro predicazioni. Quando bastava semplicemente capire che non c’è nessuna ricompensa futura e che la felicità è adesso, se sei in grado di creartela e di vivertela.

Per cui, se ogni mattina vi alzate e pensate che la strada che farete ogni giorno, assonnati e schiacchiati in un tram – da qui ai prossimi trent’anni senza nemmeno la garanzia finale di uno straccio di pensione, nonostante i vostri studi e i vostri sacrifici – sia la cosa migliore che vi possa capitare, benissimo, io non sono contento per voi. Ma se non lo sarete anche voi arrabbiati, incazzati, vere e proprie erinni al cospetto della parte più vera di voi, ebbene, allora forse quella non-felicità un po’ ve la siete cercata. Ed è proprio questo che non si può più accettare!

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Sulla cura di sé

Un giorno, mentre attraversava un fiume, la dea Cura venne incuriosità dall’argilla e cominciò a modellarla, creando una sagoma umana. Quindi chiamò Giove, a cui la dea chiese di donare lo spirito vitale. Giove ne fu ben lieto e vi infuse la vita.

La dea Cura, quindi, chiese al padre degli dèi di poter dare il proprio nome a quella creatura, ma Giove pretese lui stesso di poter avanzare quel privilegio, poiché era stato lui ad aver concesso il dono dell’anima. Ne nacque una diatriba a cui si aggiunse, in un secondo momento, la Terra: «sono stata io che ho fornito il materiale per la sua creazione, il nome da dare alla creatura deve essere il mio!».

Per risolvere la contesa le tre divinità si rivolsero a Saturno, il dio del tempo, che dopo aver sentito le ragioni dei contendenti, così si espresse: «Tu, Giove, che hai dato lo spirito vitale dopo la morte della creatura ne avrai l’anima. E tu, Terra, che hai fornito l’argilla, dopo la sua morte ne avrai il corpo. Tu Cura, che lo plasmasti, te ne occuperai per tutta la durata della sua vita. E riguardo al nome, lo chiamerete uomo, perché è stato fatto con l’humus.»

Ed è per questo che la cura di noi stessi/e deve essere un dovere, nei confronti di anima e corpo: perché senza di essa non potrebbe esserci nulla di ciò che noi chiamiamo vita.

(Questo mito, che non conoscevo, mi è stato raccontato ieri dal mio terapeuta durante la nostra seduta. Credo sia molto bello e credo che tutti/e dovremmo conoscerlo).

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Cattedrali

Un giorno un uomo andava per strada e vide tre operai, intenti a lavorare con picconi e pale.
«Cosa state facendo?» chiese l’uomo al primo dei tre.
E il lavoratore che era stato interrogato rispose:
«Il mio è un lavoro orribile. Sto qui tutto il giorno a spaccar pietre. Non ce la faccio più!»
Poco convinto, l’uomo chiese al secondo cosa stesse facendo e l’altro gli rispose, in modo più pacato e sereno:
«Lavoro per costruire mattoni.»
Quindi l’uomo rivolse la stessa domanda al terzo operaio. Questi, con un sorriso gioioso, gli rispose:
«Sto costruendo una cattedrale!»

Questa storia mi è stata raccontata perché capissi che di fronte a un progetto di vita, non ci si fermi al primo stadio.
Questa storia la scrivo perché il mio progetto di vita non assomigli più a quello di quel lavoratore che pensa di spaccar solo pietre.

Ci vuole forza e occorre coraggio. Ma possiamo farcela.

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Cambiare direzione

Riflessioni del giorno, scaturite da chiacchiere casuali con persone che chiedevano lumi sulla mia identità.

Insegnante e docente sono sinonimi. Essere qualcosa e fare qualcosa sono due cose diverse. Io non sono un insegnante. Lo faccio.

E ho capito che non voglio più insegnare semplicemente perché io non voglio essere un modello per nessuno. Propendo, invece, per un più sano individualismo.

Pur tuttavia: fare a lungo qualcosa in cui non ti riconosci rischia, col tempo, per farti essere quella cosa lì. E questo può portare a snaturare sogni, aspirazioni, identità intere.

Ergo: devo cambiare direzione. Prima che sia troppo tardi.

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Pausa caffè

pausacaffèCoi sogni bisogna stare molto attenti. Perché son timidi e fuggono via. E perché la gente a volte è stupida e invidiosa e non sopporta che gli altri non si rassegnino.

Non credo di chiedere molto.

Solo un mondo che mi assomigli il più possibile, per non girarci in mezzo, con quel fare smarrito degli ultimi tempi. La sicurezza di un sentiero. La modulazione di voci e risate in quell’unisono familiare. La giusta posizione degli oggetti nella stanza, anche in mezzo al disordine. Il profumo dei biscotti. La saggezza dei gatti o le corse di un cucciolo. E il profumo del mare o del bosco, dopo la pioggia.

Forse qualcuno penserà che questo significhi essere viziati.
E forse è pure vero.

Per me significa solo avere il coraggio delle proprie scelte. D’altronde, a ben vedere, la mediocrità è la più semplice delle strade da percorrere.