
Era tutto com’era stato scritto. Tutto. I buoni da una parte, i malvagi dall’altra. Lontano, sul trono, l’agnello stava seduto nell’alto dei cieli; e i cavalieri oscuri, dai calici ricolmi di sangue, erano appagati della grande strage compiuta. Tutto era immerso in una nuvola irreale di grigio e di rosso e a Martino pareva strano che quelli della televisione, ancora, stessero a riprendere. Bastava uscir di casa per vedere il mondo, alla sua fine. Per un inspiegabile, ultimo, prodigio divino, si poteva vedere ogni cosa: tutto l’universo spalmato su un unico orizzonte.
Eppure qualcosa gli era familiare. Quel caos soprannaturale gli ricordava la città, in un qualsiasi giorno, all’ora di punta.
Gli angeli sembravano vigili urbani. I morti, soprattutto quelli a metà strada tra il passato più antico e il presente appena trascorso, non riuscivano a capacitarsi dei ritardi e delle file e c’era chi parlava addirittura del solito mangia mangia anche nell’oltretomba.
Martino aveva preso, come tutti, il suo biglietto ed era nella parte dei malvagi. Se l’inferno era come l’aveva descritto Dante, il sabbione infuocato era pronto ad attenderlo. Ma non trovava la sua schiera, e aveva fretta. Era fatto così: se devi cavarti il dente, tanto vale affrontare subito il mostro. E se quella era la sua meta, nascondersi per qualche minuto o per qualche ora non avrebbe di certo ingannato o abbreviato l’eternità.
Si mise in fila, tra i dannati. Qualcuno piangeva. Nessuno, stranamente, bestemmiava. Evitò la schiera dei politici. Più della morte stessa, quella dei preti. Se doveva bruciare in eterno, doveva essere perché aveva dato via il culo, di volta in volta per amore, capriccio o bisogno. E amen.
Il potere, invece, era solo volgare. Il peccato più grande, a suo giudizio.
Alcuni dei suoi compagni lo guardavano con curiosità, altri scandalizzati. Martino sbuffò. Dov’erano diretti, voleva far notare loro, non ci sarebbe stato più il tempo di gridare all’indecenza per certe cose. Eppure, pensò, siamo proprio italiani. Anche quando la merda ci arriva alla gola, si guarda a quanto è più lurido il vestito dell’altro.
Lucifero, in lontananza, trionfava sputando fiamme così alte, in alto, da coprire il sole, ormai ridotto a una timida macchia d’amaranto. Lo faceva ogni volta che ammetteva nel suo regno un ospite prestigioso.
«Finalmente ci incontriamo…» disse il diavolo a un dannato, in tedesco, ma la lontananza impedì a Martino di capire a chi fossero dirette quelle parole compiaciute.
Allora si spazientì. La fila rimaneva bloccata, si alzò in punta di piedi per capire chi fosse il cretino che stava combinando quel casino, mentre un angelo volò veloce sulle loro teste. Un angelo con le ali trasparenti, quasi fossero una via di mezzo tra farfalla e libellula. Vestito di una tunica leggera, lino o cotone sottile. Niente a che fare con il cattivo gusto di certe immaginette – altro che drag queen… – date in chiesa.
Apprezzava lo stile celeste. Forse all’inferno gli sarebbe mancato proprio quel senso di sobrietà. Se lo immaginava come un qualsiasi locale del week end, gente schiacciata, caldo, diffuso senso di inutilità. Per questo non andava più a ballare. E poi gli sarebbe mancato Vittorio. Quella era la vera sciagura! Stavano insieme da poco e già lo aveva perduto, nella baraonda della fine dei tempi. Ma era l’apocalisse, non poteva pretendere altro.
Una cosa soltanto lo stupiva davvero: tra tutti, nella fila dei malvagi pronti ad essere inghiottiti nelle viscere dell’ipocrisia di cui si erano nutriti da sempre, era l’unico ad apparire tranquillo. Ma non era mesta rassegnazione, la sua. Una volta, al corso di storia dell’arte, aveva letto del sorriso della Gioconda quale esempio, tutto rinascimentale, di sereno dominio sulla natura circostante. L’uomo, rappresentato nella sua essenza femminile, domina con l’intelletto il creato e di fronte a quell’evidenza non può far altro che sorridere. Argan. La pagina non la ricordava. Lo diceva Carlo Giulio Argan, di quel gran genio di Leonardo. Si stupì, Martino, a non vederlo lì. È morto da secoli, pensò poi, sarà già dentro da un po’… eppure che cazzo!
Ecco, questo glielo avrebbe sicuramente detto. Poco prima di scivolare nell’abisso e di essere affidato alla cura amorevole della fiamma sempiterna, due o tre paroline a Lucifero le avrebbe dette. Non amava le ingiustizie e – e non certo per fare retorica – gli sembrava assurdo finire in mezzo a banchieri e tiranni solo perché qualcuno, millenni prima, aveva deciso che mangiare aragoste e prenderla in culo era sconveniente. Fosse questi anche Dio in persona.
