Il caso Meriam e la differenza tra omofobi e attivisti gay

caso Meriam: il problema è l’integralismo religioso

Quando Vladimir Luxuria venne arrestata a Sochi per aver espresso il suo dissenso contro le legge antigay di Vladimir Putin, la nostra diplomazia lavorò per il suo immediato rilascio, in quanto cittadina italiana. Ricordo, come se fosse ieri, le argomentazioni del solito cattolicume omofobo con esternazioni quali “i marò li lasciano marcire in India, la trans se la riportano in casa”, “i veri problemi sono altri”, “chissà se le associazioni gay farebbero lo stesso se ci fosse un cristiano al suo posto” e idiozie simili.

Riguardo al tema della “cristianofobia”, nuovo mito di frange cattoliche estremiste (le stesse che popolano le iniziative di Manif pour Tous e delle Sentinelle in piedi, per capire di cosa stiamo parlando) si è agitato – soprattutto su Twitter e sui social network in genere – una vera e propria strumentalizzazione ideologica, per opposizione. Ma andiamo per ordine.

È di queste ore la notizia che Meriam Isha Ibrahim, sudanese imprigionata e condannata a morte nel suo paese per aver cambiato religione ed essersi convertita al cristianesimo dall’islam, ha raggiunto l’Italia per intercessione del nostro governo. Una missione umanitaria che denuncia la follia dell’integralismo religioso: non si può, nel XXI secolo, rischiare la vita per questioni legate alla fede. Che questa donna sia stata salvata è indubbiamente una buona notizia.

Ritornando alla strumentalizzazione di cui sopra, i vari supporter dei club omofobi hanno sempre usato questo caso da una parte per millantare l’esistenza del fenomeno della “cristianofobia”, che non esiste, e dall’altro per porlo in opposizione all’omofobia, che per loro non esisterebbe. Attraverso la storia di Meriam, questa gente cerca di far passare un messaggio: “i veri problemi sono altri, come le persecuzioni dei cristiani nel mondo islamico, non le richieste assurde dei gay”. Ringraziano, nell’ordine: i musulmani, dipinti tutti come assassini, e le persone LGBT, raccontate come personaggi capricciosi che hanno scarsa aderenza con la realtà. Molto spesso, infine, questo tipo di argomentazioni è supportato dal fatto che le associazioni omosessuali fanno i pride per i loro diritti ma mai manifestano contro questo tipo di violenze (e questa è un’altra bugia).

Se vogliamo vedere le cose come stanno, andrebbe invece detto che:

1. Meriam è stata condannata a morte per apostasia, non perché convertita al cristianesimo, ma perché ha abbandonato l’islam. Se si fosse convertita al buddismo o fosse diventata testimone di Geova avrebbe subito la stessa sorte. Non è scegliere la religione di Gesù il problema, è abbandonare Allah che può essere rischioso in certi contesti

2. il cristianesimo, soprattutto nella lettura che ne fa la chiesa di Roma, per secoli ha imposto lo stesso trattamento agli apostati: in passato se si cambiava religione si moriva. Con la benedizione di questo o quel papa. Va da sé che il problema sta nell’intransigenza religiosa. Per cui, ancora una volta, è un certo modo di intendere la fede il vero problema

3. ancora oggi la chiesa di Roma scomunica chi cambia credo o chi si dichiara ateo. Adesso, se la libertà religiosa è un valore, lo dovrebbe essere per tutti e tutte, a prescindere dal credo che si sceglie di professare. Ma i nostri integralisti cattolici non sembrano scandalizzarsi rispetto alla reazione della propria chiesa rispetto alla libertà di chi decide di seguire un’altra confessione (ragazzi, non sarete un attimo ipocriti?)

4. sulla questione LGBT, legata al caso Meriam: nessuna associazione gay si è ribellata o ha espresso giudizi negativi sul fatto che lo stato italiano si sia interessato a questo caso. A parti invertite, invece, certe realtà integraliste fanno sentire tutto il loro disappunto, come nel caso Luxuria.

