Ma la famiglia tradizionale, per esistere, ha bisogno dell’odio per i gay?

Dando anche solo uno sguardo un po’ distratto alla “Conferenza sulla famiglia” parrebbe che si tratti di una gigantesca pezza, proposta attraverso la solita vetrina mediatica, per nascondere i reali problemi che attanagliano le famiglie italiane oggi e sviando l’attenzione su questioni altre che nulla hanno a che fare con i problemi in questione.

Innanzi tutto va ricordato che la conferenza è stata voluta da Giovanardi, ex dirigente dell’UdC, il partito che ha organizzato il Family Day con quel Cosimo Mele poi scoperto a far festini a base di sesso e droga; e la stessa conferenza poi doveva essere presentata da Silvio Berlusconi, rimbalzato nuovamente agli onori della cronaca per il suo “bunga bunga” e per la presunta predilezione per escort minorenni. Un riproposizione dei valori cristiani, evidentemente, che porta linfa nuova al concetto di famiglia tradizionale tanto propugnato da una chiesa che non ha ancora risolto i suoi problemi con la pedofilia e che è difeso dai suoi sicari parlamentari, gli stessi dei festini e della droga per intenderci.

In secondo luogo non si capisce perché, sempre a sentir ciò che si blatera in quella sede, la cosiddetta famiglia tradizionale, per esistere, debba aver bisogno di un nemici naturali ovvero single, gay e coppie di fatto. Adesso in natura, e secondo logica, qualcosa esiste di per sé e non in opposizione a qualcos’altro. I cattolici di piddì del PdL però sembrano non rendersene conto e, puntualmente, appena gli è consentito dirlo, lanciano i loro strali omofobi e anticostituzionali contro le categorie citate.

L’ultima in ordine di tempo, dopo le più antiche dichiarazioni di Rosy Bindi – sempre a una conferenza sulla famiglia che per esistere ha bisogno di istigare all’odio gli italiani su altre forme di affettività – arriva il sindaco di Roma che, da Milano, afferma:

«In un momento di crisi non si può dare tutto a tutti, bisogna sporcarci le mani. Se vogliamo aiutare le famiglie, che sono quelle sposate, vuol dire aumentare le tasse ai single e alle coppie con pochi figli [...] e quindi ai gay e ai single, altrimenti non faremo mai politiche familiari. Bisogna concentrarci sulla famiglia della Costituzione formata da un uomo e una donna che fanno figli.»

Adesso, il buon Alemanno dovrebbe spiegarci nell’ordine:

  • come fa a indicare chi è single e chi no? In base a quale parametro? Non essere sposati rende una persona single? Perché allora già dal compimento dell’età di matrimonio molte famiglie italiane avranno figli in giro per casa a cui pagare la penale per non essere sposati;
  • se un single è costretto a pagare più tasse, come farà a mettere denaro da parte in vista di un progetto di vita a due? Non è un po’ la storia del cane che si morde la coda?
  • se sa quanto costa a un single affittare una camera singola nella sua città. Come faranno migliaia di cittadini, magari emigrati, a sostenere le spese ordinarie e assieme un aggravio punitivo per una condizione personale?
  • come farà a tassare i gay visto che non esiste un registro apposito in cui ci si dichiara gay? Vorrà forse procedere con schedature o liste di proscrizione per altro vietate per legge?

Ecco, in base a queste e molte altre argomentazioni che per adesso tralascio, parrebbe che la boutade di Alemanno sia solo l’ennesimo occhiolino ai soliti poteri religiosi in vista di future elezioni.

Sarebbe forse il caso di parlare di altri elementi di crisi della famiglia, dei singoli individui e, di conseguenza, della società tutta: dai licenziamenti al caro-affitti, dalla mancanza di lavoro alla mancanza di tutele per chi è precario.

Tutti questi problemi Alemanno e i quattro cialtroni della Conferenza milanese li hanno mai presi in considerazione? Vero è pure che in molti casi si troverebbero di fronte a un mea culpa, ma molto spesso le assunzioni di responsabilità, se da una parte non portano alla rielezione, dall’altra assicurano un posto nell’Olimpo dell’onestà intellettuale.

Dote che evidentemente manca a certa gente che parla a vanvera di famiglia, sull’onda di una nuova campagna d’odio che, dai tempi del miglior nazi-fascismo, ha bisogno di categorie sociali su cui sviare l’attenzione per non affrontare i reali problemi del presente. Ieri gli ebrei, oggi single e gay.

