La sindrome di Wile Coyote – Cronaca semiseria della fiaccolata del 31 maggio a Roma

Wile Coyote è un personaggio di grande ingegno. Bisogna riconoscere all’animale, che tanto si avvicina al concetto di sciacallo, che non è facoltà del primo canide che incontri per strada costruire trappole e tentare attacchi dinamitardi per far fuori Beep Beep. Eppure lui ci riesce. Segue le istruzioni. Accende la miccia con grande perizia. E attende. Che il suo destino si compia.

Gay Street. O via San Giovanni in Laterano, fate voi. Per chi non lo sapesse, là accanto c’è la basilica di San Clemente. Dove potete trovare, se scendete nella cripta e avete buon occhio, un dipinto murario che per chi studia storia della lingua italiana è un piccolo gioiello. È una delle prime attestazioni di volgare neolatino. Dei soldati romani vogliono catturare il santo. Dio fa credere loro che una pesante colonna sia la loro vittima. I soldati tirano, ma non c’è nulla da fare. La colonna non si sposta. E il capo dei soldati dice, con un idioma che non è ancora italiano e non è più latino, “trahite, fili de la puta”. Ovvero: trascinatelo, figli di puttana.

Arrivo, con Pinzi e Guglia. Siamo in anticipo di quaranta minuti e le telecamere sono già lì. È Arcigay Roma. Si è sentito l’odore del sangue. Il presidente si fa intervistare. We have a dream, che ha organizzato l’evento, ha una piccola filosofia: quando ci scappa la coltellata ci si riunisce dietro l’unico vessillo possibile, il rainbow. Perché contro il sangue delle vittime c’è un’unica risposta che non è quella del logo da conventicola. Non è una questione di marketing. È solo buon senso. È seguire un simbolo, vestiti solo del proprio corpo. Arcigay, invece, ci ha messo il cappello.

I giornalisti hanno fotografato anche noi. Noi normali, intendo. A me non andava di essere intervistato dal TG2. Mi sento impacciato davanti alle telecamere e non mi piace la mia voce, riprodotta. Poi ci spostiamo. A dire il vero il percorso della fiaccolata mi sembra un po’ moscio. In sordina, fino al luogo dell’ultimo pestaggio, ma tra di noi. Senza che la gente sappia cosa stiamo facendo.

Noi e il rainbow. E i militanti di Arcigay che, non sazi delle attenzioni dei media, ci si piantano di fronte. Fanno vedere i volantini del Roma Pride. Del loro pride. Mauro si incazza. Non vuole essere strumentalizzato. La tipa che a momenti ci prende a gomitate per coprire i nostri volti coi suoi volantini gli fa notare che lei ha vent’anni di militanza alle spalle, per cui fa quello che vuole. Come se non essere sufficientemente vecchi fosse una colpa. Come se questo le desse il diritto di pensare che il resto, senza  etichette, non sia importante. Dopo di che, giustamente, la si manda all’unico paese dove possono essere mandate persone siffatte.

Arriviamo al luogo del pestaggio, ma il popolo delle fiaccole non è contento. «Non ha senso farla così», «ce la stiamo cantando da soli», «la gente deve sapere». Come dargli torto? Si decide di andare al bar dove il ragazzo pestato l’altro giorno ha chiesto aiuto. Secondo i giornali quell’aiuto gli è stato negato. Si decide, tutti e cento, perché eravamo pochi, di regalare ai tipi del bar dei fazzoletti. Gli stessi che loro non hanno concesso al nostro compagno gay per pulirsi il viso dal sangue.

Arrivati al bar la gente grida “vergogna!” e getta dentro il locale fazzolettini appallottolati. Che poi non è proprio un bar, ma una gelateria, in via Cavour. Quindi succede l’imponderabile. Dalle fila di Arcigay i grandi capi romani ci rimproverano e ci dicono che dobbiamo chiedere scusa, perché il bar non è quello. Pare che al ragazzo che ci ha condotto sin lì sia pure stata promessa una bella querela. Succede il finimondo. È tutto un insieme di grida. Non si capisce nulla. Ed io che penso: che figura di merda.

