A Raoul Bova piace il matrimonio gay. Il pride un po’ meno…

Raoul Bova di passi avanti ne ha fatti. A cominciare dalla sua adesione all’appello lanciato da Vanity Fair alla ministra Fornero, per sostenere l’allargamento del matrimonio alle coppie gay e lesbiche. E per questo lo si ringrazia e gli diciamo pure “bello e bravo!”.

Tuttavia ci tiene a precisare che a lui, il pride, proprio non piace. E se vogliamo dirla tutta, ne ha ogni diritto. La cosa che mi stupisce, però, è che lo ha detto proprio in relazione al suo sostegno al matrimonio. Un po’ come a dire: ok, stessi diritti per tutti, però non allarghiamoci.

Ed è proprio quel “però” che mi lascia qualche perplessità. È un po’ come se dicessi: ok, difendiamoli i diritti dei lavoratori. Però ribadisco la mia contrarietà al Concertone del primo maggio. Suona strano, no?

Vogliamo, per altro, ricordare che la filosofia del pride è quella per cui il corpo, oppresso dagli eccessi del perbenismo borghese, si spoglia dei “doveri esteriori” che la società ci applica addosso come catene per frenare il nostro io più vero e profondo? Poi ognuno scelga la sua mise, per dire no ai freni imposti dagli altri. Io, ad esempio, vado ai pride sempre in jeans e camicia.

Ad ogni modo, Raoul avrà il tempo di capire, se lo riterrà necessario, che le feste dell’orgoglio gay servono a promuovere – in mezzo alla musica, ai coriandoli e ai lustrini – proprio quei diritti che lui stesso considera imprescindibili. Intanto lo ringraziamo per la solidarietà: di questi tempi, a ben vedere, non è mai troppa.

Otto anni elfici

Compiuti qualche giorno fa.
Era un giorno di marzo del 2004 e io inseguivo un demone. E siccome avevo paura, mi sono inventato i super poteri di un elfo. Bruno, appunto…

Poi ho incontrato ognuno/a di voi e sono successe un sacco di cose. Ma questo lo sapete già. E di questo, non posso fare altro che ringraziarvi. Tutti e tutte, indistintamente.

Le ali di Marco, alla conquista del mondo

Lo studio è piccolo. Alle pareti ci sono i cartonati per mettere le uova e le pagine degli albi maxi di Dylan Dog. Marcello Albanesi mi accoglie, ha lo sguardo un po’ alieno e una collana vistosa. Gli occhi buoni, come se avessero visto tante cose e nonostante tutto…

Mi segue da un po’, e la storia di Daniel lo ha scosso, profondamente. Mi ha chiesto se poteva leggere le cose che avevo scritto di lui, in studio. Mi ha pure invitato, appena gli ho detto che mi sarebbe piaciuto vedere Guazzone dal vivo. Mi confessa che è un po’ emozionato, forse anche a causa del ritardo degli ospiti, ma sapete com’è fatta Roma, soprattutto se dall’Aurelia devi arrivare a Tiburtina. Il caos, come il nome della radio in cui siamo – Radio Kaos Italy, per l’esattezza.

Pian piano arriva altra gente, alcune amiche di Marcello, gli assistenti alla regia. Atmosfera viva, si va in terrazza a fumare, Venere e Giove, allineati ma più distanti, sopra le nostre teste. Si beve del vino, l’aria è allegra e un po’ irriverente, come il titolo del programma, Sticazzi. Arrivano gli ospiti.

Marco Guazzone sfugge agli sguardi che lo accompagnano nei tre metri che lo separano dalla porta al microfono. Deve essere timido. Non è distratto, di certo. Di tanto in tanto si guarda in giro. Marcello comincia col silenzio, parla di Daniel e del suo martirio, mi cita, leggendo le mie parole. È stato in quel momento che i nostri sguardi si sono incontrati. Marco, ho pensato, è una persona che osserva attentamente le cose che gli accadono intorno. Lo puoi vedere già nel video di Guasto, proprio nella scena finale. Quando, dopo aver finito di cantare, cerca gli occhi del suo maestro d’orchestra, Stefano Costantini – il più giovane della storia di Sanremo – per sciogliersi in una gratitudine sorridente.

«Ammazza» esclama, dunque, durante la sigla «non ne sapevo niente di questa storia…» chiosa, ancora, sul ragazzo cileno, morto l’altro ieri dopo settimane di agonie.

