Scempio unioni civili: mille giorni? Non fatico a crederci

l'eurodeputato Daniele Viotti

l’eurodeputato Daniele Viotti (Pd)

Dichiara Daniele Viotti, in un suo commento su Facebook ripreso dal portale Gay.it:

Per i diritti civili non c’è mai tempo, in undici secondi abbiamo ricevuto l’ennesimo rinvio e un’altra promessa a cui fatichiamo a credere.
Se non esiste ancora un testo (e a quanto pare non esiste) la proposta Cirinnà può essere un punto di partenza anche se non prevede la parità effettiva che si raggiunge solo con il matrimonio egualitario.
E infatti rimane insoluta la questione di fondo che da tempo poniamo: qual è l’orizzonte del Pd? Per me deve essere la totale uguaglianza! Prendiamoci il tempo necessario per una legge che preveda il matrimonio egualitario, condividiamo le posizioni, ascoltiamo le associazioni e il movimento.
Se questo è l’orizzonte partiamo pure dal dibattito sulle unioni civili, previste da Renzi, ma siano rispettati i tempi dati. Non è ammissibile aspettare ancora, non è ammissibile vivere ancora in un Paese in cui i pochi progressi sui diritti civili sono ottenuti per decisione di amministrazioni locali coraggiose o attraverso sentenze di tribunali.
Lo dico con una battuta: speriamo che oggi alla direzione nazionale il segretario del partito faccia pressioni sul premier.

Flavio Romani, presidente di Arcigay

Flavio Romani, presidente di Arcigay

Gli fa eco Flavio Romani, presidente di Arcigay:

Non gli crediamo: il premier si sta prendendo gioco di noi. I continui rinvii e le promesse da marinaio sono una pratica intollerabile per un Primo Ministro, una modalità imbarazzante e poco seria con cui Renzi si prende gioco delle vite di milioni di cittadini e cittadine.

Eppure, io questo scandalo non lo capisco. È come se mi stupissi nel constatare che fa brutto tempo e la pioggia mi bagna il marciapiede sotto casa. Perché basta avere un minimo di senso critico e capire di chi stiamo parlando – un presidente del Consiglio che era presente al Family Day, che ha fatto il cimitero dei feti quando era sindaco di Firenze e che su certi temi si fa dettare la linea dai supporter di Adinolfi e da Alfano – per capire che le fantomatiche “unioni civili alla tedesca” sono l’ennesimo esercizio linguistico di un partito e del suo ennesimo segretario, che per la questione LGBT nutrono solo sentimenti di diffidenza e di ipocrisia.

In passato venni accusato di “gufismo” per aver detto che a settembre non avremmo visto nulla, che dietro i buoni propositi si nascondevano i soliti imbrogli e le solite manovre sottobanco, il cui risultato mira(va) all’eterno rinvio e, sostanzialmente, al nulla di fatto. Adesso sarebbe buona norma che certi gay renziani (o quelli che renziani non lo sono, ma chissà perché da tali si comportano) chiedessero scusa non tanto a me – della loro opinione nulla mi importa – ma alle migliaia di persone LGBT che hanno convinto in cabina elettorale facendo da specchietto per allodole. Fosse non altro per una questione di onestà intellettuale. Dire chiaramente “scusate, abbiamo fatto una cazzata”, l’ennesima per il Pd. Ma appunto, ci vuole onestà per dire queste cose.

Ad ogni modo, mentre qualcuno si stupisce io non fatico a credere in questo ennesimo rinvio. Non so voi.

E sul Fatto Quotidiano oggi si parla di matrimoni leciti e non

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matrimoni leciti e illeciti: la chiesa dice sì a…

Ultim’ora: il prefetto Sodano di Bologna vuol revocare la registrazione delle nozze contratte all’estero dai gay perché non previste dall’ordinamento italiano. Magari potrebbe ricordare che pure la trattativa tra stato e mafia non è prevista e, contrariamente alle relazioni LGBT, è pure illegale. Tuttavia quel tipo di “matrimonio”, la Repubblica che lei rappresenta lo ha già siglato. Come la mettiamo?

