La tempesta

Mi piacciono i temporali estivi. Il cielo si colora della sua furia benigna e l’odore dell’acqua pervade ogni cosa, dall’anima alla pietra. Di là, intanto, voci di donne preparano i cibi destinati alla sera. E la testarda immobilità del canneto alla finestra, al mio cospetto, tra i diamanti di pioggia che ha rubato alle nuvole, trattenendoli, tra trame e brame di corda.

Tutto questo è come quello che sento. Un sentimento fuori stagione. E la frescura del tempo, che contraddice le profezie del meteo, che fa nascondere la gente sotto i balconi. È esattamente quello che porto dentro, adesso. Come il colore di occhi che ignorano, ma che si incrociano ai miei, tra un sorriso senza pretese, dentro il sapore del tè, dentro domande che ne nascondono altre. Impronunciabili.

Il fulmine e la sua voce, in uno scrigno di vapore celeste. Chissà che non illumini il giusto scorcio, sin qui, al di qua del mio oblò.

Chi vuol esser lieto…

Non si tratta di attesa.

Quello che mi attraversa in questi giorni d’estate non è la speranza di qualcosa di nuovo. Non sento l’esigenza di qualcosa che mi stupisca. Va bene tutto così com’è. E non perché così com’è va poi così bene. Ma ho soltanto deciso di non aspettare. Basta sprecare energie. Basta restare in sospeso, confidando in una risposta, in uno sguardo.

A volte succede che, in una scala di priorità, decidi di tenerti accanto te stesso. Nel nuovo equilibrio che nasce ti fai bastare l’orizzonte del mare, in lontananza, il cantare giusto quelle canzoni e la danza delle tende con la stessa complicità di un vento che ti culla nell’amaca in balcone. E la sufficienza di tutto questo non è un esercizio di volontà, un adagiarsi sulla mediocrità dovuta all’impotenza. È, più semplicemente, uno stato dell’anima che arriva, addirittura, a renderti felice.

Scegliere se stessi, accogliere chi ha qualcosa da raccontarti per poi sapere ascoltare, confrontare opinioni nella scoperta del sapore nascosto della curcuma, ripensando con gratitudine a qualche sguardo fuggevole, acerbo, che ti accarezza con benevolenza.

Per adesso si va avanti così. Di doman, si sa, non c’è certezza. E sti cazzi.

Vendola, le primarie e il circo dei clown che non fan ridere nessuno

C’era da aspettarselo. Se domani si facessero le primarie, tra Bersani e Vendola vincerebbe il secondo. E grazie tante. Per essere un leader, lo storia ce lo insegna, non devi solo essere bravo. Devi essere qualcuno. E attenzione, non sto dicendo che Bersani sia nessuno, parlo, in realtà, di carisma.

Una critica che si faceva a Prodi era quella di essere soporifero. Se Prodi è soporifero, Bersani è nullificante, come lo zero nella moltiplicazione. Appena apre bocca sei già morto di noia. Un concetto elementare come “occorre pagare meno tasse” viene pronunciato con una lentezza indicibile e recitato o spiegato con un giro di perifrasi (che poi sarebbero giri di parole) capaci di narcotizzare un branco di rinoceronti inferociti. Bersani sarà un bravo tecnico, ma è più grigio di Fassino. Vendola ha il carisma, invece. E viviamo un’epoca in cui non vince la bravura, ma l’essenza. Essere qualcuno, appunto. Spiccare. Berlusconi è il segno più evidente dei tempi che viviamo: un’enorme scatola vuota, rivestista internamente di marcio. Ma la gente lo ama e lo vota, perché ha e dà l’impressione che dentro quella scatola, oltre il marcio, ci sia un sogno.

Bersani il suo curriculum ce l’ha. Le famose liberalizzazioni, la lenzuolata. Sepolta e azzittita dai clacson dei tassisti in rivolta. Vendola ha governato la Puglia, ha vinto per ben due volte le primarie contro l’apparato dalemiano, ha promesso che avrebbe impedito la privatizzazione dell’acqua e lo ha fatto. Non è un caso che se domani ci fossero le primarie le vincerebbe lui. Anche dentro l’elettorato del pd, uno dei più lenti a recepire il cambiamento (basta vedere chi è stato il primo segretario e con quali percentuali ha vinto), ci si è resi conto che a parità di valore tra il grigiore e il colore è più interessante la seconda ipotesi.