La trasmissione segue il suo corso. Un po’ come la vita. Un po’ come al silenzio segue sempre un rumore, un suono, una pausa del niente che poi è vita stessa, come siamo noi tutti e tutte, a ben vedere, chiamati su questa terra per riempire i vuoti e i silenzi lasciati da altri.

Marco, insieme ai suoi amici, per riempire il suo spazio di mondo, ha scelto la musica e te lo dice con quella modestia che non è insufficienza di stima di sé, ma quel giusto equilibrio tra la grandezza delle proprie ali e l’infinitezza dell’orizzonte da esplorare. Non è un Icaro pronto a sfidare il sole, per rovinare il suo volo di cera. Le sue piume e le sue penne sono le note, gli accordi, le emozioni partorite dalla fisarmonica, la tromba e il contrabbasso.

Canta, poi, Marco. Guasto non la fa, non c’è il chitarrista. E un po’ mi dispiace, perché a me, quella canzone, smuove intere fette di vita. Ma interpreta Il principe Davide, splendida melodia a cavallo tra il folk e sonorità nordiche – «tutta colpa di Stefano!» dirà a Marcello, durante l’intervista – e poi le cover di Nada e di Celeste Gaia, con Carlo.

Il suo album, suo e della sua band, gli Stag, uscirà a metà aprile. In copertina c’è un cervo, che sembra un “incanto patronus”. L’atlante dei pensieri, è il titolo. Una mappa dell’anima, dodici pezzi, in italiano e in inglese, che lasciano preludere a una fusione perfetta, già dagli esordi, di una letterarietà dei testi e uno sperimentalismo musicale in cui si amalgamano gli strumenti della tradizione alle suggestioni del presente.

Lo abbiamo visto a Sanremo, d’altronde, con la frase di apertura del brano d’esordio: «in quanti pezzi dobbiamo dividerci prima di arrivare a non riconoscerci più?». Lo abbiamo potuto ascoltare con la morbida storia del Principe Davide. Lo puoi addirittura vedere quando Marco chiude gli occhi, mentre suona e canta, in quella fusione tra corpo e il suo “demone”. E poi, quando gli occhi li riapre, la luce di sempre, quella fresca, giovane, che ha il sapore di chi sta costruendo un progetto, un sogno. Pronto a spiegare ali già sufficientemente grandi per guadagnare l’orizzonte, senza voler sfidare nessuno, ma alla conquista del mondo.

La legge elettorale e l’ABC dell’antidemocrazia

Ho letto dell’accordo tra Alfano, Bersani e Casini su quella che dovrebbe essere la prossima legge elettorale. Da quello che si legge, tutto lascia pensare al peggio. Vediamo perché.

Innanzi tutto, si legge sul Fatto Quotidiano, ci sarà «l’eliminazione dell’obbligo di coalizione, nel senso che diventerà facoltativo: le forze politiche che vorranno rendere chiare le alleanze lo faranno, ma non sarà obbligatorio». Suona strano dai difensori del bipolarismo, a cominciare dal segretario, o presunto tale, del PdL, che fino a ieri gridava ai pericoli di ogni inciucio.

L’obbligo di coalizione è fondamentale: io non voto il Partito Democratico per poi avere Casini o Buttiglioe nel governo. Ho bisogno di sapere con chi si vorranno alleare i partiti a cui va la mia scelta, altrimenti un voto varrebbe l’altro e potrei scegliere a casaccio, sulla scheda. Molto male, insomma.

Ancora, un altro elemento di forte preoccupazione: non ci saranno le preferenze. Solo che, allo stesso tempo, i partiti dicono che saranno i cittadini a scegliere i loro rappresentanti. In che modo è, attualmente, un mistero. Non è ben chiaro, infatti, se ci saranno ancora le liste bloccate. E se Parisi, non certo un parlamentare dell’IdV o della Lega, sostiene che ancora una volta i partiti – o meglio, i segretari – decideranno chi mandare in parlamento, a dispetto del voto dei cittadini, le preoccupazioni aumentano.

Di recente nei giornali e in TV si parla tanto, troppo e a sproposito di “antipolitica“, nome dato alla protesta contro un sistema di potere che ha prodotto fenomeni di enorme squallore quali il berlusconismo, l’impasse del PD, i vari trasformismi parlamentari, le scelte dell’UdC di mandare in parlamento personaggi poco raccomandabili, ecc.