Sta qui, credo, la grande differenza tra omofobi/e e attivisti/e LGBT. I primi agitano fantasmi che non esistono e pretendono trattamenti diversi, di fronte a casi analoghi (la violazione delle libertà individuali, nella fattispecie). I secondi, invece, lottano di fronte a discriminazioni reali e, soprattutto, non si ribellano quando la giustizia segue il suo corso.

Personalmente non posso che essere contento che il caso di Meriam si sia risolto nel migliore dei modi. Anche lei, come migliaia di persone LGBT, è stata vittima di un modo sbagliato di intendere e vivere la fede. Non può che avere la solidarietà di chi opera per l’affermazione dell’autodeterminazione dell’individuo.

Civatiani e sinistra Pd votano l’omofoba Toia in Europa

Patrizia Toia, omofoba e capodelegazione del Pd in Europa

La notizia è che Patrizia Toia è stata eletta a capo-delegazione del Pd al Parlamento Europeo. Per sapere chi è questa gentile signora – che sulle questioni LGBT ha un approccio filosofico da santa inquisizione e la sensibilità di una sentinella in piedi – basterà ricordare che ha posizioni su matrimonio egualitario, diritti civili e autodeterminazione della donna che la collocano più vicino a un Giovanardi che a un Civati: ricordiamo come ha votato per il rapporto Estrela. Fa specie, dunque, che eurodeputati/e LGBT o gay-friendly abbiano deciso di avallare tale candidatura.

Scrive Daniele Viotti, europarlamentare del Pd, in una sua nota su Facebook:

Credo sia necessario un chiarimento riguardo il ruolo del capodelegazione al Parlamento Europeo: il nostro partito ha già un capo politico a Bruxelles, il suo nome è Gianni Pittella e, qualche settimana fa, è stato eletto a larghissima maggioranza capogruppo PSE, guidando così 191 deputati da 28 paesi diversi. Patrizia Toia avrà un ruolo diverso, di coordinamento nell’organizzazione interna della nostra delegazione. Non si è trattato di un congresso né tantomeno di una scelta ad alto contenuto politico: Patrizia Toia e Antonio Panzeri sono entrambi ottimi deputati, hanno grande esperienza e conoscono bene il Parlamento Europeo.

Adesso, definire “ottima deputata” un’omofoba antiabortista è una contraddizione in termini. Ma fa parte dell’anima del partito in cui Viotti si ritrova a lavorare e ne prendiamo atto. Rimane il problema simbolico di questa candidatura, che è anche politico. Toia rappresenta una voce specifica, non è una qualunque. Si dà un segnale a certa cultura che viene comunque rappresentata, fosse anche per questioni meramente “funzionali”. In altri termini: se io fossi nell’antimafia e votassi, fosse anche per una candidatura di mera rappresentanza, qualcuno che sostiene che con certe forme di malavita si deve convivere, quanta credibilità avrei poi in quella che è la mia battaglia qualificante? La questione sta tutta qui.

Civatiani e sinistra “laica” hanno dunque dato il loro voto a una collega di partito omofoba e antiabortista. Poi mi spiegheranno, dopo questo precedente, quale sarebbe il discrimine per non votare una legge Scalfarotto, per dire sì a un futuro rapporto Estrela, per ribellarsi ai DiCo o ulteriori finanziamenti a scuole confessionali (quelle che licenziano le insegnanti lesbiche) e tutto il male a cui siamo stati/e sottoposti/e negli ultimi anni.

Un pensiero affettuoso, infine, a chi ha votato il Pd alle europee, «perché io sostengo i candidati pro-LGBT». Gli stessi, adesso, hanno votato per un’omofona come propria rappresentante. Meraviglie del 40,8%.

Transatlantici gay e il piccolo mare dell’omofobia

stupidità omofoba

stupidità omofoba

Questa immagine – che sta girando sui social network – descrive perfettamente l’universo mentale del fronte omofobo. Ci rappresentano come una specie di Titanic, come una Costa Concordia che si dirige a tutto spiano contro una scogliera, pensando di voler sovvertire la logica: ci immaginano come una nave che invece di capire che sulle rocce si rischia di affondare, pretende che le rocce si spostino.