L’aspetto sostanziale, che adesso dovrebbe saltare davanti agli occhi di tutte e di tutti, è che l’autocandidatura del governatore pugliese e il sondaggio di Repubblica hanno visibilmente irritato Bersani, che lascia intendere che le primarie non sono poi questa panacea democratica e che, sopra ogni cosa (Vendola incluso), bisogna salvaguardare la coalizione. Il principio democratico che ha avuto valore per Prodi e Veltroni, adesso non piace più. Complimenti per la maturità.

Che Bersani voglia fare il leader è legittimo. Eletto pochi mesi fa, rischia di fare da portavoti a Vendola. Dovrebbe esserci abituato, visto che il pd è un contenitore in cui i voti degli ex comunisti sono stati regalati a piene mani al progetto cattolico, conservatore, neocentrista e anche malcelatamente omofobo di un partito che ha come presidente una criptolesbica che sostiene che un bambino africano è meglio che crepi in Africa piuttosto che essere adottato da una coppia gay. O almeno è questo ciò che i suoi dirigenti hanno creato in questi mesi – a proposito: a Pesaro il pd ha votato col PdL contro il registro delle unioni civili con tanto di demonizzazione delle coppie arcobaleno – in barba alla bontà di buona parte della base, che a Roma ha creato una festa dell’Unità che è stata un vero e proprio tripudio di confronto tra culture diverse.

Bersani, dunque ha le sue buone ragioni a voler fare il leader indiscusso di un partito-fantoccio. Il problema che si pone, tuttavia, è un altro. Ed è duplice.

Innanzi tutto la candidatura di Vendola e la sua possibile vittoria dimostrerebbero che il pd è, per l’appunto, un contenitore vuoto. Talmente vuoto da non riuscire nemmeno a esprimere un candidato premier, come avviene in tutti i paesi. Lasciar questo onere/onore a Vendola, leader di un partito che non ha nemmeno il 3%, dimostrerebbe che il progetto del pd è perdente ab origine. E io posso pure aggiungere: ve l’avevo detto…

Secondo poi: con la candidatura di Vendola si rischia di dare al centro-sinistra (e il trattino è d’obbligo) una fisionomia politica concreta. Non un blob indistinto di conventicole unite in nome dell’antiberlusconismo, ma un soggetto in cui c’è un candidato premier che ha alle spalle una storia di buona politica, che ha un suo seguito dentro l’elettorato di pd e SEL almeno e che non viene visto male dentro l’IdV e possibilmente anche dentro l’estrema sinistra. Dare al centro-sinistra un’aura politica, senza farne il circo di clown che non fanno ridere nessuno che per adesso è, è un rischio che preoccupa molti. Soprattutto un certo Pierferdinando Casini che aspira a fare da ago della bilancia tra destra e pd e che, in quanto leader di un partito fieramente omofobo, clericale e che candida condannati e delinquenti, osteggia un candidato di sinistra, dichiaratamente gay che in Puglia ha fatto fallire il progetto dell’UDC della privatizzazione dell’acqua pubblica. Tutti meriti, questi, che porterebbero molte persone come me, quelle affezionate alla democrazia, alla serietà e alla legalità, per intenderci, a non votare.

Bersani, a ben vedere, vuole difendere questo stato di cose quando parla di priorità della coalizione: sacrificare Vendola, fare il leader del pd e perdere le elezioni. Avviare quella vocazione peggioritaria che da Veltroni in poi ha sistematicamente fatto perdere al centro-sinistra tutto ogni importante competizione a livello nazionale. Ai vertici del pd ci sono evidentemente abituati. Noi, invece, ne avremmo un attimo le palle piene. Qualcuno, a questo punto, dovrebbe farlo sapere al direttore del circo che non fa ridere nessuno.

Ecco chi è Massimo D’Alema

Mentre leggevo un certo articolo sulla fine del berlusconismo, altrove, a Roma, alla festa dell’Unità per l’esattezza, si stava svolgendo un intervento importante per la comunità GLBT della capitale. Muccassassina, la festa organizzata dal Centro di cultura omosessuale Mario Mieli, varcava i confini di un territorio fino a qualche tempo fa dichiaratamente ostile verso l’affermazione dei diritti civili di gay, lesbiche e transessuali. L’apertura delle Terme di Caracalla a “Mucca” è un evento non secondario, perché mette in contatto due culture, quella derivata dalla fusione di ex comunisti e cattolici da una parte e quella del movimento gay dall’altra. Onore e merito non solo a Cristiana Alicata, che si è spesa in prima persona affinché ciò avvenisse, ma a tutto il partito che almeno in questa occasione si è dimostrato aperto e disposto al dialogo con un universo altro.