Per quei signori, se ti ribelli a tutto questo sei contro la politica, quando magari, invece, ne vuoi solo una più pulita, meno nauseante.

Considerando che la legge elettorale è lo strumento per cui si rende funzionante la democrazia, e considerando che Alfano, Bersani e Casini – in ordine rigorosamente alfabetico – stanno lavorando per permettere ai partiti di rimanere ancorati alle poltrone e al potere quanto più possibile, si può ammettere, senza tema di smentita, che quei tre signori e gli interessi che portano avanti rappresentano l’ABC dell’antidemocrazia.

Da Casini e i berlusconiani ce lo aspettavamo pure. Dal leader di un partito che si definisce democratico decisamente no. E invece.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Gli stessi ingredienti”

Le ultime dichiarazioni dei nostri politici (politicanti?) fanno da contraltare alla violenza che, quotidianamente, si manifesta contro il popolo GLBT.

Ieri Matthew Shepard, oggi Daniel Zamudio… lo stesso tragico copione, che si ripete.

Non è possibile non vedere il sottile filo rosso che lega, culturalmente, certe dichiarazioni, certi atti, specifiche violenze. Nessuno, ovviamente, vuol dire che personaggi quali Bindi, Giovanardi o D’Alema auspichino aggressioni e omicidi. Ma la subcultura di chi ci aggredisce è la stessa di chi vuole negare i nostri diritti.

Di questo si è parlato, oggi, su Gay’s Anatomy. E se vuoi, puoi dire come la pensi nell’apposita sezione dei commenti.

Gay cileno ucciso dai neonazisti. E da tutti voi che…

All’inizio, quando ho letto questa notizia, ho pensato che non c’erano molte parole da dire, di fronte all’orrore:

Il Cile è sotto choc per l’aggressione da parte di un gruppo neo-nazi a un giovane gay di 24 anni, Daniel Zamudio. Il ragazzo è stato rapito e torturato per oltre sei ore.
Si è visto staccare un orecchio e bruciare una gamba. Poi è stato picchiato a calci e pugni e sfregiato su tutto il corpo con pezzi di vetro che tracciavano delle svastiche.
Zamudio è in fin di vita. La sua aggressione è avvenuta agli inizi di marzo, ma la notizia è emersa solo ora, all’indomani della dichiarazione della morte celebrale del giovane, a opera dei medici dell’ospedale Posta Central di Santiago del Cile.
La famiglia ha deciso di non staccare i macchinari che lo tengono in vita e di aspettare la morte naturale, prevista nelle prossime 48 ore.
L’ospedale è diventato metà di pellegrinaggio di tantissime persone venute a manifestare la propria solidarietà. Intanto le indagini hanno portato all’arresto di tre ragazzi di un’età compresa tra i 19 ed i 26 anni.

Poi un pensiero si è sovrapposto al senso di smarrimento, all’evidenza della tragedia che di per sé dovrebbe dire tutto.

Adesso, in molti diranno che gli dispiace e che la violenza non è mai giustificata. Lo diranno dentro i palazzi del potere e lo diranno, seppur a bassa voce, all’ombra degli altari delle chiese. Persino la gente comune non riuscirà a riconoscersi in questo gesto assurdo e criminale.

Eppure.

Tutte le volte che dite che i gay sono malati, viziosi o pervertiti.
Tutte le volte che dite che non abbiamo il diritto a sposarci, ad amare, a crescere i nostri figli.
Tutte le volte che avete sentenziato che prima vengono cose più importanti, mai fatte.
Tutte le volte che scomodate la natura, il “come sempre è stato”, la Costituzione (senza neanche averla letta, magari).
Tutte le volte che di fronte alla realtà vi opponete con la Bibbia, il Levitico e Sodoma e Gomorra.
Tutte le volte che avete fatto finta di niente, di fronte a un insulto, o avete anche ridacchiato, per qualche battutina.

Tutte queste volte avete armato, senza saperlo, le loro mani. Quelle di chi poi, magari, un giorno, i gay li ammazza davvero. Questo c’è realmente da dire, di fronte a tale ferocia.

Una lettera vera e totale. Il mio omaggio ad Antonio Tabucchi

Ieri se ne è andata via una delle voci più importanti e rappresentative della letteratura italiana contemporanea.

