Quel cassetto in mezzo al cuore

chiave-dei-ricordiEra il tempo in cui il sole tramontava nella sala da pranzo, sui tulipani che amavo comprare di tanto in tanto, nei pomeriggi di fine autunno. Quando la luce si faceva più obliqua, per lasciare posto alla stagione del sonno e del crepuscolo. Quando non ci si curava del freddo e l’aria era arancione. Quando si rideva per il sapore della cannella e quando si stava comunque insieme, a contendersi l’unica poltrona disponibile per parlare di ogni cosa. La televisione accesa, la musica su MTV, anche se per qualcuno potrebbe essere poco poetico. E gli amori tutti sbagliati, di tutti e tutte noi. L’avvicendarsi delle persone, che pure rimanevano sempre, come la scia del profumo di quando ci si preparava per uscire la sera. Era il tempo in cui il venerdì sera era il tuo sabato del villaggio, quando si varcava la soglia di quel locale ed ogni cosa sussurrava che chi avresti baciato doveva pur rimanere per sempre, prima o poi. Perché dovevi crederci, perché era quello il sogno segreto del tuo cassetto custodito da qualche parte dentro il cuore.

Era il tempo in cui avresti inventato il tuo lessico familiare, le parole che solo tu e ciò che si agitava in quelle pareti avreste potuto cogliere in tutto il suo significato di avvenire. Anche se poi saremmo stati presi tutti e tutte e saremmo stati lanciati come coriandoli, in un carnevale senza maschere e con i nostri volti nudi ad animare la festa. Era il momento in cui avresti imparato lingue nuove e nuovi dolori, per poi rinunciare a ciò che non serve e che non ha identità, perché non può avere spessore ciò che ti lascia solo il vuoto e niente più.

Era il tempo in cui avresti capito, senza fretta alcuna ma con tutto il tempo che ci sarebbe stato concesso, che le persone restano anche quando vanno via per sempre. E che altre fanno finta di esserci per poi ferirti senza nessuna cura di circostanza, anche se è così che deve andare. E di tutto quel tempo sarebbe rimasto il profumo delle lenzuola stese, la bellezza delle feste in terrazza, gli abbracci di chi, che per qualche assurda e opportuna ragione, si è conficcato dentro il petto senza nemmeno ferirti. Ma se la spina la muovi, ogni tanto, fa un po’ male ed è dolce lo stesso, come sempre succede quando dialoghi con la nostalgia di ciò che è stato, che non tocchi più eppure è da qualche parte dentro di te, sempre in quel cassetto. Sempre in mezzo al cuore.

Agenda

rose

“Così come si provocano o si esagerano i dolori dando loro importanza, nello stesso modo questi scompaiono quando se ne distoglie l’attenzione.”    S. Freud

(on air: TV, Headlights)

Allora, andando un po’ a caso.

Evitare di avere a che fare con persone che dipendono dal giudizio degli altri: non sono certo più piacevoli o accettabili, ma solo esseri umani che vanno in giro con un bel segno meno davanti.
Scegliere me, nelle mie decisioni. Anche perché gli altri scelgono sempre pensando a se stessi. E credo che sia giusto che le cose vadano esattamente in questo modo.
Non aver paura a dire di no. È la parola più semplice che esiste.
Smettere di dar via il proprio tempo con sconosciuti: per quanto piacevole possa essere quel tempo impiegato poi rimane il vuoto.
Smettere di dedicare il proprio tempo a chi ti dà per scontato. A meno di non aspirare di essere soprammobili nell’anima di qualcuno.
Dare più valore al proprio tempo, insomma. Anche perché se ne ha sempre di meno.
Non ascoltare più quelle “voci”. Anche perché non esistono e, se sono mai esistite, appartengono a un tempo che non c’è più.
Ricordare che i ricordi non devono mai trasformarsi in sensi di colpa.
Far diventare più grandi gli spazi luminosi che ancora ci sono dentro di me.
Trovare qualcosa di bello nella mia vita, almeno una volta a settimana. E poi a salire, sempre di più.
Piacersi di più, fino a mettere all’angolo quel demone interiore o in alternativa abbracciarlo, dicendogli che può pure smettere di avere paura.

E sono solo alcune delle cose da fare. A partire da adesso, e possibilmente per sempre. Nella speranza di riuscirci, va da sé.

Sfogo

Arrabbiatevi!

Ho quasi quarantuno anni e sono stanco di dover combattere non solo con chi ci distrugge progetti, speranze e dignità ma anche con chi gli dà mandato per fare tutto questo in nome di un bene superiore che poi si traduce in privilegio di pochi. Avete vent’anni, giusto? Spaccatelo sto mondo e non dite sempre e solo “sissignore”, porca troia!