E a proposito di matrimoni, religiosi questa volta, e mafia. Lascio la parola a Francesco Lupo del M5S palermitano che dice: «lascia di stucco che in questo paese i clericali si straccino le vesti su matrimoni Lgbt, però consentono allegramente in chiesa sposalizi tra “casate” mafiose».

Perché a quanto pare la chiesa cattolica palermitana ha concesso la prestigiosa Cappella Palatina per far sposare i due rampolli di due clan… ma di questo ne parlo sul Fatto Quotidiano. Per cui, buona lettura.

Go if you want…

Now I’m all messed up
sick inside, wondering where
where you’re leaving your makeup.
Now I’m all messed up
sick inside wondering who
whose life you’re making worthwhile…

Tegan and Sara, Now I’m all messed up

(e non so perché, ma penso a Meg e al fatto che se avessimo avuto ancora vent’anni avremmo ascoltato questa canzone in una sera d’inverno, a lacerarci l’anima e a mangiare cioccolata. Insieme. Come sempre…)

Daniza e la goccia che fa traboccare il vaso

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l’orsa Daniza e i suoi cuccioli

Cerchiamo di capirci, almeno su un paio di concetti fondamentali.
Il primo: non è solo la storia di un orso, anzi, di un’orsa.
Il secondo: non è un capriccio da animalista o da ambientalista, non è una questione di moda, di puntiglio. Non è per rompervi le palle, in buona sostanza.
Infine: non è che avere a cuore la sorte di un animale e dei suoi piccoli renda meno sensibili verso altre questioni, sicuramente più urgenti e fondamentali per le sorti ultime dell’umanità.

Sì, perché è vero che la questione dell’orsa Daniza ha scatenato lo sdegno di migliaia di persone – diciamo pure: dell’opinione pubblica – e ha lasciato sostanzialmente indifferente l’altra parte. È successo mille altre volte con fatti più o meno contemporanei, dall’ebola all’omicidio di turno, dai marò all’immissione in ruolo dei precari. C’è chi è più sensibile e chi se ne frega. Per cui, il fatto che qualcuno si interessi dell’uccisione di un plantigrado rientra nelle umane cose.

Come dite? L’Isis, la questione ucraina, la strage dei cristiani? E chi ha mai detto che non sono importanti? Solo che, a differenza di Daniza, a occuparsi di queste cose ci sono l’ONU, la NATO, gli USA, l’UE. A occuparsi dei destini di un animale pare esserci solo lo sdegno popolare.

E ancora, diciamocelo davvero, l’assurdità di questa vicenda sta in tutta la sua evoluzione: abbiamo un signore che, contrariamente a quanto scritto e raccomandato da chiunque frequenti i boschi, ha visto i cuccioli di un orso è ha fatto la boiata di avvicinarsi troppo. Quando bastava scappare a gambe levate il prima possibile. Quindi, se poi arriva mamma orsa e fa quello per cui è programmata, non è che poi possiamo lamentarci. Si chiama legge della natura. E non vale o non dovrebbe valere solo per negare i figli ai gay (è una provocazione, sia ben chiaro, visto che sono per tutte le forme di omogenitorialità).

Poi abbiamo un’amministrazione che si mostra, a detta degli esperti, incapace di gestire una situazione simile. Perché ok, l’orsa ha aggredito una persona forse un po’ troppo superficiale e se ne è andata in giro a mangiare pecore. Catturandola cosa speravano di fare? Rieducarla al rispetto delle regole del mondo civile? Un animale selvatico è, per definizione, da selva. Deve vivere nei boschi, in altre parole. A meno che non si abbia la pretesa di insegnargli le buone maniere attraverso l’uso di un buon manuale. E capisco che il nord è pieno di leghisti, ma a tutto c’è un limite.