Il problema, invece, è proprio all’opposto: la mancanza di diritti per i single e le coppie non sposate, etero o meno poco importa, espone la società tutta a un grave pericolo sociale ed economico. Una società che mantiene al suo interno un intero segmento in stato di minorità e di apartheid nella fruizione del diritto è una società debole. E una società siffatta è, di conseguenza, più insicura per tutti, famiglie tradizionali comprese. Ma questo ai fautori dell’odio verso i diversi e del nulla di fatto verso chi dichiarano di voler proteggere sembra non interessare per nulla.

Chissà se questo sarà di aiuto concreto alle famiglie di chi, perché cassintegrato o senza lavoro, non arriva a fine mese. Io ho le mie perplessità.

LSD contro il berlusconismo morente

Il crollo di Pompei e le dichiarazioni di Bondi sul fatto, «è colpa mia se piove?», la dicono tutta sul rapporto che lega cultura e l’attuale classe dirigente del nostro paese. Qualcuno, in altri tempi, avrebbe detto che al solo sentire la parola “cultura” avrebbe impugnato immediatamente la sua pistola. Affermazione inaccettabile, va da sé, ma almeno sincera. Qui se la prendono con le previsioni del tempo. Un tempo le tirannidi erano tragiche. Oggi sembrano la brutta copia di un circo con qualche belva che non spaventa nessuno e molti buffoni.

E siccome il ridicolo, come le cattive notizie, non arriva mai da solo, mentre Pompei diveniva la metafora implacabile di quello che è il berlusconismo, Zaia, ministro leghista, afferma: «i soldi prima al Veneto, poi a Pompei».

La Lega, in altre parole, riscopre le gioie dello statalismo purché condite da tutto ciò che va contro l’articolo 3 della nostra Costituzione. Se avessimo istituzioni serie, oltre al fatto che certa gente non sarebbe al governo, certi partiti verrebbero chiusi con la forza. Con tutti i loro militanti dentro, magari.

Anche perché non si è capito che cultura, diritti e diritto alla sopravvivenza non viaggiano su binari separati. Sono il tutt’uno della civiltà. Appunto, civiltà. Noi siamo governati da un uomo apparentemente incapace di tenere a freno le sue pulsioni sessuali e un branco di primati che sanno solo nutrirsi di odio, violenza e razzismo: forse è normale che certi termini vengano dimenticati.

Ad ogni modo, il governo forse cade. O forse è già caduto. E siccome io una buona parola ce l’ho per tutti, non capisco cosa avranno da gioire quelli del partito democratico. Sono al 24% – contro un 40% buono del loro principale avversario – credibili come lo sarei io che faccio la corte ad Angelina Jolie e con manco mezza idea su cosa fare e soprattutto quando.

Ma siccome non porto rancore per nessuno, se mai qualcuno di loro dovesse fermarsi su queste pagine e trarne spunto, io suggerirei quanto segue: fare un governo di transizione della durata di sei mesi, massimo un anno con IdV, FLI e UdC, per la nuova legge elettorale. Nel frattempo dare un’identità al partito, possibilmente di sinistra. Allearsi solo con SEL, IdV e Radicali, ed escludere ogni alleanza con cattolici e mafie varie. Creare un programma di governo che sia agile, ma completo. Non ricandidare certa gentaglia poi sarebbe il massimo, ma capisco che nel piddì si hanno grossi limiti in questo…

E, dulcis in fundo, alle tre i di berlusconi, occorrerebbe sostituire la sigla LSD: lavoro-scuola-diritti. Anche se sa di droga sintetica. Di sicuro darebbe più certezze e meno allucinazioni dell’attuale, presunta, classe dirigente.

La festa dei rottamatori

Cominciamo col dire che il nome del luogo in cui si è consumata la kermesse sembra quello di una drag queen di altri tempi: la Leopolda. Che poi sarebbe il nome di una vecchia stazione di Firenze, che stanno ristrutturando, pure abbastanza fica. E se vogliamo dirla tutta, la location si adattava perfettamente al nome della manifestazione – Prossima fermata: Italia – e alla filosofia che la animava: prendere il vecchio e sostituirlo, dopo opportuna fase di restauro e ristrutturazione, col nuovo. Diciamo che sotto l’aspetto semiologico ci hanno azzeccato in pieno.