Poi io magari lo lascerei pure il mondo all’ignavia delle nuove generazioni. Però non venite a lamentarvi se, laurea in mano, finite per lavorare cinquanta ore a settimana in un call centre e se qualcuno di voi viene licenziato perché gay. Il tutto magari a 500 euro al mese, ferie non pagate.

E scusate il francese!

Sigla d’apertura

Se la mia vita fosse una fiction questa sarebbe la sigla di apertura.

E poi vabbè, ci sarebbe quella voglia di nord Europa che ogni tanto ti prende, per dare un colore giusto al tuo spleen, per la poesia di della pioggia che scivola sulle finestre grandi e bianche e per il cielo vichingo.
Per il sapore della colazione del mattino che ha quell’altrove.
Per fuggire, occasionalmente, all’irriverenza del sole di qua, anche se ne sei perdutamente innamorato. E quando ami un po’ è così: sai che non te ne andrai mai, anche se una parte di te vuole scappare, per non perdersi per sempre.

Eh sì, vi dedico questa canzone oggi, mentre cercherò di rimettere insieme i pezzi della mia mente, della mia vita e del suo significato in una domenica un po’ volgare, a causa del caldo e per del sapore residuo della notte, che ancora si impasta con la lingua e i pensieri.

Il giorno in cui venni rapito dalla fine del giorno

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La fine del giorno

Ho trovato questa fotografia, in una cartella che avevo dimenticato di avere. Lasciata lì, come un ricordo distratto che riaffiora solo accidentalmente. Ricordo perfettamente quando l’ho scattata. Ero in pullman, stavo tornando a casa, durante il tramonto. Non ricordo perché, era un giorno infrasettimanale. Forse era per una seduta di terapia. Forse per altro. Di questo non conservo più memoria. Ricordo la bellezza limpida dell’aria della sera, la promessa notturna delle stelle ancora invisibili, la rassicurante sensazione di stare al sicuro in quel crepuscolo di luce, mentre le canne danzavano col cielo. E poi c’era lui, a cui avrei raccontato quelle sensazioni. Forse gli ho mandato un messaggio, succedeva spesso che a un certo punto prendevo il telefono e scrivevo. Non mi rispondeva subito, ma non era importante, perché sapevo che prima o poi lo avrebbe fatto. Sapevo che c’era e questa cosa sembrava non dovesse finire mai. Perché i nostri gesti si riconoscevano, anche a distanza. Perché riuscivamo a incastrarci come un puzzle di due tessere, quando dormivamo insieme. Perché ogni cosa manteneva il suo equilibrio assoluto, come quando cucinavo per lui, per cena, o riuscivo a calmarlo dai suoi scatti d’ira – mai contro di me – semplicemente accarezzandogli il collo, stringendolo a me, sussurrandogli le cose che avevo in mente di scrivere, di fare e di vivere.

In quel momento, in quel giorno in cui venni rapito dalla fine del giorno, non potevo immaginare tutto quello che sarebbe successo dopo: i fine settimana a camminare insieme e a non avere paura del nostro andare per mano, perdersi tra le meraviglie della capitale nelle mattine di un gelido inverno, conservare le briciole per gli uccellini, scoprirsi disattenti, spendere troppo in libri e cd, ritrovarsi in un’intenzione, non accorgersi dello sgretolarsi delle cose che avrebbe travolto anche noi, come in un fantasy senza lieto fine. E poi smettere di esserci, così. Come quando il sole tramonta e sembra la cosa più bella dell’universo, ma poi rimane quella lingua di fuoco, l’ultima scheggia del giorno. E sparisce in meno di un secondo, lasciando spazio alle tenebre. All’assenza.

Non so ricordo se quella sera, tornando a casa e chiamandolo, gli raccontai della bellezza di quell’immagine. Questo non appartiene più alla mia reminiscenza e alle mie malinconie, così come il dolore conseguente per la notte che sarebbe arrivata, ineluttabile. Ma ricordo quella sensazione di casa e di eternità, quella semplicità che mi rendeva felice persino in un autobus un po’ scassato in una strada del sud, in mezzo al silenzio delle galassie, e credo che questa sia una di quelle cose lasciate qua e là dentro di me affinché provassi gratitudine – mille anni dopo – per il fatto di esserci stato e di esserci ancora.

Nemmeno la grandezza degli oceani

L’amicizia è un sentimento importante, perché alla fine, nonostante ogni cosa e al di là delle rovine a cui può assomigliare la nostra vita in certi momenti, è tutto quello che ti rimane e quando te ne accorgi, ti accorgi che non è poco.