Infine c’è l’incapacità di chi, per addormentarla, l’ha ammazzata. Con buona pace dei cuccioli che molto probabilmente moriranno. E pazienza se il sentimento di qualcuno – che prima ancora che ecologista, animalista o “animalaro”, come ho letto nei social e in qualche sito un po’ troppo permissivo (strano, eh?) con la vivisezione, è di umana pietà – se ne risente. Ci sono cose più importanti che però, chissà perché, vengono sempre frapposte di fronte a questioni come questa, per poi ritornare nel dimenticatoio.

A me dell’orsa Daniza dispiace un botto, penso si sia capito. E questo non significa che me ne frego di quello che succede in Iraq o in Siria. E se provo umana pietà e decido di palesarlo, è un mio diritto esprimere questo sentimento. E se a qualcuno sembra eccessivo, se si rompe le palle, se sbuffa di fronte a tutto questo, forse dovrebbe considerare l’eventualità, tutt’altro che remota, che lo stronzo è lui. Non venir toccati di fronte all’ennesimo abuso del genere umano rispetto una natura e un pianeta che stiamo distruggendo, forse il problema reale sta tutto qui.

Poi vorrei vedere dove sono queste persone, tutte annoiate dal lamento degli “ambientalisti” – ed io non lo sono, per intenderci ma non considero l’ambientalismo una parolaccia, semmai un valore – quando si tratta di risolvere problemi di ben più grave portata. E non perché io lo pretenda, ma lo dite voi che c’è roba più urgente a cui prestar attenzione. Ebbene, mi chiedo e vi chiedo, dove siete stati voi fino a questo momento di fronte ai mille sfaceli ben più importanti della vita di un’orsa? No, perché non so se ve ne siete accorti, ma il mondo continua a essere una merda nonostante il vostro benaltrismo.

Detto questo e ritornando al discorso di cui sopra: non è solo una storia andata male, una cosa su cui far spallucce. È il risultato dell’arroganza della specie dominante. La stessa che inquina i fiumi, contamina la terra, distrugge le foreste e scioglie le calotte polari. Per questo, di fronte a tutto questo sfacelo – forse altrettanto importante della guerra in medio oriente, soprattutto per i destini ultimi dell’umanità – anche la più piccola goccia fa traboccare il vaso e genera sdegno.

Gli 11 settembre

11settembre1973

ci sono due 11 settembre

11 settembre 2001: ricordo che ero in giro a Catania. Cercavo casa. Mi chiamò un’amica al telefono, Katia, per avvisarmi: «accendi subito la TV!» Venni poi a sapere, chiamando a casa. Andai subito all’associazione in cui facevo volontariato, per cercare di capire meglio. Perché era tutto troppo confuso, troppe parole, le stesse della paura. Trovai Lucia, un’altra amica, che mi disse: «lo sai che siamo in guerra, vero?»

Avevo ventisette anni, quel giorno. E tutto si è avverato, così come mi è stato detto.

11 settembre 1973: il Cile sprofonda in una dittatura sanguinosa e crudele, grazie al supporto del mondo occidentale. Il presidente Allende, socialista e democraticamente eletto, venne spodestato per gli interessi dell’occidente. Lo stesso che appoggia i golpe militari, ma che poi prova orrore per il terrorismo.

Agenda

rose

“Così come si provocano o si esagerano i dolori dando loro importanza, nello stesso modo questi scompaiono quando se ne distoglie l’attenzione.”    S. Freud

(on air: TV, Headlights)

Allora, andando un po’ a caso.