Credo che la metafora della nave e del faro, sia invece molto azzeccata. Va da sé che se sono su un’imbarcazione e vedo un pericolo, lo scanso e faccio in modo che altri evitino di finirci sopra. Ma dopo procelle, acque burrascose e lidi poco propizi – che potremmo definire come le reazioni omofobiche alle nostre vite – abbiamo tutto il diritto di essere accolti in porti sicuri come tutte le altre persone. Di essere accolti nel porto del diritto e del rispetto.

Loro, quelli/e del fronte omofobo, andrebbero quindi rappresentati/e come quel pescatore un po’ scemo che pensa che far circolare i transatlantici rainbow renda il mare più piccolo. Quando è evidente, invece, che l’oceano è altrettanto grande per poter permettere a tutti/e di salpare verso il largo e verso orizzonti meno angusti rispetto al punto di vista di chi produce vignette sostanzialmente stupide e, se vogliamo dirla tutta, piuttosto brutte e poco attraenti.

Perché la realtà, piaccia o meno, è questa. Poi facciano un po’ come vogliono.

Sapete quando la misura è colma?

Ero tranquillo a casa mia, a studiare una documentazione sul bullismo omofobico – perché credo sia importante informarsi su queste cose, in quanto insegnante, e perché ci sto scrivendo un libro – quando mi arriva una notifica da Twitter su un certo contenuto:

Schermata Farina 1

Adesso io gli spiegherei pure, a questo signor Farina, che un testo scritto quarant’anni fa da un laureando di filosofia andrebbe letto e interpretato, dagli occhi di un contemporaneo, avendo ben presenti alcune complesse ragioni:

1. Mieli teorizzava la libera sessualità in ogni sua forma, anche quella che oggi entra nel rango delle parafilie, anche in reazione alla psicoanalisi di quando era in vita (e la psicologia di oggi è un attimo diversa rispetto a quella degli anni ’70)
2. in questa forma di libertà assoluta teorizzava la piena libertà del bambino di esprimere la sua sessualità, contro un ordine precostituito che “castra” l’individuo fin dall’infanzia (per cui questo aspetto controverso di Elementi di critica omosessuale andrebbe inteso come la facoltà dell’essere umano di decidere di autodeterminarsi sessualmente fin da piccolo e non la facoltà dell’adulto di abusarne)
3. da studioso di filosofia, Mieli si rifaceva più verosimilmente al modello pederastico greco che non al “modello pedofilo” protetto e praticato da certi sacerdoti cattolici.

duplicatoIn ultima analisi ci sarebbe anche da far notare a questo individuo che curare una raccolta di poesie postume – precedenti addirittura agli Elementi – non significa avallare pratiche, sempre criminali, di violenza o abuso sui/lle minori (che negli Elementi non vengono di certo auspicate).

Ecco, se avessi a che fare con un soggetto che dimostra una certa serenità di approccio alla questione – oltre a una certa dimestichezza con la cultura – lo farei anche, ma credo che sia tutto inutile cercare di argomentare con chi dimostra un certo fondamentalismo e un certo estremismo rispetto a specifiche tematiche: il signore in questione, infatti, segue e ripubblica molto materiale reperito su siti di organizzazioni omofobe.

Sembra che dietro certi attacchi ci sia quindi l’esigenza di dimostrare che pedofilia e omosessualità siano strettamente collegate e questo lo trovo inaccettabile e criminale. Sia perché è scientificamente dimostrato che non è vero, sia perché mi si richiama in prima persona diffamandomi sotto il profilo personale e, di rimando, anche sotto quello professionale, lavorando io a scuola con minorenni.

Quindi, nell’incertezza delle cose da dire e da fare e dopo gli opportuni screenshot, passerò tutto il materiale conservato ai legali delle associazioni che si occupano di questo tipo di questioni. Dopo di che si vedrà come procedere. Triste e preoccupante che i supporter della “famiglia tradizionalmente omofoba” abbiano bisogno di questi squallidi escamotage per cercare di ottenere ragione. Evidentemente non hanno altri mezzi se non la calunnia e il discredito. Io mi limito a smontare le idee di certa gente con il ragionamento e a quanto pare la cosa brucia. Fino a questo punto. Fino a quando la misura è colma.

