Quando anche il pd “picchia” il blogger

Sto guardando l’ultima puntata di Exit. Ad un certo punto, D’Alema contro Flores D’Arcais. La differenza che vedo tra i due: uno dice cose giuste, ma le dice in modo sbagliato (D’Arcais), l’altro è talmente impresentabile e tronfio di sé che non si rende conto di quanto sia ridicolo, vecchio, obsoleto, addirittura dannoso (D’Alema).

L’unica cosa che sa fare è dare lezioni di una democrazia che non pare aver capito molto bene neanche lui. E alla fine, da bravo accademico (barone) della democrazia, di fronte alle domande, dei giornalisti e di alcuni blogger, non solo non risponde, ma scappa.

Quindi i blogger. Domande scomode. Forse pure un certo livore. Eppure: è la voce della gente. È gente che contesta il potere senza averne nulla in cambio. Contestare il potere è scomodo, è pericoloso. Un sostenitore di D’Alema, un militante del pd, tratta male il blogger, lo intimidisce, etichetta le sue domande come cazzate.

In democrazia le domande sono lecite. In democrazia.

Si arrabbia pure lei, Cri. Perché lei ci crede nel suo partito e le fa male vedere che la gente non ci crede altrettanto. Però anche lei se la prende col blogger. Perché pare che dentro al pd si respiri un’aria di “paraberlusconismo”: nel PdL se non ami il leader sei il nemico. Nel pd, se non ami il partito, è colpa tua. Anche se non lo voti. Per berlusconiani e piddini è obbligatorio amare i riferimenti politici che danno ragion d’essere al loro stare in politica. Chi non lo fa è, di volta in volta, eversivo, terrorista, comunista, qualunquista, antipolitico. E via discorrendo.

Ciliegina sulla torta: Stefano Cappellini, il direttore del Riformista, che continua a riversare bile e disprezzo sul blogger, reo di aver contestato vizi e pratiche “berlusconiane” interne al pd, ai suoi piani più alti. Senza contraddittorio, ovviamente. Senza nemmeno entrare nel merito delle sue accuse su intercettazioni e scalate alle banche. Un vero e proprio “pestaggio” mediatico, contro un ragazzetto che forse è un po’ troppo ingenuo, ma di sicuro ha posto domande che attendono ancora risposte.

Non mi piace quello che vedo.

E quello che vedo è:

1. i politici che fuggono di fronte alle domande e i loro tirapiedi a minacciare chi le fa. Passi, per così dire, che si faccia a destra. Se si fa anche a sinistra, siamo messi malissimo.
2. le parole “in prigionia”. Si prende una parola, le si dà un significato che non è il suo e la si mette sopra a realtà che significano tutt’altro. Contestare ciò che non va nel potere, che è il sale della democrazia, viene chiamato antipolitica. Passi che lo facciano dalemiani e veltroniani e le loro giovani generazioni di zombi. Che lo faccia pure la parte sana del partito per me è grave. Vuol dire che la degenerazione semantica, sintomo primo di ogni tirannide emergente, ha corrotto usi e pensieri anche delle persone più valide che io conosco.

È per avvitamenti come questo, per queste corruzioni di pensiero, che la sinistra non vince. Perché assomiglia sempre di più, anche nei suoi gangli più positivi, a una brutta copia della miglior classe dirigente berlusconiana. Ne assume toni, parole, aggressività. La scena fuori dall’Alpheus, per come riportata dalla tv, è uguale a quella di un qualsiasi servizio con La Russa o La Moratti o di altri ancora che evitano le domande scomode e aggrediscono chi le fa.

E sta accadendo a sinistra, quella sinistra (o presunta tale) che pretende di essere l’alternativa del paese. Da Massimo D’Alema in su. Questo, ripeto, non mi piace.