Antonio Tabucchi è morto, all’età di sessantotto anni, per un male che lo ha strappato a quella vita di cui ha saputo raccontare, con voce pacata, poetica e vigorosa allo stesso tempo, le angosce dei tempi presenti e passati, l’orrore della  e per la dittatura, l’amore sussurrato e travolgente.

Sostiene Pereira è stato un libro che ho amato moltissimo e che ricordo con infinito affetto. Qui, invece, riporto un capitolo  di Si sta facendo sempre più tardi.

Perché è giusto ricordare un letterato con le stesse parole che lo hanno già reso immortale. Grazie professor Tabucchi, lo dico al di fuori di ogni retorica. Grazie davvero. Con sentita commozione e con tutta l’umanità di cui sono capace.

***

Lettera da scrivere

Mia Donna cara, vorrei proprio scriverti una lettera, un giorno, una lettera totale, una lettera vera e totale, ci penso, e penso come essa sarebbe se te la scrivessi: sarebbe scritta con parole semplici e ricorrenti, diventate usate da quante persone le hanno dette e quasi ingenue, seppure frementi della passione di un tempo.

E attraversando gli oscuri strati di lava e di argilla che la vita ha sedimentato su tutto, essa ti direbbe che io sono ancora io, e che mantengo sogni, solo che mi sveglio all’ alba e che a volte la mano trema a reggere la penna e il pennello. E che anche la casa è la stessa: il vecchio legno ha lo stesso odore e lascia che lo roda il tarlo, dalla finestra della veranda entra d’ estate un fascio di luce che le foglie della vite rampicante sull’inferriata disegnano sulla parete di fronte come ombre cinesi, e allora è bello stendersi sulla poltrona di vimini, mentre fuori, nella campagna dintorno, è la calma meridiana e le cicale non tacciono un istante, e sono senza dubbio le stesse cicale, cioè differenti e uguali a quelle di sempre. E che a fine febbraio la magnolia giapponese fiorisce ancora prima di mettere le foglie e pare uno strano vaso di fiori candito nell’ aria, come eterno. E con lei, più lontano nel giardino, si accompagna la mimosa che amavi tanto.

E anche i bambini crescono, esattamente come allora. Caterina segue ancora la dieta, anche se con una certa riluttanza, ma era davvero troppo rotondetta, però alla sua età ha già il senso della propria dignità, come allora è già civettuola, e da grande sarà una donna affascinante. Nino, al contrario, è magro magro e a scuola va maluccio, ma è perché non si applica, perché la sua intelligenza fa già prevedere quello che è diventato. E poi ti direi che le serate sono lunghe, lunghissime, quasi infinite, e languide, ma che il mio cuore reagisce come una volta, e a volte a una musica, a un suono, a una voce che passa per strada comincia a battere all’impazzata, sembra un cavallo al galoppo.

Però, se la notte mi sveglia, come sempre, per far calmare quei battiti mi alzo e vado in sala da pranzo, accendo una candela gialla, perché il giallo è bello nella penombra, e leggo Dolce e chiara è la notte e senza vento, e quelle parole mi tranquillizzano, anche se il vento là fuori agita i rami degli alberi e allora mi dico: lungi dal proprio ramo povera foglia frale, dove vai tu?

Me lo chiedo e cerco di riaddormentarmi e se non ci riesco riattizzo le braci del caminetto affinché luccichino ancora un poco, e per addormentarmi penso che ti scriverei che non sapevo che il tempo non aspetta, davvero non lo sapevo, non si pensa mai che il tempo è fatto di gocce, e basta una goccia in più perché il liquido si sparga per terra e si allarghi a macchia e si perda. E ti direi che amo, che amo ancora, anche se i sensi sembrano stanchi, perché lo sono, e quel tempo che era così rapido e impaziente, ora è lunghissimo da passare in certe ore del pomeriggio, soprattutto sul fare dell’ inverno, quando se ne va l’ equinozio e la sera cala a tradimento e le luci che non aspettavi si accendono nel villaggio.