Cose turche: l’omofobia non è un’opinione

Turchia gay-friendly

Turchia gay-friendly

«La Corte Costituzionale turca ha sentenziato che definire i gay con l’appellativo di “pervertiti” è incitamento all’odio». La notizia la riporta Gayburg, per cui potete leggerla direttamente lì.

Qui mi limiterò solo a un paio di considerazioni:

1. al prossimo che mi oppone la “questione musulmana” quando si parla di problemi mediorientali di vario tipo, con frasi come «se ti piace tanto l’islam, ricordati come vengono trattati i gay in quei paesi», ricorderò che se un paese è confessionale per le persone LGBT ci sarà sempre qualche problema di troppo. Se è laico, invece…

2. nell’articolo si legge che «la Corte Costituzionale ha anche dichiarato che l’incitamento all’odio nei confronti dell’orientamento sessuale è da ritenersi di uguale gravità a quello commesso per motivi di razza, etnia o colore della pelle», mentre noi abbiamo in bilico sulle nostre teste la spada di Damocle della legge Scalfarotto che permette di dire proprio un certo tipo di enormità a scuola, al sindacato, in fila alla posta, ecc.

Essere surclassati anche in questo non solo dall’est europeo – di recente la Croazia ha approvato le civil partnership esattamente come le vorrebbe il Pd, qui in Italia – ma anche da una fetta di mondo che l’occidente ritiene di serie B per questioni legate al diverso credo religioso, getta vergogna non tanto sul nostro paese, quanto su un’intera classe dirigente che si mostra sempre più inadeguata rispetto all’urgenza e all’importanza di certi temi.

Poi ognuno faccia le sue considerazioni in merito. E no, non sono un fan della religione islamica – così come delle religioni nel loro complesso – sia ben chiaro.

Io e la mia ossessione

verso la democratura renziana?

verso la democratura renziana?

Curiosa la vita. Quando fino a non molto tempo fa i miei articoli erano rivolti contro il folle piano di Berlusconi e del suo partito di trasformare l’Italia nell’equivalente europeo di una repubblica ex-sovietica – una di quelle in stile Uzbekistan et similia per intenderci – le mie critiche venivano considerate come un atto di civismo (oltre che di cinismo). Adesso che me la prendo col Partito democratico per le stesse identiche ragioni, militanti e simpatizzanti mi accusano di nutrire una vera e propria ossessione.

Adesso, avrò sicuramente turbe psichiche sul fatto che questa classe dirigente, che io considero di miracolati/e – classe divenuta “intellighenzia” solo perché quella che l’ha preceduta non era nemmeno buona a dosare lo zucchero da mettere nella tazzina del caffè – sta demolendo la democrazia nel mio paese. E visto che ci vivo, qui in Italia, forse la cosa mi rode un po’.

Però intendiamoci su alcuni principi di base: avremo ben presto una camera sola, i cui eletti e le cui elette saranno nominati/e da un uomo solo, il quale si sceglie le persone con cui poi fare il bello e il cattivo tempo sul nostro futuro, la nostra vita e i nostri destini ultimi. Nessun contrappeso reale, nessun equilibrio di poteri. Il capo decide, il parlamento approva. Chi dissente, rischia di non esserci più. Se questo sistema che tanto piace a Renzi e al suo fan club fosse stato già operativo negli anni passati, avremmo Berlusconi come presidente della Repubblica con un sistema istituzionale, sociale e politico a dir poco agghiacciante. Qualcuno dovrebbe quindi spiegarmi perché mai sotto i governi di Forza Italia prima e del PdL poi questa prospettiva era il male assoluto e adesso, invece, sembra essere l’unica strada possibile.

Sempre questo gruppo dirigente – che si gloria di avere teste pensanti del rango di Debora Serracchiani (che ti dice serenamente che non si può votare secondo coscienza sulle riforme costituzionali), Ivan Scalfarotto (che insulta le associazioni LGBT che gli fanno notare che forse la sua legge è un attimo omofoba) o Maria Elena Boschi (o del nulla assoluto, ma con la giusta dose di arroganza), solo per citarne solo alcuni/e – sta approvando una legge elettorale che non ha uguali nel mondo civile e democratico, per cui larghe fasce di elettorato verranno tagliate dalla rappresentanza nelle istituzioni con soglie di sbarramento bielorusse. E di fronte a perplessità e obiezioni, che dovrebbero essere il sale della democrazia, sempre questa mediocre classe dirigente risponde con insulti e ricatti: si fa così, se vi piace e se non vi piace si fa sempre così. Questo è il sentire comune del nuovo corso del Pd.