Poi le cose si calmano e si capisce che avevamo ragione noi. Gli indignati. Il bar è proprio quello e qualcuno deve chiedere scusa. Ma non noi. Solo chi ci ha gridato addosso. Chi ha detto a chi era arrabbiato – e oserei dire giustamente – che doveva vergognarsi della propria rabbia. Il presidente di Arcigay Roma prende il megafono. La sua reazione che, chissà perché, da tutti è stata vista come un attacco alla propria comunità, doveva essere presa per un momento di eccesso emotivo. Il ragazzo è sensibile, evidentemente. O almeno prova a spiegarlo. Ma subito viene subissato da una pioggia di vaffanculo.

Adesso io penso male, lo so. Ma quando vuoi mettere il cappello su una cosa che non ti appartiene e poi la cosa ti sfugge di mano in modo che non avevi previsto, ma comunque dignitoso, poi il cappello ti rimane addosso e tutto ricade su di te. Per salvare il salvabile, a cominciare dalla propria faccia, la stessa mai sazia di comunicati stampa e interviste esclusive nei pressi del Colosseo, devi strigliare il gregge. Almeno fino a quando pensi di essere il pastore. Ma poi succede, mentre aspetti che il destino si compie, che le cose seguono il loro corso. In questo caso, quello di ciò che è stato in tutto il suo dramma e nel ridicolo che ne è seguito. Il ridicolo di credere di trovarti di fronte un pugno di pecore.

Wile Coyote è simpatico e ci fa ridere. Ma le cose non gli vanno mai come vorrebbe. Anche se alla fine difende i suoi interessi. Prendere l’uccellaccio e papparselo in santa pace. E allora costruisce una gigantesca catapulta con un carico di merda e al momento opportuno lascia il gancio di sicurezza. E il carico parte, ma prende il ramo, o i fili della luce, fate voi. Rimbalza e torna indietro. Colpendo il protagonista di questa storia della stessa sostanza che aveva destinato per la sua vittima.

Per come volete vederla, per tutti i significati che volete dare a questa sequela di metafore, è ciò che è successo stasera alla fiaccolata di We have the dream. E per chi fosse duro di comprendonio: noi eravamo quelli che corrono sempre più veloci.

Contro le aggressioni, stasera in piazza

Bollettino di guerra:

19 agosto 2009, Emilio Rez, gay, avvicinato con una scusa, quindi insultato e picchiato.

22 agosto 2009, Svastichella aggredisce una coppia di ragazzi colpevole di scambiarsi effusioni in pubblico. Uno dei due, Dino, verrà accoltellato allo stomaco.

26 agosto 2009,  ignoti danneggiano il Qube, la sede di Muccassassina,  serata del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli.

1 Settembre 2009, due teste rasate lanciano delle bombe carta in via San Giovanni in Laterano, la Gay street di Roma. Alcuni ragazzi verranno leggermente feriti.

19 Settembre 2009, ennesimo atto vandalico al Qube.

11 Ottobre 2009, nuova aggressione in via del Corso, contro una coppia gay. Gli aggressori urlano slogan neofascisti.

20 novembre 2009, Brenda, una persona transessuale coinvolta nel caso Marrazzo, viene trovata  carbonizzata nel suo appartamento. L’ipotesi è omicidio volontario.

25 Aprile 2010, Mattia, gay, viene aggredito in autobus, in pieno centro.

29 maggio 2010, un ragazzo di ventidue anni viene aggredito in via Cavour. Gli gridano “frocio”. Rischia di perdere un occhio. I gestori di un bar lì vicino gli negano soccorso.

Per dire no a tutto questo, per dire no all’ennesima aggressione, per far capire all’ultima vittima di questi crimini che non è sola, per far capire a quei delinquenti che non siamo disposti a tollerare ulteriori violenze, stasera ci sarà una fiaccolata contro l’omo-transfobia in via San Giovanni in Laterano, alle ore 21:30.

Ci vediamo lì.

The end (con eventuale lieto fine)

No, questa musichetta allegra stona un po’. Ma forse è nell’ineluttabilità delle cose. Ti svegli, vedi il disordine della tua stanza, pensi che non è nemmeno la tua stanza, che qui dentro non c’è nulla che ti appartiene davvero e poi vai alla tua vita. E tutto assume i contorni, dapprima sfocati e poi sempre più netti, come un taglio sulla pelle, di un fastidioso (e per altro non richiesto) parallelismo. Accendi il tuo MacBook, mandi la musica e quindi ti chiedi, alla fine di tutte queste elucubrazioni, perché iTunes dovrebbe risparmiarti da questo gioco al massacro tra ciò che hai dentro e quell’allegria che ti tocca come un ragazzo bellissimo che però, per qualche strana magia, non vuoi proprio baciare.