E ti direi anche che ho preparato le parole per la mia lapide, sono poche, perché fra la data di nascita e quella che sarà della mia morte tutti i giorni sono miei, e ho avuto l’ accortezza di lasciarle all’ omino che si occupa di questi caritatevoli servizi, per mestiere o per vocazione. E poi ti direi di quella volta che ti vidi, mentre tu mi mostravi il paesaggio, e che la tua figurina stagliata contro l’ orizzonte mi parve la cosa più bella che il mondo avesse concepito, e io ebbi voglia di interrompere la tua sapiente descrizione abbracciandoti con il calore dei sensi che allora erano infiammati. E poi ti direi di certe notti in cui parlavamo, di quella casa sul mare, di certi momenti a Roma, dell’ Aniene, e di altri fiumi che abbiamo guardato insieme pensando che essi scorressero soli, senza accorgerci che noi scorrevamo con loro. E ti direi anche che ti aspetto, anche se non si aspetta chi non può tornare, perché per tornare ad essere ciò che fu dovrebbe essere ciò che fu, e questo è impossibile.

Ma ti direi: guarda, quello che c’ è stato in tutto questo frattempo, che sembra così impossibile da perforare come quando la trivella incontra uno strato di granito, ebbene tutto questo è niente, non sarà affatto un ostacolo impossibile da superare quando leggerai la lettera che un giorno ti scriverò, vedrai, una lettera a cui ho sempre pensato, che mi ha accompagnato per tutto questo tempo, una lettera che ti devo e che scriverò davvero, puoi starne certa, te lo prometto.

Antonio Tabucchi

L’apostrofo

Mi piace la pioggia di primavera. Esattamente come i temporali ad agosto. Perché il grigiore del cielo non sa di sonno. Non sa dell’esilio di Persefone. È il colore di una pausa. È un apostrofo tra il cielo e il pomeriggio allungato, tra gli alberi in fiore sulla via e le madri con le carrozzine, a coppie, a parlare di cose invisibili.

Non è come la sinfonia del silenzio bianco, nei mesi cupi di città, sotto la burrasca sul cemento o la neve indiscreta sulle rovine agitate.

Ieri ho raccontato di te. Di quando ho cucinato per te. Di quando quello che è stato amore, e che in un certo qual modo lo è ancora, a distanza e senza nessun rancore, era disposto su una teglia da forno, come un mosaico di cose a venire. E poi, ho rivelato, il futuro ha sparigliato le tessere.

Ho raccontato di te e di tutto questo. E chi mi ascoltava ha assaporato la stessa commozione, lo stesso impeto di un tempo, che prima produceva programmi, abbracci incrociati e nomignoli inventati, mentre oggi è come la pioggia al di là di tutte le finestre di adesso. Cade, e accade. Inaspettata.

E poi un tuono, là fuori. E di nuovo tu.

Perché i ricordi sono come i tuoni e le piogge di primavera. Un apostrofo tra i pomeriggi celesti e il “per sempre” pronto a fuggire e che credevamo di avere in tasca, a portata di mano. Per sempre.

Locali etero (e coppie che ostentano)

Lo capisci subito che è un locale per eterosessuali. Lo capisci dai maschi, in giro a branchi, col cappellino strafirmato dal quale esibire la folta chioma al Pantene, o dalla presenza, pressoché azzerata nelle serate gay, di donne con gli stivalacci bianchi.

Lo capisci dalle comitive in cui, a un certo punto della serata, i ragazzi vanno da una parte e le loro donne dall’altra, a conversare di argomenti inconciliabili, all’interno dello stesso recinto invisibile.

Te ne rendi conto dalle coppie, fatte da un uomo e una donna, che ti buttano in faccia la loro sessualità baciandosi sui divani, ai bordi del viale, accanto al bar, come se esistessero solo loro. E adesso io non ho niente contro, ma certe cose potrebbero farle a casa, senza ostentare…

Lo capisci dalle tipe sedute accanto a te, che strepitano per un niente, cominciano a gridare “pacco! pacco!” quale agghiacciante richiamo d’amore verso una non meglio precisata folla maschile, pronta, nei meandri del sentiero del giardino a raccogliere il verso delle femmine della loro specie.

Lo capisci quando le stesse cominciano a cantare la canzone del gattino Virgola e ti dici – mentre guardi Phoosky che ti domanda, in un silenzio afflitto, il perché di tutto questo – che in una serata gay non sarebbe mai successo. Mai.

Lo capisci da tutto questo che è un locale per eterosessuali. E la cosa drammatica è che fino all’anno scorso, al Circolo, era un pullulare di froci e lelle.