Stiamo diventando un paese in cui l’opposizione viene retrocessa quotidianamente al rango di dissidenza. In cui se critichi un premier che al momento ha solo prodotto slogan e leggine di mero consumo elettorale – spacciate per redistribuzione del reddito – vieni bollato come menagramo, gufo, pessimista, massimalista, settario, fanatico, “comunista” e, per ultimo, come mentalmente poco equilibrato. Come un ossesso, appunto… ricordate quale regime ti faceva diventare malato di mente se non la pensavi come il leader?

In altri contesti civili, questa “ossessione” rientra in una fenomenologia ben definita: quella che fa capire la differenza tra chi ci tiene all’equilibrio democratico e chi, invece, ha un’idea della politica o come sistema di partito – per cui esso non è il mezzo, bensì il fine – o come atto di ossequio verso l’uomo nuovo e forte (e signore/i mie/i, stiamo parlando di Renzi, uno che a scuola verrebbe considerato uno sfigato mal vestito, non so se abbiamo l’esatta dimensione di chi è l’oggetto della vostra venerazione).

Insomma, a me fa male vedere che un gruppuscolo di persone mediocri sta trasformando il nostro paese in una democratura, in nome di un pragmatismo che sembra funzionale al mantenimento del potere politico e non al benessere della società. Ma se lo faccio notare, il problema a quanto pare è mio e della scarsa propensione del mio cervello di partorire pensieri sani. Poi, ok: democrazia, purtroppo, è anche accettare che la massa si lanci nel burrone dell’autoritarismo perché ritiene giusto che così debbano andare le cose. Ma siamo in un sistema democratico, appunto, anche se non si sa ancora per quanto tempo. Fino a quando la Costituzione non sarà considerata un definitivo e inutile orpello, e questa è la lettura di certi renziani rispetto alla nostra Carta fondamentale, sarà mio diritto agitare quel batacchio che avete attorno al collo per ricordarvi che a) c’è il precipizio, oltre quella lieta radura fatta di buone intenzioni e b) non siete pecore, anche se pare che vi piaccia questa nuova condizione di società ovina, che pare aver sostituito l’antico popolo bue.

E fino a quando sarà possibile dirlo, io dirò che a me questo Pd, questo premier e le persone di cui si circonda mi fanno orrore, a livello istituzionale e politico ovviamente. Proprio perché siamo in democrazia. Nonostante un partito il cui nome sta pervertendo il significato della cosa (leggetevi Orwell, a questo proposito). E nonostante voi che gli andate dietro, in buona sostanza.

Sono un elfo molto cattivo

Partiamo da un presupposto, visto che ciclicamente qualcuno mi rinfaccia di essere un po’ fascista, un po’ grillino, un po’ cubano (nel senso di castrista) a seconda delle sue intenzioni di voto: decidere di condividere o meno riflessioni e spazi virtuali sul mio profilo di Facebook non inficia il concetto di libertà di pensiero.

Fatta questa premessa, spiegherò le ragioni per cui se escludo qualcuno/a dalla mia cerchia di amici/he on line non ledo il diritto ad espressione:

1. perché tu potrai continuare altrove e nei luoghi virtuali pubblici a dire e sostenere che sono una persona che non ti piace, orrenda, pessima, di dubbio gusto, ecc
2. perché nei miei articoli sul Fatto Quotidiano non c’è censura (a meno che non si usano insulti, allora interviene direttamente la redazione a cancellarli)
3. perché su questo blog, salvo rare eccezioni (per lo più analoghe a quelle del Fatto), ognuno/a è libero di esprimersi come meglio crede.