Asse da stiro. Vestiti sopra. Accappatoio con borsa di jeans che ti ha regalato il tuo ex. Nike color nero-umore-del-mattino. Altre, color bianco sporco, anche se ormai forse lo sporco è vero. Stendino con la biancheria che profuma di detersivo verde. Maglietta Dokrostone – presa al mercatino giapponese – che giace sui jeans, anch’essi a terra, che odora ancora della notte di ieri. Valigia gialla, piena dell’inverno che fu. Borsa nera. Piumone da portare a lavare, perché quando lo restituirai alla Pinzi dovrà essere pulito così come te lo ha dato. Asciugamani verdi, qua e là. Un comodino che trabocca di tutto, dai medicinali per la dermatite e il collutorio che il medico londinese ha avuto la buona creanza di regalarti – sineddoche asettica di un desiderio inespresso – al profumo di Himelda (Benetton, gentilmente offerto), il tonico al rosmarino o della regina d’Ungheria (che ditemi voi dove trovi un tonico per il viso con un nome più frocio), libri che forse mai leggerai, il dizionario di latino, le calze a costine nere e viola, le ciabatte che hai comprato per… Tutto questo hai intorno. Manca solo lui.

Tutto questo attorno a te, sdraiato coi piedi che poggiano al muro, tu che sei la versione sbagliata di Carrie, tu che di Meredith sai solo copiare quella parte di storia che la porta a dormire con l’ennesimo uomo sbagliato, tu che riconosci gli odori del risveglio, che provengono dalla cucina, che ti ricordano quelli di tua nonna, certe domeniche estive dopo il mare, ma questa non è la tua casa e, di conseguenza, questa non è la tua vita. Succederà come per il telefonino o come per il portafogli, a un certo punto ti sveglierai, prenderai coscienza del vuoto nella tua mano o nella tasca, sgranerai gli occhi, cercherai ovunque e nessuno ti restituirà ciò che hai perso, ciò che ti è stato tolto.

Tu che hai appena capito che eri disposto a entrare nel castello e a mandare a fanculo la guardia all’ingresso, per realizzare, a un certo punto e non senza il tuo solito mezzo sorriso intriso di pioggia e di autoironia, che si trattava di un castello di carte. E nell’attesa di emettere quel soffio che tutto porterà alla fine, qualcosa ti dice che in fin dei conti nell’allegria della musichetta al risveglio c’è un fondo di verità e forse tutta l’incertezza di adesso è solo il torpore, è solo il caffè che sta ancora di là, ancora in polvere, lontano dal destino che gli è stato assegnato. È, tutto sommato, solo un po’ di stanchezza per questo mosaico di intenzioni che non si compone in figure precise, in presenze indissolubili, e che non ferma il tempo laddove tu volevi che venisse posto il The End con eventuale lieto fine.

Tutto qui.

Il contadino e il castello



Il contadino va al castello
perché gli hanno detto che se prende il trono
diventerà re
ma all’ingresso del castello c’è una guardia
che gli dice:
«se passi ti uccido»
allora delle due l’una
o il contadino sopravvive ma rimane contadino
oppure osa a rischio di se stesso.
Il contadino starà per sempre di fronte al castello
e in punto di morte
il soldato lascia andare la lancia,
il contadino gli dice
«ma così facendo qualcuno potrà entrare e prendere il trono»
e il soldato:
«il castello era per te, ma tu non hai mai osato sfidarmi per prenderti ciò che era tuo.»

Io non voglio morire davanti al castello.

(grazie Zamba)

Il pd contro i baci gay

Giornata Mondiale contro l’omofobia. Le varie associazioni italiane impegnate nella lotta alle discriminazioni e per la conquista dei diritti civili mettono in piedi una serie di campagne di sensibilizzazione su un fenomeno che fa ancora molta presa nelle coscienze e nei cervelli, incredibilmente piccoli, di centinaia di migliaia di individui. D’altronde si sa, scandalizza meno che i mafiosi siedano in parlamento di una coppia di donne o di uomini che hanno in comune un progetto di vita. Per tacere delle schifezze di cui sono capaci le varie pretaglie e che all’italiota medio(cre) vanno più che bene.

Tra queste iniziative quella portata avanti da Arcigay Udine non è andata proprio giù. Innanzi tutto a quei gran simpaticoni della Destra, il partito di Storace e, un tempo, della Santanché, la stessa che oggi sostiene la necessità della privacy dei boss mafiosi. In secondo luogo del partito democratico, che ha approvato «a larga maggioranza» denuncia il neopresidente Paolo Patanè «una mozione contro la campagna anti-omofobia diffusa da Arcigay nella città.»