Evitare di avere a che fare con persone che dipendono dal giudizio degli altri: non sono certo più piacevoli o accettabili, ma solo esseri umani che vanno in giro con un bel segno meno davanti.
Scegliere me, nelle mie decisioni. Anche perché gli altri scelgono sempre pensando a se stessi. E credo che sia giusto che le cose vadano esattamente in questo modo.
Non aver paura a dire di no. È la parola più semplice che esiste.
Smettere di dar via il proprio tempo con sconosciuti: per quanto piacevole possa essere quel tempo impiegato poi rimane il vuoto.
Smettere di dedicare il proprio tempo a chi ti dà per scontato. A meno di non aspirare di essere soprammobili nell’anima di qualcuno.
Dare più valore al proprio tempo, insomma. Anche perché se ne ha sempre di meno.
Non ascoltare più quelle “voci”. Anche perché non esistono e, se sono mai esistite, appartengono a un tempo che non c’è più.
Ricordare che i ricordi non devono mai trasformarsi in sensi di colpa.
Far diventare più grandi gli spazi luminosi che ancora ci sono dentro di me.
Trovare qualcosa di bello nella mia vita, almeno una volta a settimana. E poi a salire, sempre di più.
Piacersi di più, fino a mettere all’angolo quel demone interiore o in alternativa abbracciarlo, dicendogli che può pure smettere di avere paura.

E sono solo alcune delle cose da fare. A partire da adesso, e possibilmente per sempre. Nella speranza di riuscirci, va da sé.

Obbrobri maschilisti

Schermata-06-2456447-alle-20.25.29Un occasionale ma (a modo suo) solerte lettore mi pone alcune questioni circa il mio articolo su Renzi e il suo tentativo di immettere in ruolo tutto il corpo docente. Riporto fedelmente e integralmente il commento in questione:

Mi dica professore, ai sui studenti che non usano pedissequamente le forme “gender correctly” (“che i/le docenti vengano valutati/e /e”, “essere licenziati/e in tronco e altri/e che facevano” ecc…, da cinque o in quel caso si arrende all’italiano, usa anche nelle dispense in classe tali obbri linguistici?

Nell’ordine, notiamo:

  1. “ai sui studenti” invece di “ai suoi”
  2. la parentesi aperta dopo “gender correctly” non viene poi chiusa
  3. la forma “valutati/e /e” ha una e in più che nell’articolo originale non c’è
  4. da cinque” invece di “dà cinque”
  5. uso creativo (per usare un eufemismo) della punteggiatura ed evidenti problemi con il corretto uso del punto interrogativo
  6. “tali obbri linguistici” in luogo di “tali obbrobri”

A tutto questo faccio notare che il mio articolo non era sull’uso “gender correctly” della lingua italiana – alla quale il nostro lettore è così affezionato da preferire l’inglese per indicare il tipo di ansia linguistica che lo anima – ma riguardava questioni di politica scolastica. Per cui ne risente anche l’interpretazione del testo, visto che l’intervento del nostro è largamente fuori tema. 

Il problema, tuttavia, sembra essere il tentativo da parte mia di dare uguale rappresentanza – quando è possibile – sia al genere maschile sia al genere femminile, per una questione di equità sociale. Piaccia o meno, i cambiamenti linguistici avvengono proprio rimodulando il linguaggio. Non capisco, d’altronde, perché questa mia preoccupazione per l’uso linguistico debba portare a dubitare della mia professionalità. Che ci sia della cattiva fede?

Ho comunque risposto così al mio gentile amico: 

se nel suo disastrato commento mi sta per caso domandando se io mi lasci influenzare dalle mie idee politiche nella valutazione dei miei allievi e delle mie allieve, la risposta è no. A scuola si valuta il/la discente in base a criteri rigorosi, secondo un programma di studi definito.

Aggiungo, a questa riflessione, un’altra: piuttosto che preoccuparsi degli “obbrobri” linguistici degli altri, forse per questioni legate alla disaffezione del concetto di parità tra i generi, fossi in lui mi dedicherei a migliorare il mio idioma. Giusto per non ricorrere ad “obbri” sostanzialmente ignoranti oltre che dal vago sapore maschilista.