Facebook e Twitter sono piazze meno ufficiali, più personali. Soprattutto Facebook. E se reputo poco consono subire commenti in cui di volta in volta mi si definisce come “estremista”,  “nazista”, “provinciale”, “sfigato”, “autolesionista”, “psicolabile”, “idiota quale non sei” e altre affettuosità che mi sono state proferite nel corso di questi mesi da persone che poi ho preferito rimuovere, credo rientri nella mia libertà di non sentirmi molestato negli spazi in cui condivido cose più o meno serie con persone a me care.

Per il resto, avete i vostri blog, i vostri profili, i vostri social e le vostre chat dove poter esprimere liberamente ogni riprovazione nei miei confronti. E, nei limiti del legale, potete farlo anche qui. Ognuno/a rimane quindi padrone/a di fare quello che vuole. Poi ci sarebbe altro da dire sul fatto che qualcuno mi riserva tweet e stati dedicati, contrariamente a me. Ma questa è un’altra storia, sulla quale preferisco non soffermarmi ulteriormente. E per il resto, anche sti cazzi. Converrete.

Ti lamenti del disagio? Atac ti blocca su Twitter

Bloccata la metro A, Roma in tilt

Bloccata la metro A, Roma in tilt

Quando stamattina ho preso la metro B, dirigendomi a Termini, per poi proseguire con la linea A fino alla fermata di Ottaviano, non avrei mai pensato che anche oggi sarebbe stato un incubo. E sì, dico anche oggi – col corsivo – perché ormai prendere un mezzo pubblico a Roma è divenuta un’impresa, da annoverare tra le dodici fatiche di erculea memoria se Atac fosse esistita sin dai tempi degli antichi greci e della produzione dei loro miti.

E quindi, dopo le infiltrazioni per la pioggia, i binari vecchi, l’immancabile suicidio, i vagoni che si rompono, la gente che muore a bordo, i cazzi e i mazzi – scusate se cito Petrarca – e oltre la norma ormai quasi quotidiana per cui puoi aspettare anche sedici minuti per poter prendere una metro direzione Rebibbia o Conca d’Oro, oggi è stato il turno del tubo che si stacca e che finisce sul finestrino del macchinista. Adesso, per carità, solidarietà totale al conducente e speriamo tutti e tutte, e sono sincero, che non gli sia successo niente di grave. Tuttavia, mi pare che ormai a Roma faccia notizia non tanto questo o quel contrattempo, quanto il fatto che la metro sia funzionante ed efficiente. Sembra invece che ritardi, guasti, scale mobili perennemente rotte – come a Tiburtina, con cadenza settimanale – sporcizia diffusa, scioperi il venerdì e varie ed eventuali, stiano qualificando il servizio di trasporti della capitale d’Italia come “problematico”, per usare un eufemismo.

Sarà quindi per questa ragione che la gente reagisca nel modo siffatto:

  • prendendosela con Atac (e stacce, come si dice a Roma)
  • chiedendo conto e ragione di certi fenomeni, ormai a cadenza periodica, sul suo profilo su Twitter
  • inventando l’hashtag #atacmerda (poi uno si chiede perché)
  • inveendo in giro per la città contro un servizio che definire terzomondista fa rischiare una querela. Dai paesi del terzo mondo

A proposito di Twitter. Ecco un estratto di un mio dialogo con un/a simpatico/a impiegato/a Atac, proprio sul disagio causato dall’incidente di cui sopra (capite a mme, quasi cinque ore per fare dalla stazione Tiburtina al Vaticano, con tanto di taxi a spese mie):

litigando con Atac su Twitter

litigando con Atac su Twitter

Il/la dipendente l’ha però presa come una cosa personale: dopo che mi è stato chiesto con fare stizzito – in un tweet con tanto di refuso poi rimosso – se avessi di nuovo se avessi bisogno di informazioni sul servizio, ho risposto: «invece di polemizzare, cercate di fare in modo che il mio abbonamento annuale sia ben speso», dopo di che è successa una cosa strana. Non solo non mi è arrivata più nessuna risposta (e ci sta, io sono cagacazzi per natura, ma vorrei vedere voi, ore e ore su mezzi affollati, senza aria condizionata e insufficienti a gestire il traffico di passeggeri) ma l’incaricato/a mi ha addirittura rimosso dai contatti, bloccandomi. Come se fosse una lite tra utenti comuni sui social.