Le ragioni? Continua Patanè: «è scritto a chiare lettere che la nostra campagna avrebbe una “dimensione provocatoria” perché “turberebbe la sensibilità di molti cittadini”.»

In altre parole, per i cittadini di Udine, secondo il pd, vedere due uomini che si baciano – come da foto – sarebbe una provocazione ai danni della sensibilità collettiva. Faccio notare che la campagna veicola un messaggio positivo: tra i prodotti del Friuli, accanto a vino e formaggi, ci sarebbe (il condizionale adesso è d’obbligo) il rispetto verso l’amore e verso le diversità.

Arcigay si scandalizza. Com’è giusto che sia. O come da copione, per i più critici. Io mi chiedo che cosa ci si aspetta ancora da un partito che ha al suo interno persone palesemente omofobe tutto l’ex apparato democristiano (e anche molto di quello catto-comunista).

Io non ci vedo niente di diverso da quella che è la cifra politica del partito in tema di lotta all’omofobia e diritti civili. Il pd di Udine è stato coerente con quanto fatto dalla Bindi ai tempi dei DiCo – per lei eravamo coppie da raccomandata, non famiglie – e da Veltroni quando ha affossato il registro delle unioni civili a Roma quando era sindaco. O coerente con le parole di D’Alema, quando ha dichiarato che i gay pretendendo il matrimonio offendono il sentimento religioso di milioni di italiani. O Fassino, che spergiurava davanti a Vespa, con la Melandri accanto, che il pd era contrario al matrimonio gay. E potrei continuare…

La cifra politica del pd, in temi come la questione GLBT, è proprio l’omofobia. Portata avanti, esibita, rivendicata (ricordate la Binetti?) e posta come conditio sine qua non per portare avanti qualsiasi progetto di equiparazione delle coppie di fatto a quelle sposate: basti pensare alla filosofia che animava i già citati DiCo.

Il pd si dimostra, per l’ennesima volta, come il partito che nega la dignità dei sentimenti di milioni di gay e lesbiche. Non mi pare che negli anni precedenti, fino a ieri, si sia andati lontani da questa evidenza. Capisco il disgusto. Ma dovremmo averci fatto il callo. I suppose

Fratelli d’Italia: le parole di Elio Germano

Volevo ringraziare di cuore Daniele Luchetti, il mio regista, Rai cinema e Cattleya che hanno creduto in questo film. Siccome i nostri governanti in Italia rimproverano al cinema di parlare male del nostro paese, volevo dedicare questo premio all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere l’Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente

Elio Germano, vincitore della Palma d’Oro al Festival del Cinema di Canne 2010.

Post gentilmente preso in prestito – o se preferite, rubato – dal Blog di Fabio (già Fireman).

I veri eroi: ricordando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Quando morì Giovanni Falcone non appresi subito la notizia. Avevo diciotto anni, i miei problemi più urgenti riguardavano le ultime interrogazioni in matematica e fisica. E da lì a poco c’era la maturità. Di sera, poi, c’era una cena col gruppo dei francesi ed eravamo stati invitati tutti, io, papà e mamma e pure Himelda. Yasmina e Anna, le ragazze che avevano organizzato il raduno, erano sinceramente tristi. Yasmina non conosceva quasi per nulla Falcone, ma aveva saputo che era una persona per bene, che lottava per rendere la vita di milioni di italiani più sicura, più vera, più giusta. Anna, che è franco-italiana, era arrabbiata. E si è parlato di mafia e stato, assieme a tutto il resto. E lì compresi che era successo qualcosa di veramente brutto.

L’indomani eravamo tutti in piazza, a manifestare. Ammetto che la mia era una partecipazione emotiva. Ammetto che non capivo del tutto cosa stava succedendo, ma in cuor mio sapevo che bisognava esserci, nonostante i compagni di scuola del Fronte della Gioventù che gridavano cose del tipo “Stato e DC, la mafia è tutta lì”. Lucrare voti sui morti e su un episodio così grave, compresi molto tempo dopo, è una cosa che avrebbe sempre contraddistinto quel modo di pensare a destra col mio modo di essere di sinistra. Semplicemente, non si fa. Ogni altro commento è superfluo.