Riforma Renzi: la buona s(cu)ola?

insegnanti o migranti?

insegnanti o migranti?

Il piano di Renzi di assumere già da settembre centocinquantamila insegnanti fa molto discutere, lascia diverse perplessità e, ça va sans dire, è già spacciato dalla stampa di regime come la panacea di tutti i mali che hanno afflitto in questi anni il sistema della pubblica istruzione.

A tal proposito, si è già scomodato Twitter e l’hashtag  è diventato il nuovo mantra quotidiano. 

Adesso, va da sé che l’idea di assumere tutti i lavoratori e le lavoratrici che da anni vengono sballottati/e da un istituto all’altro – in condizioni di precariato economico ed esistenziale – è una misura più che auspicabile, così come trovare la cura definitiva per il cancro, arrivare alla pace nel mondo, alla tutela dell’infanzia fino a raggiungere le più alte vette dell’amore universale. 

Il dilemma è: come si farà questa “rivoluzione”? Concretamente, intendo. Magari senza tirar fuori risposte come questa:

Problema numero uno: c’è la copertura finanziaria? A leggere i giornali, anche quelli che si sono trasformati nell’ufficio stampa del presidente del Consiglio, occorre capire quanti sono i soldi effettivi e dove vanno presi. Problema non da poco, visto che assumere un/a insegnante significa pagare stipendi, eventuali malattie, maternità, congedi, ferie, contributi, ecc.

Problema numero due: i costi sociali. Il Fatto Quotidiano denuncia prospettive piuttosto preoccupanti, soprattutto quando si leggono, nell’articolo di Marina Boscaino, parole quali:

I docenti, valutati dai dirigenti, si renderanno disponibili al momento dell’assunzione alla mobilità non solo fuori dalla provincia, ma – se necessario – anche fuori dalla regione. Il tutto in una professione che ha indici di femminilizzazione altissimi.

insomma, se questo fosse vero c’è il rischio che la prof Luisa Rossi di Perugia venga sballottata in un paesino della provincia udinese – le piaccia o meno – e sia costretta a lasciare a casa (magari appena comprata e con mutuo da pagare) marito e figli/e. Tale procedimento nel vocabolario della lingua italiana avrebbe una parentela semantica con il concetto di “deportazione”. Da ricordare la prossima volta che sentiremo l’intellighenzia piddina riempirsi la bocca di parole come “famiglia”. 

Problema numero tre: l’apertura ai privati. Può un sistema pubblico consegnato all’arbitrio dei privati garantire quella pluralità che dovrebbe essere alla base del sistema scolastico pubblico? Cosa sarebbe di problematiche come la laicità dello Stato, la libertà religiosa, l’autodeterminazione dell’individuo, i temi etici, la questione LGBT, ecc, in un contesto che viene controllato ad esempio da cooperative religiose di un certo tipo? Quali garanzie di rispetto di tutte le differenze verranno date rispetto a questa prospettiva? Al momento non è dato saperlo.

Dulcis in fundo: lo strapotere dei/lle dirigenti. Poiché non viviamo in un paese scandinavo ma in una nazione che basa la sua vita democratica sull’inciucio, il nepotismo, il privilegio e il mantenimento di forti squilibri socio-culturali, c’è il rischio tutt’altro che scongiurabile che le presidenze diventino piccoli centri di potere basati sui favoritismi. Una norma siffatta dovrebbe prevedere l’impossibilità di assumere parenti e personale legato alla dirigenza da rapporti personali di vario tipo. Perché a pensar male si fa peccato, ma l’Italia – forse anche per le sue matrici cristiane – del peccato sembra esser patria, in tutte le sue declinazioni possibili: mazzette, soprusi, mobbing, omofobia e via discorrendo.