Ma, ritornando al discorso d’apertura, mentre tutto questo avveniva, la mia attenzione veniva catturata da quell’articolo menzionato in cui non si parla solo della fine dell’età berlusconiana, auspicio che dovrebbe accomunare tutte/i coloro che credono nella legalità e nella democrazia, ma anche delle mosse dei vari attori politici per accelerare questo percorso. Tra questi, l’onnipresente Massimo D’Alema. Del quale si legge quanto segue:

Alle cene di casa Vespa Massimo D’Alema non è stato invitato, ma un contatto diretto con il segretario di Stato vaticano l’ha avuto anche lui. Quando la settimana scorsa ha fatto arrivare al cardinale Tarcisio Bertone la nuova copia della rivista della fondazione Italianieuropei da lui presieduta. Il numero due vaticano ha molto apprezzato il pensiero e il contenuto, una monografia interamente dedicata alla questione cattolica, con una svolta significativa nell’editoriale di presentazione: l’elogio di papa Ratzinger, la critica verso i laici che hanno eliminato la nozione di radici cristiane dalla Costituzione europea.

Adesso, a parte che trovo preoccupante che i nostri leader debbano ottenere l’avallo della chiesa cattolica per avviare il ricambio politico in Italia – queste cose accadono in Iran – il dato politico che va messo in evidenza è duplice.

In primo luogo, è D’Alema a seguire la regia del dopo Berlusconi, non Bersani, il quale, si legge sempre nell’articolo, era impegnato a Brooklyn a partecipare a una cena vip. Questo la dice lunga sullo spazio di autonomia del leader del maggior partito di centro-sinistra.

In secondo luogo, la strategia politica di D’Alema, e quindi il nuovo corso che dovrebbe scaturirne, ha come cifra culturale l’elogio a un papa inviso a tutto il mondo civile per gli scandali che hanno coinvolto la chiesa sul tema della pedofilia; l’attacco alla laicità delle istituzioni; il vedere nelle gerarchie ecclesiastiche gli interlocutori privilegiati per il rinnovamento politico italiano; e, infine, il progettare alleanze con gli elementi più retrivi della società italiana quali il partito di Casini.

Tutto questo non potrà non avere ripercussioni importanti sul nuovo assetto dell’Italia del dopo-Silvio. Un’Italia dove a governare saranno i soliti noti: chiesa, potentati economici, burocrazie di partito. L’humus ideale per gente come D’Alema, a ben vedere.

Un’Italia siffatta non avrà posto per tematiche quali i diritti civili: le unioni gay e lesbiche, il testamento biologico, il trattamento di fine vita, l’omogenitorialità, la questione ambientale a cominciare dall’acqua pubblica.

Il nuovo corso consisterà nel sostituire a Berlusconi una pattuglia guidata da D’Alema, berlusconiani pentiti, l’UDC con il bene placito di Bertone – cioè del Vaticano? Non sembra di trovarsi di fronte a un’idea di società così alternativa rispetto all’Italia berlusconiana. Di sicuro non si faranno gli interessi dei ceti medi, dei lavoratori, delle minoranze sociali, della laicità.

Chissà se di questo ne saranno coscienti, a danze finite, a festa finita, gli amici GLBT e gay-friendly che animano notti, dibattiti e incontri dentro un partito che su certe questioni deve trovare non solo una linea, ma addirittura un’identità. Identità che non può e non deve essere la visione cattolica: quella di una Rosy Bindi che pensa sia meglio che un bambino muoia in Africa tra stenti e guerre, piuttosto che poter vivere dignitosamente anche in una famiglia arcobaleno.

Il lavoro dentro il partito democratico deve continuare e sarà duro e in salita. Il pensiero che vi siano persone come la Alicata è un segno che lascia ben sperare. Il fatto, però, che vi siano ai vertici persone come D’Alema (ma anche Veltroni, la Bindi, Fassino e tutta la cricca analoga) getta solo discredito a tutta l’idea stessa di un partito che ha l’ambire di chiamarsi, appunto, “democratico”.