L’amicizia è un sentimento solido e fragile allo stesso tempo, come un diamante. Bello, purissimo e difficile da trovare. Per questo devi prendertene cura, perché può rompersi per sempre in un punto e uno soltanto, ma è per questo che non devi mai arrivare a quel punto.

L’amicizia è vedere che qualcosa nell’ingranaggio segna un giro a vuoto, e te ne accorgi quando le parole non raccontano perfettamente la realtà. Allora fermi tutto, apri il congegno, rimetti le cose a posto – o almeno ci provi – e aspetti che la macchina riparta. A volte è un po’ difficile, ma ne vale la pena.

L’amicizia è trovare il suo sguardo e sapere che mai ti farà del male, e commuoverti di fronte a questa evidenza.

L’amicizia è sapere che qualcuno ti aspetta oltre il mare dei tuoi giorni, in quella che era un’altra quotidianità, un’altra storia, un’altra vita. E sapere che nonostante lo spazio e il tempo, praticamente nulla è cambiato.

L’amicizia è prendersi cura di chi ne ha bisogno, perché è un po’ come quella storia della volpe da addomesticare, ma sai anche viene da sé, non riesci a spiegarlo, a un certo punto scegli una persona, la adotti, fa parte non della tua routine, ma di te. Ed ogni cosa assume il valore della conseguenza.

L’amicizia è ridere al tramonto, la follia di una notte, la bellezza di un viaggio, ritrovarsi in uno sguardo di intesa, proteggere dalle bugie e proteggere con le bugie, rincontrarsi al punto di sempre come al muretto della nostra adolescenza, lasciare andare chi vuol andarsene, sapere che nemmeno la grandezza degli oceani sarà in grado di scrivere la parola forse, ritrovarsi a giocare con la sabbia in una domenica d’estate, trovare frasi in un tovagliolo in cui è stata lasciata una poesia, contare insieme le volte che hai provato a innamorarti, unire i puntini con le stelle del cielo. E crede che tutto questo sarà per sempre, perché in un certo modo è così che accade.

Lo spazio che resta

E lui è di fronte a me, dall’altra parte della stanza. Il mio angelo ritrovato. Come in passato, in mezzo ai libri di Jung e Kierkegaard. Tra i suoi dipinti di fenici binarie, lo stesso sguardo di ghiaccio e di fuoco. Qualche anno prima era venuto a me con fattezze di donna. Le stesse costanti: i ricci, gli occhi rubati all’oceano, le parole che curano…
«Comincia.» Mi distoglie dai miei pensieri, come sempre quando mi legge dentro.
«Lui non mi ama.»
E allora lui fa un passo avanti.
«È troppo per me.»
E un altro passo.
«Non merito il suo amore.»
Ancora uno.
«Ma quella sera, mentre pensavo a tutto questo, mi sono detto basta!, non ha senso. Fanculo se è così. Ho me stesso.»
E si ferma. A metà della stanza, mentre una nuvola copre il sole, là fuori, per un momento.
«Ecco.» Dice lui, immobile, a metà strada tra la parete della libreria e tutto il mio dolore.

E poi altrove.
Barbara, che mi ha accolto. E mi cerca sempre.
Ale, di cui non ho vergogna del mio sentirmi a metà. Ale che si fida di me al punto da lasciarmi in custodia le sue paure. E non sa quanto io gliene sia grato. Non ancora.
Mac che fa il gatto, si struscia, mi bacia, mi sussurra che mi vuol bene.
Le parole gentili di uno sconosciuto.
E Andrea mi abbraccia, “voglio venire al mare con te”, “mi piace quello che pensi, perché sei libero.”
La gente tutto intorno. Sentirsi un po’ fuori posto. Eppure essere al centro di qualcosa. Anche se non ti appartiene del tutto. E forse è anche giusto così.

Poi tutto è più veloce. L’ultima sigaretta, un sorso al bicchiere, gli ultimi baci, guardarli tutti con gli occhi colmi di stupore. Desiderare, dal profondo, che tutto questo ci sia ancora. E ancora. E poi in macchina, accendo la radio, una canzone mandata dal cosmo, “You´re not alone I´ll wait till the end of time”. E qualcosa cambia. In quel momento. Proprio sull’angolo delle labbra.

