Perché si celebra, ma non si festeggia, l’8 marzo

Era l’8 marzo 1908 e alla Cotton le donne si erano unite per una rivendicazione sindacale. Sapete, i diritti, quelle prerogative che devono valere per tutti? Forse oggi la sovraesposizione alla televisione ha assopito questa consapevolezza, ma per i diritti si lotta, si combatte, perché la giustizia, la libertà e la democrazia sono difficili, ma non provarci significa rassegnarsi a essere servi.

Mr. Johnson, il proprietario dell’azienda, chiuse a chiave all’interno della fabbrica le lavoratrici. La leggenda vuole che si svilupperà un rogo in cui le 129 lavoratrivi moriranno arse vive.

In realtà la tragedia si compirà qualche anno dopo, alla Triangle Shirtwaist, dove le operaie venivano sfruttate e chiuse a chiave in fabbrica per paura che facessero troppe pause. Allo scoppio di un incendio, i due proprietari della Triangle, Max Blanck e Isaac Harris, scapparono, lasciando morire le lavoratrici e i lavoratori dell’edificio.

Rosa Luxemburg, in memoria di questi avvenimenti, propose che l’8 marzo divenisse la Giornata Internazionale della Donna.

Da tutto questo deduciamo che:

1. Mr. Johnson, Max Blanck e Isaac Harris erano dei poveri stronzi;

2. andare a festeggiare, in barba a ogni consapevolezza e nell’attesa dell’ora d’aria gentilmente concessa dai loro mariti-fidanzati, è semplicemente un insulto alla storia di un dolore, a sé stesse, al concetto di dignità;

3. essere donne è un concetto di sinistra. A destra, semmai, si è considerate incubatrici semoventi, quando va bene. Quando va male, diventi ministro di questo governo.

A imperitura memoria.