L’angusto panorama dell’omofobia clericale

Riguardo all’articolo su Panorama in merito ai preti gay, riporto la nota di Vincenzo Rao, storico esponente della comunità GLBT siciliana:

A me pare chiara l’operazione che ci sta dietro questo squallido reportage confezionato da Panorama e, se non commissionato, probabilmente appoggiato dalla Chiesa di Roma che, invece, in altre circostanze ha definito diffamanti e persecutorie certe insinuazioni fatte ai “liberi costumi” di altri e più alti sacerdoti. La Chiesa di Roma, travolta dagli scandali sessuali, dai reati di pedofilia, oltre che dalle accuse di corruzione di alti prelati, ha bisogno di trovare un capro espiatorio per uscirne pulita come Sistema, addossando la colpa a singoli più deboli e ben meno influenti. I preti omosessuali sono perfetti per questa operazione, perché demonizzare l’omosessualità come fonte del marcio che sta dentro la Chiesa è ciò che può meglio aiutarla a giustificarsi dinanzi agli occhi dell’opinione pubblica. Il male è l’omosessualità, già il segretario di Stato Vaticano aveva affermato che la pedofilia era legata ai preti omosessuali. Questo reportage non a caso si è concentrato solo sulla doppia vita dei preti omosessuali, mentre non si occupa della doppia vita dei preti eterosessuali, eppure di doppie vite ce ne stanno tantissime anche tra questi. Tutto sembra montato per il raggiungimento dello scopo: criminalizzare l’omosessualità per indurre i lettori ad identificare in una categoria gli untori, una categoria che ancora può essere impunemente facile bersaglio di insulti e discriminazioni. Sono gli omosessuali che corrompono la Chiesa come l’intera società, sono loro il male della Chiesa e della società, sono loro che devono essere banditi dalla Chiesa e dalla società (almeno con l’assenza dei diritti di cittadinanza).
Mi auguro che le associazioni lgbtq ed i loro leader non cadano nel tranello di questo reportage rilasciando stupide dichiarazioni, come tante volte accaduto in passato, ed invece smascherino l’operazione di volgare attacco, non certo alla Chiesa Cattolica ed alla sua doppia morale (se così fosse Panorama non avrebbe mai pubblicato un reportage del genere), ma a milioni di cittadini/e omosessuali. Ancora una volta la Chiesa ed i suoi servi dimostrano di essere una tra le più pericolose organizzazioni di discriminazioni di massa.

Riguardo a Panorama, infine, faccio notare che si rivela degno periodico di Berlusconi e dell’orrida cricca di cui si circonda.

Svolta all’ONU: sì a seggio gay

Riporto direttamente dal sito dell’Ansa:

WASHINGTON, 20 LUG – Barack Obama ha salutato con favore la decisione di accogliere nell’ambito delle Nazioni Unite rappresentanze del mondo gay. ”Oggi – ha detto il presidente degli Stati Uniti – con l’inclusione della Lesbian and Gay Human Right Commission (LSHRC-la Commissione Internazionale per i diritti degli omosessuali), le Nazioni Unite sono piu’ vicine agli ideali per cui furono fondate”.

è bello cominciare la giornata con una buona notizia…

Noi GLBT di sinistra, per il rinnovamento di tutta la società

Riflettevo su quello che sta accadendo in Italia in questi ultimi mesi. Abbiamo sostanzialmente due poteri “forti” in profonda crisi di credibilità. Abbiamo una destra, ormai corrosa dal suo stesso malcostume, che perde pezzi, che è un campo di battaglia dove tutti sono contro tutti, ma si evita di dirlo, visto il regime monarchico-autoritario che regge quel sistema di rapporti. E abbiamo una chiesa, cattolica apostolica e romana, dilaniata dallo scandalo della pedofilia, che ha perso e continua a perdere credibilità agli occhi di milioni di fedeli in tutto il mondo.

Per la sinistra, in Italia, sarebbe gioco facile dare una spallata a questa catapecchia istituzionale chiamata “governo”, mandare tutti a casa, qualcuno in galera e mettere a zittire la pretaglia che fino a ieri ha ricattato un’intera classe politica su questioni quali coppie di fatto, fine vita, laicità delle istituzioni e via dicendo.