Nella sala degli stand, poi, c’è di tutto un po’. I Giovani Democratici che raccolgono le firme, i banchetti di chi si occupa delle aree tematiche della legalità, dell’ambiente… manca, ma forse non c’è bisogno di dirlo, lo spazio GLBT. Vuoto colmato da diversi interventi al pubblico, ok. Ma se la semiotica è importante, nel suo atavico rapporto tra significante e significato, sotto questo aspetto dovrei dire che si è usato l’espediente linguistico dell’estensione semantica: usiamo parole (spazi, fuor di metafora) nelle quali includere altri significati (o argomenti, sempre fuor di metafora).

Adesso, la prima regola del linguaggio è quella che se vuoi definire un pezzo di mondo, gli devi cercare una parola per determinarlo. Per costruirne i confini. Lo spazio GLBT non aveva confini fisici, alla festa dei rottamatori. Solo testimonial, pregevoli per di più. Ma lo conosciamo tutti il vecchio adagio del verba volant.

Belli, a tal proposito, gli interventi di Capriccioli, Sappino, Fornario, Alicata. Temi che toccano in pieno la causa del matrimonio esteso a gay e lesbiche o che lo sfiorano. La reazione, da parte del pubblico, della sua maggioranza almeno, è come la minestra del giorno prima: tiepida. Lo scrivo pure sulla pagina dell’evento di Facebook dedicata e usufruibile direttamente in loco: «ragazzi, sul tema dei diritti siamo alle solite: deludete». Mi risponde Renzi in persona, anzi, in tastiera. Anche se siamo in disaccordo, parliamone. Ok, parliamone: in cosa discordi sul fatto che cittadini che hanno gli stessi doveri degli altri non debbano anche avere gli stessi diritti? E fu silenzio.

Adesso io non ho visto solo quello che mancava. Ho ascoltato anche tutto il resto: lotta alla mafia, energie rinnovabili, scuola – ma è stato solo un esponente di SEL a dire di togliere i soldi alle scuole private per darle alle pubbliche – ecologia. Il pubblico, vario ed eterogeneo, per età e provenienza politica, ha a volte un atteggiamento pavloviano: applaude perché si fa.

Perché quando dici che sostenere il governo Lombardo è un insulto a persone che si chiama(ro)no Falcone e Borsellino non può che portarti a dire “bravo!”, ma poi la realtà è che in Sicilia il partito democratico Lombardo lo sostiene.

Perché quando dici che l’omofobia è un male che va contrastato anche la platea tiepidina ha un sussulto di dignità, ma la termodinamica dell’entusiasmo di rito si spegne immediatamente di fronte alla concretezza delle parole quali matrimonio e genitorialità.

Perché quando dici che l’acqua deve essere pubblica, non puoi che essere d’accordo salvo poi continuare a militare in un partito il cui dominus maximus è, scusa il bisticcio, Massimo D’Alema.

La mia impressione, in poche parole, sull’appuntamento di Firenze si può dischiudere in almeno tre considerazioni.

La prima: il partito democratico ha una parte della sua base che potrebbe militare serenamente in SEL. Il perché non lo faccia rientra in una serie di ragioni che vanno dalla propensione al martirio all’idealismo più puro. A questi auguro buona fortuna.

La seconda: l’altra parte della base che ho visto lì mi dà l’impressione di quei vecchi compagni nostalgici di passate glorie e in attesa di future opportunità. Come faranno con Bersani e la Bindi è un mistero soteriologico ancora più grande dell’idealismo dei primi, ma a nessuno va tolta un’illusione.

La terza: bella vetrina. Per Renzi e Civati più che mai. Per il resto si attendono i fatti.

Ma adesso che ho ascoltato e non ho parlato, così come mamma mi ha consigliato – potevo pure iscrivermi per farlo e credo proprio che non avrei rischiato la lapidazione – so, almeno nella parte più profonda del mio essere (e ciò vuol dire che posso pure sbagliarmi ma tant’è) di non aver visto tutta quell’energia, evocata, ostentata, sottolineata dai più, la stessa che un giovane militante mi chiedeva se non avessi riscontrato, esattamente come lui, mentre batteva i pugni sul tavolo.

Io ho visto solo molta stanchezza da una parte e molti sogni, non so quanto motivati visti i fatti concreti di cui è responsabile il pd, dall’altra. A quel ragazzo non ho detto che mi sono emozionato di più di fronte a cinque minuti di video in cui Gianfranco Fini, ex fascista, difende gli omosessuali, cosa che per esempio Bersani non è in grado di fare. Come ho già detto a nessuno va tolta l’illusione. Neanche quella del momento.

Dai rottamatori

Domani a Firenze c’è la riunione dei rottamatori del piddì.
Con la scusa, vado anch’io, invitato dai miei amici romani, e do un occhio.
Così vediamo che succede dall’altra parte della barricata. Se c’è una mezza speranza, dico.