Altro discorso, invece, è l’aver visto che fine hanno fatto quei giovani fascisti. Con chi sono poi andati al governo, qualche anno dopo. Quale storia hanno seguito e quale hanno tradito. Ma, appunto, questa è un’altra storia.

A distanza di diciotto anni, (la mia vita, all’epoca, era a metà strada rispetto a ora, mentre adesso mi sembra di vivere una vita a metà e in questo c’è qualcosa di molto ironico a ben vedere), non saprei dire cosa veramente sia cambiato da quel giorno. E dall’altro, poche settimane dopo, in un luglio in cui appresi che anche Paolo Borsellino era stato ammazzato, e mi ricordo che ero a mare, coi miei amici, a ridere e a pensare che il futuro sarebbe stato bellissimo, perché ormai la scuola era finita per sempre e che a ottobre sarei partito a Bologna per cominciare l’università.

Non so davvero cosa è cambiato. In Sicilia la mafia grida di meno, ma non credo di poter dire che non ammazzi più. Ancora oggi, se conosci qualcuno al comune, riesci a farti togliere la multa e se vuoi vincere un dottorato in un’università siciliana hai bisogno di una “buona parola”. Ancora oggi, si sente dire in giro, se vuoi un’ecografia (in tempi brevi e gratuita) basta dare il voto a chi sai tu. Il referto ti viene dato dopo le elezioni, ma questo se vogliamo  è un dettaglio.

La mafia non ha bisogno di agitare la pistola per proliferare. Il pizzo è solo una forma di folklore, di fronte a tutto il resto. Bastano i piccoli gesti della nostra quotidianità. La stessa che poi viene sconvolta, in una cena o al mare con i compagni di classe, quando il tritolo fa molto, troppo, rumore. Quando le nostre piccole preoccupazioni quotidiane hanno il prezzo, come contropartita, del sangue di altri. Ed è questo che non si capisce.

Non so cosa sia cambiato in un paese in cui i rappresentanti delle istituzioni, oggi, pensano che quelli come Falcone e Borsellino siano il cancro della società. E la società, invece di defenestrarli, continua a votarli o, nella migliore delle ipotesi, a restare indifferente.

Io so soltanto che considero questi uomini che vedete raffigurati più sopra come veri eroi, come “patrioti”, nel senso più vero del termine. Uomini che hanno cercato di rendere l’Italia non più grande o orgogliosa, con la forza delle mitragliette contro talebani e civili afghani, o dando calci a un pallone dietro compensi più che milionari, bensì con discrezione e silenzio, con sacrificio e impegno. E rimettendoci la vita e non per il petrolio o una coppa, ma per rendere le nostre vite, le nostre quotidianità, a cena come al mare, più giuste, più sicure, più vere.

Amici di vetro (ma la sposa era bellissima)

La verità è che in fin dei conti gli aeroporti mi piacciono. Di tutti i non luoghi, sono quelli che sento più miei. Anche se mi stressano, e non poco. Li ho sempre visti come un ponte verso la felicità. O una via di fuga. Il preludio di un abbraccio. E allora mi siedo, col mio caffè, su un balcone che si affaccia sul mondo in partenza, con le madri dolenti che abbracciano i loro figli e non vogliono lasciarli andare, pur sapendo che ogni volta sarà così, come fosse l’ultima, e penso.

Penso a ieri, ad esempio. Al fatto che la sposa era davvero bella. Al fatto che il suo sogno fosse lì, così tangibile, così vero, per quanto a me lontano. Ho pensato alla sua vita, alle nostre. Al fatto che spesso non si siano mai toccate davvero. Perché se solo lei sapesse – o se ammettesse di sapere – che infine il nostro sogno è uguale… Che un po’ tutti noi vogliamo arrivare a un momento in cui la gente applaude all’evidenza di un amore. Alla forza di una promessa. Velo escluso, almeno per quel che mi riguarda.