L’agenda politica, a ben vedere, sta tutta lì.

Basterebbe far capire a quell’operaio che ha votato Lega perché la sinistra radicale si occupava solo di froci e zingari, che adesso che al potere c’è chi i froci li vuole picchiare – ricordiamo certi interventi a Radio Padania – e chi zingari e extracomunitari li caccia via, le cose non vanno meglio, che le fabbriche continuano a chiudere come e peggio di prima, che non c’è nessuna prospettiva per il suo (nostro) futuro.

E bisognerebbe far capire a chi ha votato Berlusconi perché prometteva sicurezza che le nostre città hanno poliziotti pagati di meno, che le nostre istituzioni sono popolate da corrotti e collusi, che nelle strade si continua a violentare le donne, a rapinare la gente per bene e che tutto questo non si grida più nei TG perché chi sta al timone ha tutto l’interesse di nascondere il suo fallimento, qualora non il suo disinteresse alla cosa.

Quei poteri che ieri hanno negato i diritti a migliaia di gay e lesbiche adesso sono gli stessi che nascondo le magagne di mafie e pedofili. Bisogna far capire che nella guerra tra bene e male, non eravamo noi a stare dalla parte sbagliata.

Almeno, questo è quello che dovremmo gridare a chiare lettere noi persone GLBT di sinistra. Gridarlo ai nostri “amici” in parlamento, perché ci pensino due volte prima di far finta che i nostri problemi esistano. Soprattutto a chi, dentro il pd, già sta pensando a governi di unità nazionale con l’UDC. Tanto per fare un esempio.

Dovremmo gridarlo ai gay di destra, giusto per far capire loro di chi è che vanno a fidarsi. E dovremmo gridarlo al nemico – che è rappresentato, oggi più che mai, proprio da destra, chiesa e dagli uomini di chiesa dentro ai partiti – per ricordargli che non siamo disposti a cedere di un passo sulla nostra dignità, al cospetto del loro essere indegni di qualsiasi cittadinanza.

Penso che il movimento, nella sua complessità, non debba essere soggiogato all’insegna di questo o quel partito. Penso che siano i partiti che da noi debbano prendere idee nuove, per un’estensione del diritto su molteplici aspetti della vita civica. È questo il senso della nostra presenza politica sia sulla piazza, sia nel dialogo con gli altri soggetti.

Noi, gay, lesbiche, bisex e trans di sinistra, possiamo essere portatori di una nuova cultura del rispetto e dell’accoglienza che la destra al momento non ha, non sa e non può avere – i gay di destra potrebbero fungere da cavallo di troia, ma a costo di un lungo percorso e di un sapiente addestramento, che passi dalla rinuncia incondizionata dell’adorazione di capi antichi e attuali.

Sento che le cose stanno cambiando e sento che i vertici dei partiti sono inadeguati a cogliere il cambiamento, a eccezione di un paio di nomi. Sta a noi fare da humus, da fermento, che porti uomini e donne di buona volontà a capire non solo che la sigla GLBT non è contraria al benessere civico e sociale ma che proprio dentro quella sigla ci sono germi positivi per una rinascita di una società tutta.

Percorso lungo, doloroso e irto di ostacoli. Ma se non lo facciamo noi, se non partiamo da noi, rimarrà sempre come adesso. E com’è adesso non è bene.

Sottofondo di cicale

Sottofondo di cicale, al di là dell’asfalto. Al di qua dei cordini disabitati dall’inverno, musiche familiari, rumori consueti, voci che dicono le cose di sempre. Eppure.

Una telefonata che non arriva.
La solita incertezza per il futuro.

Copione già visto. Eppure…

Perché, ogni tanto, ogni angolo di questa vita è terra straniera?

I gay non possono donare sangue. O “i nuovi stregoni”

L’Italia è un paese fondamentalmente noioso e prevedibile. Oserei dire ripetitivo. A ruota si riverificano fatti, accadimenti e fenomeni che altrove verrebbero bollati come sostanzialmente cretini e che qui, nell’Italia berlusconiana, trovano dignità ontologica.