Tralascio altri aspetti, sia per non mettere troppa carne al fuoco, sia perché non ne ho competenza (scatti salariali, meritocrazia, ecc). Non sono contrario pregiudizialmente al fatto che i/le docenti vengano valutati/e – e, possibilmente, non “giudicati” come ha detto il premier, visto che non stiamo parlando di delinquenti ma di professionisti/e – e che lo stipendio venga calcolato sulle competenze effettive di chi lavora. Ho visto insegnanti che meritavano di essere licenziati/e in tronco e altri/e che facevano il lavoro di due-tre persone per far funzionare tutto. Ben venga quindi un sistema più equo. Ma troppe sono le questioni in sospeso e il sospetto che si tratti dell’ennesimo annuncio cui seguirà il solito niente o un più originale “peggio di prima” è più che giustificato. Vedremo cosa accadrà.

Unioni civili: Renzi pensa all’apartheid, Alfano detta la linea

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unioni civili renziane: nuove panchine per “froci”?

Qualche giorno fa Aurelio Mancuso, una delle maestranze LGBT nel Partito democratico, su Twitter gioiva del fatto che nel programma “Mille giorni” fossero sparite le unioni civili. Il fatto, in verità, era già grave di per sé: la piena dignità della persone LGBT e dei loro affetti non è prevista in quello che dovrebbe essere l’ennesimo (e velleitario) piano di salvezza della nazione, la sua riqualifica morale e la sua proiezione verso le magnifiche sorti progressive della democrazia compiuta, di tipo europeo. Come a dire: la civiltà sta da una parte, i gay dall’altra.

Mancuso, ovviamente, parlava in buona fede: consapevole che il suo governo avrebbe potuto partorire solo l’ennesimo orrore legislativo – e questo la dice lunga sullo stress psichico al quale sono sottoposti i gay che militano dentro il Pd – la prospettiva di lasciar fare alle due camere, magari con maggioranze trasversali, era più accattivante. Peccato che il parlamento e il suo partito siano gli stessi che hanno prodotto la legge Scalfarotto… Ma si capisce pure che quando fai il gay di partito non hai quell’agibilità politica che ti permette di essere lucidamente critico verso un governo di cui non ti fidi e un partito che non ti (pre)vede, proprio perché gay.

Ad ogni modo, Mancuso aveva ragione: nella prospettiva che si facesse una legge a totale svantaggio delle famiglie arcobaleno, meglio lasciare le cose come stanno. Alla peggio la senatrice Cirinnà avrebbe avuto il suo fulgido momento di gloria, seguito dalla polvere del cassetto in cui sarebbe stato accantonato il suo testo. Lo stesso cassetto, per intenderci, in cui è stato sepolto il ddl contro l’omofobia.

E invece no. Il governo le mani sulle unioni civili ce le vuole mettere eccome! E con una di quelle peripezie che solo un partito come il Pd potrebbe concepire che, a sentire l’Huffigton Post, anche l'”ala progressista” del partito – mica una pleiade di deficienti qualsiasi – la bolla come un errore. Sia perché rallenterebbe i lavori già avviati in commissione Giustizia, sia perché, in altre parole, fa proprio schifo: perché si vogliono fare sì le civil partnership, «ma con un approccio legislativo differente per renderlo meno indigesto a coloro che si oppongono alle unioni omosessuali». E cioè: «Il testo Cirinnà è molto semplice perché rimanda sostanzialmente ai diritti delle coppie coniugate, un dettaglio che suscita lo sconcerto dei cattolici nonostante non sia prevista l’adozione. Il governo vuole invece imitare il procedimento legislativo adottato dalla Germania, che ha creato una legge ex novo come unica fonte normativa per le unioni civili».

Insomma, traducendo: il testo Cirinnà ha l’errore di equiparare i diritti delle coppie gay e lesbiche a quelli del matrimonio e i cattolici non vogliono. La filosofia del nuovo testo pare orientata – se l’Huffington dice il vero – a mettere nero su bianco che questi diritti, pur analoghi, non hanno nulla a che fare con esso. Si vogliono riconoscere i diritti, e bisogna poi vedere quali, ma non le unioni in altre parole. Come fu con i DiCo.