Mia madre, appena ha saputo dove andavo, mi ha detto «basta che stai zitto e non ti fai riconoscere…»

Ora ditemi voi se.

Ad ogni modo, il blog riapre lunedì. Buon week end a tutte/i!

Se si usano i gay solo per abbattere Silvio…

La gara di solidarietà che da ieri si è aperta a favore di gay, lesbiche, bisessuali e trans italiani/e – sebbene la battuta di Berlusconi fosse limitata solo ai “froci” del paese – se da un lato ha, per così dire, ricollocato al centro del dibattito politico la questione GLBT, dall’altro ha un certo fastidioso sapore di carità pelosa che serve solo a politici, media e anche a un certo attivismo, pure omosessuale, a logorare l’ormai obsoleta e squallida italietta del Popolo della Libertà e, soprattutto, il suo più insostenibile esponente.

Atteggiamento più o meno smaccato, a ben vedere. Se l’inutile Bersani ne prende spunto per gridare allo scandalo, senza spendere una sola parola di vicinanza contro gli offesi, seguito a ruota da una Bindi che ieri a Ballarò si è limitata a prendere le distanze dalla volgarità del nostro amatissimo premier senza null’altro aggiungere – questo per altro è quello che succede quando affidi un partito a gente omofoba e/o codarda – altri protagonisti dell’agone politico si sperticano in critiche contro l’infelice boutade del Cavaliere: a cominciare da Concita De Gregorio che, per carità, pare quanto di più lontano dall’omofobia ma quanto più vicino al concetto di ignoranza sui temi trattati se poi ti viene a dire, appena può, che i DiCo, scritti da un’omofoba per l’appunto, sono quanto di meglio possa capitare a una coppia gay o lesbica italiana. Contenta lei…

Gli stessi giornali come Repubblica e il Corriere – troppo spesso indulgenti verso un comportamento nel migliore dei casi riprovevole quando si è trattato, per questo o quel pride, di sbattere tette e culi delle “solite” trans in prima pagina (e di chiamarle al maschile seppur glielo si sia spiegato che è offensivo), ignorando il dato politico delle manifestazioni – affermano di non credere ai loro occhi e orecchie rispetto a quanto detto dal presidente del consiglio.

Ci sarebbe da chiedersi dov’erano tutti questi campioni di sentimenti gay-friendly quando altri attori politici, a cominciare dai loro datori di lavoro, hanno fatto battute forse meno volgari ma ugualmente violente: alludo alle dichiarazioni di D’Alema, della stessa Bindi, di molti altri esponenti di spicco del partito democratico, dell’UdC, del Vaticano e via discorrendo.

Fermo restando che quella battuta, meglio puttaniere che frocio, è sicuramente grave, ma non molto più grave di un “una coppia gay la genitorialità se la sogna”, “i gay smettano di offendere il sentimento religioso dei cattolici emulando il matrimonio”, accostamenti vari alla pedofilia, ad altre patologie mentali, all’evasione fiscale e tanto altro ancora.

La De Gregorio, l’Unità, Repubblica, il pd che ci crede (o che fa finta), altri settori della sinistra più o meno estrema e tutti i frociaroli dell’ultima ora quali barricate mediatiche hanno alzato quando c’era da scatenare tempeste di certo altrettanto urgenti e opportune?

Questo glorioso esercito della dignità del mondo gay sarà così pronto, così sferzante, così presente e puntuale quando si tratterà di parlare di cose fondamentali ovvero di leggi vere e efficaci sui diritti e contro le violenze e non le scempiaggini, dai DiCo in giù, offerte e per altro mai approvate, degli ultimi anni?

Perché, sia chiaro, se le parole di Berlusconi sono gravi non è perché sono state proferite da lui, ma perché rimandano a un sentimento condiviso da una grande percentuale di italiani: l’omofobia. Ma essere usati, come categoria sociale, non come strumento di lotta a quel sentimento, ma semplicemente di opposizione al premier per poi essere dimenticati quando sarà ora di dimostrare quanto in realtà si è vicini alla causa GLBT è grave e volgare tanto quanto certe battute, sicuramente gravi e offensive. A futura memoria.

Se Silvio ci cade sull’uccello…

Per prima cosa andate sul sito del Fatto Quotidiano e leggete l’articolo che vi propongo. Illuminante il pezzo in cui dice che a Berlusconi han fatto più male tre mesi di Gianfranco Fini che quindici anni di Massimo D’Alema.