In quell’equivalenza, pensava, non c’era spazio per il sorriso di Monna Lisa. Poteva essere Dio, si disse ancora, così miserrimo da farsi surclassare da quel volto, per quanto famoso? Ciò lo rammaricò davvero. Non riusciva a fidarsi di chi si mostrava così privo di fantasia e lungimiranza.
Eppure niente di tutto ciò, se ci pensava bene, era davvero importante. E imputò al suo vivere dando il nome giusto alle cose, la serenità con cui andava al patibolo della sua anima. Come tutti, aveva fatto errori. Come tutti, era stato importante per qualcuno. Per un amico. Per sua sorella, quando l’aveva trovata a piangere in un momento di disperazione. Per un estraneo che si era perso in città. E per Vittorio, che dopo lui aveva smesso di cercare, per sempre, un senso qualsiasi per la sua esistenza.
Gli sembrava assurdo dover pagare per tutto questo. Gli sembrava ridicolo esser punito per l’evidenza di tutta quella complessità, ridotta a una parte minima e nascosta del suo corpo. Se Dio non sapeva guardare oltre al buco del suo culo… che poveraccio! Ma davvero, ormai niente aveva più importanza.
«Eccoti qui, finalmente…»
La voce dell’angelo di prima lo riportò al presente. Sembrava cantasse, tanto era soave. Ma aveva solo pronunciato poche parole, senza enfasi alcuna.
«Non trovo il mio gate» gli rispose lui, sarcastico.
«Questa poi…» l’angelo gli tolse il numeretto, dalla mano. L’osservò con attenzione, gli lanciò uno sguardo come quando il suo professore di italiano lo aveva beccato, anni addietro, alle medie, a copiare sotto il banco. Puntò il dito, verso un’altra direzione e Martino non seppe mai se fu la luce del suo interlocutore o quella della schiera dei giusti a fargli ritrovare la strada.
I dannati, dai quali prese le distanze, salutandoli con imbarazzata cortesia, si lamentarono ancora. Vista la situazione, borbottò uno di loro, ci mancava anche l’imbecille a bloccare la coda. Martino si sentì molto stupido: aveva pensato lo stesso proprio pochi attimi prima.
Arrivò in un sentiero di terra battuta, bianca, morbida da calpestare.
«Martino!»
Vittorio lo stava cercando, corse verso di lui, lo abbracciò e il mondo fu felice per sempre. Anche quello eterno.
Poi vide da dove proveniva il suo ragazzo. Lo guardò così come l’angelo aveva fatto prima. Allo stesso modo.
«Tu mai ad ascoltarmi, eh…»
Lo prese per mano, si incamminarono allegri. La loro schiera era più veloce.
«Pensi che metteranno Radio Maria a palla, nell’aldilà?»
Vittorio gli strinse la mano, come sempre faceva quando voleva rimproverarlo senza che gli altri se ne accorgessero.
«Ti sembra il momento di dire idiozie?»
Lo avvinse definitivamente a sé e non dissero altro, mentre la luce li avvolgeva. E non fu strano per loro scoprire che, ad attenderli, c’era un banchetto a base di crostacei.
Dario Accolla, 29 dicembre 2011
Pingback: Il sorriso della Gioconda
Bel pezzo, complimenti.
Sai dopo essere stato un paio di volte in pretura come testimone e aver visto quanto tempo prende un’udienza mi sono figurato l’idea del giudizio universale più o meno così: ciascuno di noi che passa da una stanza all’altra, da un processo all’altro, testimoniando per l’accusa o la difesa, e poi come imputato in una miriade di processi – un tempo epocale in deposizioni, arringhe, accuse, difese, documenti, scartoffie… e alla fine tutti che chiedono a tutti gli altri giustizia e vengono accusati di qualcosa. Un delirio!
Così per semplificare inizieranno a circolare moduli di perdono anticipato, tipo “per la tal cosa del tal giorno alla tal ora, ok perdono Ciccio” …
Il tutto finirà in una gigantesca amnistia perché sarà evidente a tutti che quest’idea della giustizia crea un gran casino a volerla applicare e che è meglio essere felici che giusti…
Cmq, qualcuno verrà rimproverato e lo faranno vergognare di fronte a tutta l’umanità. Ma non più di questo. Che a me sembra anche tanto.
Come dicono a Roma: se Cristo non perdona alle puttane, il paradiso lo po’ d’a piggione. ;)
Lo credo anch’io… :)
(sono contento ti sia piaciuto, ad ogni modo)
davvero molto piaciuto.
buon 2012
sono contento che ti sia piaciuto… ciao e buon anno nuovo anche a te! ^^
Dario! Bravo! Ho davvero molta voglia di leggere un romanzo scritto da te, perché hai stile e cuore. Un bacio!
dai tempo al tempo… ;)
(grazie per la lettura!)