La soluzione, dunque? Creare un istituto a parte, un vero e proprio ghetto giuridico, dove infilare le vite di gay, lesbiche e prole annessa. Questo istituto a parte – che di fatto sancisce, come in diversi paesi post-sovietici, che il matrimonio è solo tra uomo e donna – dovrà poi passare sotto la scure della mediazione con il gruppo di Alfano e con Scelta Civica, quei due gruppuscoli di miracolati omofobi che hanno già tuonato contro le stepchild adoption e contro la reversibilità della pensione. 

Il rischio, dopo mesi di fanfara mediatica a cui hanno contribuito anche numerosi elementi gay e qualche testimonial lesbica, è di ritornare sul vecchio mantra: “meglio poco che niente”. E in nome di questo si potrebbe arrivare in conclusione a un DL che non prevede nessun diritto matrimoniale, ma pochi provvedimenti di natura privata. 

Possiamo dire grazie, nell’ordine:

  • al presidente del Consiglio, che voleva portarci in Europa anche sui diritti civili e ci sta scaraventando nel Sud Africa degli anni settanta
  • ai gay e alle lesbiche presenti nel Pd, che non sanno più cosa fare per convincere se stessi/e ed altri/e della bontà del loro partito, ma ormai ridotti all’equivalente di “servizio buono” da mostrare nelle occasioni ufficiali (che non si dica che nel Pd non ci siano froci in casa)
  • alla popolazione LGBT che ha contribuito a regalare a Renzi quel 40,8% con cui non solo sta distruggendo la democrazia nel nostro paese, ma in virtù del quale farà un provvedimento – semmai ci riuscirà – che sancirà la definitiva separazione tra diritto per la cittadinanza tutta e leggi ad hoc per la gay community. Roba da chiedervi i danni, morali e fisici.

Ovviamente c’è il rischio che nemmeno quest’ennesima legge blanda e offensiva veda la luce, considerando anche il fatto che, con tutta evidenza, su certi temi sono proprio l’Avvenire e il Nuovo Centrodestra a dettare la linea a Renzi. Ma esattamente come per la legge Scalfarotto si porrà un nuovo tassello a vantaggio dell’omofobia in questo paese: ieri, l’odio verbale contro gay, lesbiche e trans è passato come forma di pensiero da tutelare (grazie ancora Ivan) e domani i nostri sentimenti potrebbero essere definitivamente visti, e per legge, come qualcosa che non trova spazio nella giurisprudenza riservata alla “gente normale”.

La cosa veramente drammatica, infine, è che gente come Mancuso – ma anche Alicata, Viotti (quello che ha votato per l’omofoba Toia a rappresentare anche le sue istanze, per capirci) ecc – sta in quel partito perché “senza il Pd non otterremo mai nulla sul piano della piena uguaglianza”. E invece, anche grazie a loro o a causa della loro ininfluenza, la prospettiva sembra essere quella di nuove “panchine per negri”. 

Oggi sul Fatto Quotidiano: “Decidere di avere un figlio è sempre un atto di volontà”

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«Il recente caso di stepchild adoption applicato dal tribunale di Roma – ovvero: una donna ha potuto estendere i suoi diritti/doveri di genitore alla figlia della sua compagna, nonché madre biologica, in quanto facente parte di un unico nucleo familiare – ha sollevato l’immancabile vespaio di polemiche che nel contesto italiano assume i connotati della barzelletta, sia per i protagonisti che lo hanno animato, sia per la qualità del dibattito politico prodotto in merito. Mi soffermerò solo sui due casi più grotteschi.»

Per sapere quali, vai al mio articolo di oggi sul Fatto quotidiano.