E allora l’ho vista, emozionata, che pensava a suo padre, che non c’è più. E anche la Fricanea era un po’ triste per questo. Ed è stato lì che ho pianto un po’. Perché era tutto molto tenero. Molto bello. Perché le cose a volte si realizzano per come devono andare e lì, in quel centimetro di esistenza, nessuno ha il diritto di parola se non chi vive dentro quello spazio piccolo e assoluto. E mentre questo accadeva, è arrivato qualcuno.
«Cosa succede?»
«Oh, nulla. Solo questa maledetta allergia.»
«Come ti capisco, mio caro…»

E poi penso alla gente che rimane stupida. Come se a quasi quarant’anni ci si potesse ancora permettere il lusso di apparire così, intrappolati dentro il rancore. La gente che non ti saluta perché non hai partecipato a una finzione. Qualche anno fa, altro matrimonio. Un invito, per un’amicizia che non c’è più. Che era morta da tempo. Un’amicizia “borghese”. Che servisse solo a far capire agli altri che ancora qualcuno ti rivolge la parola, dai tempi del liceo. E ti ritrovo, dieci anni dopo, a non esser capace nemmeno di un sorriso spontaneo, quando non ti accorgi che ti guardo da lontano. E non essere in grado di dirmi che con me non ci vuoi parlare, non tanto perché non ho partecipato al siparietto dei buoni sentimenti una tantum, ma perché in realtà ti brucia il fatto che quel set di bicchieri, molto belli in realtà, non te li ho mai regalati davvero. A dover sorridere per forza, coi tratti del volto tirati, perché è così che ti hanno insegnato che si fa e a nulla può il tuo desiderio reale di dirmi che sono un pezzo di merda. Perché la vita è anche questa. E quando ci rinunci, rinunci a tutto. Parolacce comprese.

Amicizia di vetro. A ben vedere.

E poi…

Poi la Fricanea era splendida, anche se lei ha smesso un po’ di crederlo. Lo sposo combatteva la commozione con il sorriso e l’ironia. E Himelda, che sembrava un arcobaleno di toni del viola, tutti sapientemente adagiati a una compostezza che diveniva una mansueta nostalgia, fatta di infinita tenerezza. E tutti per la stessa, identica, ragione.

E poi, va da sé, io ero bellissimo. Daniela non ha fatto che ripetermelo. Anche durante le foto davanti allo specchio. Ma questa è una consapevolezza che ha lo stesso colore del cielo di questi giorni. A volte luminoso, di un azzurro terso. A volte incerto, con nuvole dispettose pronte a lasciarti addosso una pioggerellina fastidiosa, inutile, che serve solo a farti nascondere sotto un balcone di cemento o dentro il portello di ferro e di plastica della prima macchina disponibile. Foss’anche quella sbagliata.

Con uno scatto improvviso

Ieri notte, nel silenzio. Voglia di birra, di fumare, di trangugiare gelato al cioccolato con nocciole tritate dentro, di parlare con qualcuno di speciale, di rimanere ancora stupito, di ritrovare quella forza di un tempo…

E forse è meglio.
Che mi fermi qui.

Perché dall’angolo della mia finestra c’è un raggio di sole che lascia attraversare quel venticello di maggio che solo qui, sull’isola, ha un senso profondo, che penetra la più intima natura delle cose. Lo lascia attraversare e porta con se tutta la nostalgia di cui è capace. Come quella del silenzio di certe notti, di altre, lontane, perdute nel tempo e nelle risate di una prima giovinezza, immatura, acerba, verde come ogni mela, che aveva il rumore del mare di notte, lontano. Rassicurante.

Perché alla fine ogni cosa che ritorna, ritorna a metà. Oppure non ritorna affatto. E questo Luna Lovegood non lo aveva previsto.

Perché alla fine nessuno può salvarti se non te stesso. Perché nella vita, in ogni attimo, dovrai sempre fare affidamento solo su te stesso. Perché sai solo tu qual è stata la fatica per metterti in piedi e cominciare a camminare. Per trovare il sentiero. Perché solo tu conosci il sapore delle lacrime celate quando hai capito che ogni strada portava proprio in quel laddove dal quale volevi scappare. Perché solo tu sai quanta vita ritrovi in te quando pare che le cose comincino ad andare in un certo modo. Quando assapori l’amore.

La solitudine non è una prigione. È la camera iperbarica dove facciamo affluire nuovo sangue all’esistenza. Dove le cose, gioco forza, devono trovare un nuovo ordine.

E mentre tutto questo (ac)cade, depositandosi dentro da qualche parte, a caso, le urgenze del momento mi ricordano che devo ancora andare a tagliare i capelli, che il vestito è di là e tutti mi diranno che sto benissimo, che la sposa si farà attendere un po’ e che sarà splendida e raggiante e che in mezzo a tutta questa malinconia la vita seguirà il suo corso.

Si torna a vivere. Forse. Un passo per volta, magari. Oppure con uno scatto improvviso. Chi lo sa.