Infatti, ho cercato di aggiungere di nuovo @InfoAtac tra i miei contatti e questo è il risultato:

è così che risponde Atac?

è così che risponde Atac ai suoi clienti?

Adesso, non so quali intimi procedimenti mentali io abbia turbato con i miei tweet. Sta di fatto che pensavo di interagire con un servizio in quanto cliente Atac, azienda alla quale pago all’inizio di ogni gennaio un cospicuo abbonamento annuale. Credo sia nei miei diritti di cittadino e di consumatore lamentarmi per i continui disservizi e per il disagio arrecatomi, così come dovrebbe essere un dovere del personale dell’azienda ascoltare le lamentele del pubblico.

Non credo, invece, che rientri nel criterio della professionalità utilizzare il mezzo come se si trattasse di una scaramuccia tra utenti da social. Perché ok, uno può anche sbroccare, ma è nelle regole del gioco il confronto col pubblico. E caro/a impiegato/a, se fossimo stati ad uno sportello e avessi tirato giù la tendina, perché “offeso/a” dal fatto che ti faccio notare l’evidenza, a quest’ora saremmo a parlarne col tuo superiore. Fermo restando che adesso tu non mi leggi, ma ciò non mi impedirà di poter continuare a dire quanto sia inadeguato il vostro servizio (e ti riporto all’hashtag già citato, che dovrebbe farvi venire in mente – a te e alla tua dirigenza – più di una domanda).

Insomma, tra i vari mali che affliggono l’azienda per il trasporto urbano di Roma, oltre sfiga e apparente incompetenza, pare ci sia anche un certo infantilismo. E forse di questo, più di qualsiasi altra cosa, potevamo farne benissimo a meno.

Cari froci e care lelle, un po’ di dignità per favore!

chi si ricorda più i moti di Stonewall?

Scrivevo ieri, nel mio post sul Fatto, che «il movimento LGBT si trova di fronte a un bivio: quello di accettare qualsiasi compromesso o fare i conti con un senso di dignità che dovrebbe essere trattato in modo diverso rispetto a una qualsiasi questione sindacale». In quell’articolo, per altro, metto in risalto alcuni aspetti problematici di quanto ci aspetta a settembre:

la legge, così com’è, verrà molto probabilmente azzoppata su temi caldissimi, come ha fatto notare Lucia Caponera di Arcilesbica, quali la stepchild adoption e la reversibilità della pensione. Altri, come Vincenzo Branà di Arcigay Bologna, hanno posto l’accento sui limiti che la legge, così com’è, presenta: l’adozione del figlio del partner garantirebbe prevalentemente quelle coppie che hanno i soldi per poter ricorrere alla surrogacy, per non parlare del rischio di “repentine retromarce”, speculare ai piccoli passi e sostanziale azzoppamento di un effettivo miglioramento per le condizioni di vita delle persone LGBT, come già successo per la legge Mancino che invece di essere estesa per i crimini di omo-transfobia ha limitato gli effetti anche per i reati su razzismo e antisemitismo.

Per il resto, faccio notare che il livello del dibattito dentro la gay community ha prodotto perle argomentative quali: “non si può dire di no a tutto, occorre accontentarsi dell’elemosina che ci concederanno, che è sempre meglio di niente”.

Le parole d’ordine sembrerebbero essere, quindi: “accontentarsi”, “elemosina”, “concessione” (variamente declinata). Quando occorrerebbe capire che nessuno, in democrazia – men che mai il Pd di Renzi – ha i titoli per concedere niente a chicchessia. E che ragionare in termini di carità eleva al rango di straccioni del diritto coloro che scomodano certe categorie lessicali.

Insomma, sarebbe anche ora, cari amici e care amiche, che cominciaste a percepirvi come individui, come soggetti giuridici, come parte di una cittadinanza attiva. E non come froci o lelle che non devono disturbare o che devo chiedere il permesso, e magari scusarsi, per vivere la propria vita, i propri affetti e la propria dignità. O il rischio apartheid c’è tutto. E se lo dice anche Certi Diritti – che non è certo un’organizzazione di estremisti – c’è da crederci.