Ritorno al presente. Succede sempre, quando parlo con il mio angelo. Il futuro diventa liquido, si mescola al qui ed ora.
«È questo lo spazio che ti rimane» mi rivela, aprendo le braccia «quello che c’è dietro di me è lo spazio che concedi ai pensieri cattivi.»
L’osservo in diagonale. Ho lo stesso sorriso che avrò tra qualche giorno, in quella notte in cui mi sentirò fuori posto e accolto, tutto insieme.
«La prossima volta fermati prima. Lasciati più spazio.»
I miei occhi si fanno liquidi e caldi, un po’ trattengo il respiro.
«La prossima volta» mi dice il mio angelo di fuoco e di ghiaccio «lasciali all’angolo, i tuoi demoni.»

E quindi di nuovo nel futuro, mentre ogni cosa è silenzio in questa notte che sa d’estate. Mentre penso a cosa succederà domani, a chi rivedrò dopo il lavoro, lasciandomi il tramonto alle spalle. Con lo stesso sorriso sulle labbra. E le stesse parole di quella promessa regalata dal cosmo.

Di te mi ricorderò sempre

10171779_10152003865260703_2561092989537231282_nDi te mi ricorderò sempre quando ti ho incontrata, per caso, in quella strada polverosa diciannove anni fa. Metà della mia vita, all’incirca. Piccola come uno scarabocchio, un occhio solo, l’altro sembrava divorato da una strana creatura. Ti presi con me, ti guarimmo e da quel momento sei rimasta per sempre con noi.

Di questi diciannove anni rimarranno nella mia memoria il suono delle fusa notturne, quando venivi a dormire con me. Le porte aperte all’improvviso, perché avevi imparato ad aggrapparti alle maniglie e ci facevi spaventare, come quando facesti uscire tutte le altre da casa e noi pensavamo che fossero venuti i ladri. La strada del mare, quando a un certo punto ti sentimmo miagolare ed eri dietro di noi, ci avevi accompagnato per un tratto ma avevi paura a ritornare da sola. E allora tornammo indietro per riportarti a casa mentre tu facevi tremolare la coda, come sempre quando eri felice.

Ricorderò quel giorno di temporale, che ti sorprese per strada e arrivasti a casa spaventata e fui io ad asciugarti e a tenerti al caldo tra le mie braccia. Ricorderò sempre il tuo sguardo in trepida attesa quando sentivi l’odore dei gamberetti bolliti che prendevamo in pescheria, un po’ di più per te, perché ti piacevano tanto. E ricorderò in ordine sparso quando giocavi col tuo riflesso sul pavimento e con le gocce sui vetri, quando ti arrampicavi sull’albero di Natale e tutte le volte che ti sei addormentata sulle mie gambe, quando mi sedevo per studiare.

347_33261115702_3372_nRicorderò per sempre i giorni in cui ti sdraiavi al sole, per regalare alle nuvole i tuoi pensieri di gatto. E gli occhi, enormi e buoni, che sgranavi sempre, quando ritornavamo dopo tempo – dopo che la vita ci ha separati – come se ci dicessi, a me e a Nadia, «siete tornati!».

E adesso che le parole hanno perso importanza, non posso che dirti addio, mia piccola Maria. E ringraziarti per questi diciannove anni di amore senza condizioni. Gli esseri umani potrebbero imparare molto da quello che ci hai dato. Grazie davvero. 

Una canzone, bellissima e dolce

A volte succede, ne senti bisogno. In una notte come tante, e pure un po’ diversa. Quando non hai troppa fantasia, ma hai bisogno di andare oltre quel recinto di cose che sai già. E allora ti affidi agli altri, senza aver paura di sembrare insufficiente a te stesso. Perché se vogliamo che i doni arrivino dobbiamo anche saperli accettare. E per arrivare a questo, dobbiamo imparare a chiedere.

E allora così, senza un’apparente ragione, ho chiesto che mi si suggerisse una canzone, bellissima e dolce allo stesso tempo. Senza dire se doveva esserci l’impeto di una tempesta di luglio, o la pacatezza di un tramonto autunnale. L’ho chiesta e basta, la mia canzone. E mi hanno risposto, alcuni amici, altri perfetti sconosciuti, qualcuno di cui conosco solo il viso senza aver ancora imparato le modulazioni della voce.

La mia playlist di questa notte ha questi titoli:

Kim Carnes – Bette Davis eyes
Chris Isaak – Wicked game
Antony and the Johnsons – Cripple and the Starfish
Aimee Mann – Stupid thing
Don McLean – Vincent (Starry Starry Night) 
Alison Krauss – Baby now that I’ve found you
Tori Amos – Marianne
Ed Harcourt – Those crimson tears
A Great Big World & Christina Aguilera – Say something
Nutini – Candy
Sia – Breath me
Birdy – Skinny love

E adesso, alla mia notte sempre meno solitaria, io lascio questi suoni in mezzo al battito delle mie dita sulla tastiera.