Tradotto: Gabriele è andato a donare sangue. Gabriele, milanese, che è un donatore da otto anni e ha un rapporto stabile con un altro ragazzo. Oltre venti prelievi e nove litri di sangue che sono serviti, in tutto questo tempo, a salvare la vita alla gente. Un atto di coraggio, di umanità, di bellezza. Poi arriva un primario omofobo e/o ignorante che decide che un gay, perché tale, è naturalmente infetto. E Gabriele viene fatto accomodare alla porta, non senza un po’ di imbarazzo. Dopo otto anni. E nove litri. E chissà quante vite che adesso, inconsapevolmente, continuano grazie a lui.

E per chi non lo sapesse, tutto questo è avvenuto al servizio trasfusionale Gaetano Pini, che adesso dipende dal Policlinico.

Sia chiaro: la storia non è nuova. Altre volte è successo che si negasse a un gay di donare sangue. Fino a prima del decreto Veronesi – non a caso ministro, questi, di un governo di centro-sinistra – era espressamente vietato a un gay o a una lesbica donare sangue. Poi il decreto ha posto fine all’assurda credenza che esistano categorie a rischio. Ciò che ci espone al contagio di malattie sessualmente trasmissibili non è il nostro io, ma l’uso che ne facciamo a letto.

Ho molti amici gay e molti etero. Dei primi, la quasi totalità mette il preservativo quando fa sesso occasionale. Dei secondi in molti non lo usano. E non perché siano cattivi o stupidi, ma perché credono che l’AIDS non sia una cosa per eterosessuali. Così gli hanno insegnato.

Ma ritornando alla questione di cui sopra. Ho molti amici, gay ed etero. I gay usano il preservativo, gli etero poco o per nulla. Voi da chi vorreste il sangue, in caso di necessità? La risposta, a mio avviso, è semplice. E non è “dagli amici gay”, ma dovrebbe essere “da chi non ha comportamenti a rischio”. Questo lo capisco io che non ho una laurea in medicina. A maggior ragione dovrebbe capirlo qualche dottore, per quanto possibilmente lombardo, vicino a Formigoni, almeno nelle intenzioni di voto, e probabilmente devoto a Comunione e Liberazione, che in Lombardia, pare, abbia dei forti interessi dentro la salute pubblica.

Per altro questo tipo di ragionamento – quello che ha “licenziato” Gabriele, per intenderci – è dannoso per l’intera società, per almeno tre motivi.

In primis, gli ospedali si fanno mancare quantitativi di sangue buono con conseguente disagio di approvvigionamento, le cui conseguenze possono essere molto serie, se non tragiche.

Secondo poi, passa il messaggio che certe patologie sono “roba da froci”. Questo porta a un abbassamento del livello di attenzione nei comportamenti sessuali. Gli eterosessuali si ammaleranno di più e ci sarà sangue in meno, sul medio e lungo periodo.

Dulcis in fundo: si danno nuove frecce all’arco di chi alimenta odio, discriminazioni, diffidenza verso un’intera categoria sociale. Essere gay sarà visto come essere i nuovi untori. Vulgata che andava bene negli anni ottanta, quando nulla si sapeva di AIDS, ma che adesso fa sorridere chiunque sappia leggere e scrivere e abbia il minimo sindacale di neuroni previsti per non avere le dignità intellettuale di un Rocco Buttiglione qualsiasi.

In sintesi: meno sangue, più gente esposta al rischio di contagio e maggiori discriminazioni. Non mi stupirei se il primario che ha disposto il divieto fosse un elettore dell’UDC.

Arrivati a questo punto credo pure che indignarsi serva a poco. Ci si indigna tutti i giorni, per un insulto, un pestaggio, un licenziamento. E così via.

Faccio una proposta: non sarebbe il caso di creare una banca del sangue gayfriendly? Nessuna preclusione per chi ne ha bisogno, ma con una mission che tiene conto di certe normative vigenti: il sangue si dà a quegli ospedali che non praticano discriminazione. Poi sarà cura del paziente capire dove andare, se laddove c’è carenza di sangue o laddove viene usata la ragione e non il pregiudizio.

Fermo restando, e questo è un messaggio che dovremmo gridare a chiare lettere, che io avrei forti perplessità a farmi curare in un ospedale in cui le proprie convinzioni “scientifiche” si basano sul pregiudizio, sull’ignoranza o sulle credenze popolari. La scienza è una cosa. La stregoneria, un’altra. Fosse anche avallata da chi, crocifisso al collo, pensa di essere nel giusto. Sbagliando, a ben vedere.