Apprezzabile e assolutamente condivisibile tutta la parte di critica contro la gerontocrazia. Soprattutto laddove dice che il comando non è qualcosa che ottieni chiedendolo per favore. È qualcosa che conquisti con una lotta. E se ci va di mezzo qualcuno, pazienza. Nella dura legge della giungla, il più grosso mangia il più piccolo ma è anche vero che il più furbo e il più adattabile vince contro il più forte. E a volte, si scambia il più grosso per il più forte ma non è esattamente così… ricordate la storia del t-rex?

Intanto, in questo pianeta di dinosauri che è l’Italia, nell’attesa dell’arrivo del salvifico meteorite una domanda mi sorge: che per Berlusconi la fine di tutto possa essere l’insieme di conseguenze delle sue insane passioni?

Il che, ammettiamolo, sarebbe davvero sconveniente. Silvio Berlusconi – che gli italiani di un certo tipo vedono come il nuovo duce, il nuovo uomo della provvidenza, il salvatore dai carri armati dell’URSS che non esiste da prima che lui arrivasse al potere, l’uomo di tutte le libertà a cominciare da quella di fare ciò che vuole in ispregio al concetto stesso di regola – finirebbe non già come il suo predecessore per le conseguenze di una tirannide sfociata nell’alleanza con Hitler, bensì, parafrasando il fu Bongiorno, ci cadrebbe sull’uccello.

In altre parole: Mussolini è passato alla storia come un povero sprovveduto con manie di grandezza e la sua unica grandezza è stata quella di aver schiacciato un paese intero sotto una dittatura cogliona ma cattiva per poi consegnare gli italiani, dopo i bombardamenti degli americani e degli inglesi, alle rappresaglie dei tedeschi.

Berlusconi passerà alla storia come quello che è sceso in politica per evitare di essere processato e presumibilmente per non farsi un solo giorno di galera. La sua fine, però, non sarà determinata dalla spallata di una classe dirigente capace e dinamica – ricordate il paragone appena fatto tra Fini e D’Alema – ma per le voglie un po’ patologiche di un uomo di età avanzata che non si rassegna alla tirannide dell’età che ormai lo bracca senza pietà alcuna.

E pure le sue recentissime battute sul fatto che è meglio essere come lui – arrapati? – che omosessuali (il che, mutatis mutandis, personalmente mi conforta) sono il segno evidente di una decadenza che oltre che fisica e politica è, prima di ogni altra cosa, culturale. Nel cervello da settantenne del nostro amato premier il dato politico si riduce a fissazione per la vagina. Di chiunque.

Agli italiani di un certo tipo forse tutto questo piace. Peccato che con tutto questo non si pagano gli stipendi, non si tutela l’ambiente, non si evitano le discriminazioni per le minoranze e, men che mai, non si assicurano alle patrie galere i delinquenti. Di qualsivoglia rango.

La strega sorrideva…

Perché la strega mi disse di buttare nel calderone magico tutto ciò che non mi piaceva di questa vita, e di gettarne poi le ceneri al vento.

Ed io presi la pergamena e l’inchiostro fatto col mio sangue e vi scrissi tutto quello che mi era stato inciso nella parte interna della mia pelle. Quella parte che nessuno di voi può vedere, se non attraverso il dolore e il colore degli occhi.

I miei occhi. Come quelli di un vampiro di giorno. Verdi, neri, del colore delle querce che si addormentano in inverno.

E allora presi tutto ciò che poteva essere scritto col mio sangue e lo scrissi con disperazione e con coraggio. E scrissi che ero stanco di vivere la vita degli altri, sulla scia di un’esistenza che non mi prevedeva più. E la strega sorrideva, a dispetto delle mie lacrime di ricino.

E quando gettai tutto, in mezzo al fuoco, e quando dal fuoco si levò una nuvola di fumo che disegnava i miei contorni, oscuri e arrabbiati, tutto ebbe fine e inizio allo stesso tempo.

Domandai alla maga, che adesso appariva più vecchia e più serena, ma sempre al di là di uno sguardo beffardo, maligno e benevolo allo stesso tempo, se l’incantesimo avesse funzionato. Se aver aperto una vena qualsiasi della mia anima e aver fatto sgorgare il suo plasma invisibile ma ugualmente crudele fosse servito a qualcosa.

Lei, vittoriosa su ogni mia primigenia esitazione, si distolse dalla luce residua del calderone e mi rispose, distratta e annoiata: «Chi può mai saperlo?»

(Frammento di un qualcosa che sto creando dentro di me… vi piace?)