La sindrome di Wile Coyote – Cronaca semiseria della fiaccolata del 31 maggio a Roma

Wile Coyote è un personaggio di grande ingegno. Bisogna riconoscere all’animale, che tanto si avvicina al concetto di sciacallo, che non è facoltà del primo canide che incontri per strada costruire trappole e tentare attacchi dinamitardi per far fuori Beep Beep. Eppure lui ci riesce. Segue le istruzioni. Accende la miccia con grande perizia. E attende. Che il suo destino si compia.

Gay Street. O via San Giovanni in Laterano, fate voi. Per chi non lo sapesse, là accanto c’è la basilica di San Clemente. Dove potete trovare, se scendete nella cripta e avete buon occhio, un dipinto murario che per chi studia storia della lingua italiana è un piccolo gioiello. È una delle prime attestazioni di volgare neolatino. Dei soldati romani vogliono catturare il santo. Dio fa credere loro che una pesante colonna sia la loro vittima. I soldati tirano, ma non c’è nulla da fare. La colonna non si sposta. E il capo dei soldati dice, con un idioma che non è ancora italiano e non è più latino, “trahite, fili de la puta”. Ovvero: trascinatelo, figli di puttana.

Arrivo, con Pinzi e Guglia. Siamo in anticipo di quaranta minuti e le telecamere sono già lì. È Arcigay Roma. Si è sentito l’odore del sangue. Il presidente si fa intervistare. We have a dream, che ha organizzato l’evento, ha una piccola filosofia: quando ci scappa la coltellata ci si riunisce dietro l’unico vessillo possibile, il rainbow. Perché contro il sangue delle vittime c’è un’unica risposta che non è quella del logo da conventicola. Non è una questione di marketing. È solo buon senso. È seguire un simbolo, vestiti solo del proprio corpo. Arcigay, invece, ci ha messo il cappello.

I giornalisti hanno fotografato anche noi. Noi normali, intendo. A me non andava di essere intervistato dal TG2. Mi sento impacciato davanti alle telecamere e non mi piace la mia voce, riprodotta. Poi ci spostiamo. A dire il vero il percorso della fiaccolata mi sembra un po’ moscio. In sordina, fino al luogo dell’ultimo pestaggio, ma tra di noi. Senza che la gente sappia cosa stiamo facendo.

Noi e il rainbow. E i militanti di Arcigay che, non sazi delle attenzioni dei media, ci si piantano di fronte. Fanno vedere i volantini del Roma Pride. Del loro pride. Mauro si incazza. Non vuole essere strumentalizzato. La tipa che a momenti ci prende a gomitate per coprire i nostri volti coi suoi volantini gli fa notare che lei ha vent’anni di militanza alle spalle, per cui fa quello che vuole. Come se non essere sufficientemente vecchi fosse una colpa. Come se questo le desse il diritto di pensare che il resto, senza  etichette, non sia importante. Dopo di che, giustamente, la si manda all’unico paese dove possono essere mandate persone siffatte.

Arriviamo al luogo del pestaggio, ma il popolo delle fiaccole non è contento. «Non ha senso farla così», «ce la stiamo cantando da soli», «la gente deve sapere». Come dargli torto? Si decide di andare al bar dove il ragazzo pestato l’altro giorno ha chiesto aiuto. Secondo i giornali quell’aiuto gli è stato negato. Si decide, tutti e cento, perché eravamo pochi, di regalare ai tipi del bar dei fazzoletti. Gli stessi che loro non hanno concesso al nostro compagno gay per pulirsi il viso dal sangue.

Arrivati al bar la gente grida “vergogna!” e getta dentro il locale fazzolettini appallottolati. Che poi non è proprio un bar, ma una gelateria, in via Cavour. Quindi succede l’imponderabile. Dalle fila di Arcigay i grandi capi romani ci rimproverano e ci dicono che dobbiamo chiedere scusa, perché il bar non è quello. Pare che al ragazzo che ci ha condotto sin lì sia pure stata promessa una bella querela. Succede il finimondo. È tutto un insieme di grida. Non si capisce nulla. Ed io che penso: che figura di merda.

Poi le cose si calmano e si capisce che avevamo ragione noi. Gli indignati. Il bar è proprio quello e qualcuno deve chiedere scusa. Ma non noi. Solo chi ci ha gridato addosso. Chi ha detto a chi era arrabbiato – e oserei dire giustamente – che doveva vergognarsi della propria rabbia. Il presidente di Arcigay Roma prende il megafono. La sua reazione che, chissà perché, da tutti è stata vista come un attacco alla propria comunità, doveva essere presa per un momento di eccesso emotivo. Il ragazzo è sensibile, evidentemente. O almeno prova a spiegarlo. Ma subito viene subissato da una pioggia di vaffanculo.

Adesso io penso male, lo so. Ma quando vuoi mettere il cappello su una cosa che non ti appartiene e poi la cosa ti sfugge di mano in modo che non avevi previsto, ma comunque dignitoso, poi il cappello ti rimane addosso e tutto ricade su di te. Per salvare il salvabile, a cominciare dalla propria faccia, la stessa mai sazia di comunicati stampa e interviste esclusive nei pressi del Colosseo, devi strigliare il gregge. Almeno fino a quando pensi di essere il pastore. Ma poi succede, mentre aspetti che il destino si compie, che le cose seguono il loro corso. In questo caso, quello di ciò che è stato in tutto il suo dramma e nel ridicolo che ne è seguito. Il ridicolo di credere di trovarti di fronte un pugno di pecore.

Wile Coyote è simpatico e ci fa ridere. Ma le cose non gli vanno mai come vorrebbe. Anche se alla fine difende i suoi interessi. Prendere l’uccellaccio e papparselo in santa pace. E allora costruisce una gigantesca catapulta con un carico di merda e al momento opportuno lascia il gancio di sicurezza. E il carico parte, ma prende il ramo, o i fili della luce, fate voi. Rimbalza e torna indietro. Colpendo il protagonista di questa storia della stessa sostanza che aveva destinato per la sua vittima.

Per come volete vederla, per tutti i significati che volete dare a questa sequela di metafore, è ciò che è successo stasera alla fiaccolata di We have the dream. E per chi fosse duro di comprendonio: noi eravamo quelli che corrono sempre più veloci.

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5 pensieri su “La sindrome di Wile Coyote – Cronaca semiseria della fiaccolata del 31 maggio a Roma

  1. Pingback: Di WHAD e Marrazzo | ed ora guardiamo oltre…

  2. Lo sapevo che dovevo vergognarmi di essere frocio.Ecco dove si va a finire a frequentarvi.Ti avevo chiesto di passarmi il rimmel e sei andato per bar.

  3. Solo una piccola integrazione: ci sono state almeno due linee di azione che hanno permesso di determinare che la gelateria era quella.

    Una, di cui non ero a conoscenza, è stata portata avanti da chi è entrato nella gelateria, e ha chiesto: che siete stati voi? e ha avuto risposta sì.

    L’altra, in cui ho incrociato l’amico di Simone, il ragazzo aggredito, e avuta conferma che era quella prima l’ho detto mettendomi in mezzo alla folla, poi mentre me ne andavo ho incrociato Marrazzo, e l’ho detto pure a lui. In toni non esattamente urbani, ma i vaffanculo se li è meritati tutti.

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