Stati generali siciliani: quali Pride?

Ieri sera, presso i locali del Gruppo Pegaso di Catania, si sono svolti gli stati generali siciliani dove erano presenti tutte le realtà associative GLBT dell’isola, sia quelle del circuito Arcigay, sia quelle indipendenti. Adesso sarebbe un’operazione enorme cercare di riportare la sintesi di tutti i discorsi fatti ieri e delle comunicazioni proposte all’uditorio, ma non guasterà tentare una sintesi per punti.

La sintesi

1. Arcigay inaugura il suo nuovo corso proprio dalla Sicilia. Il neo-presidente Paolo Patanè è tornato più volte sul concetto di equilibrio e di rispetto per le rispettive identità in una visione della politica GLBT che non sia più fagocitante ma dialogante con le realtà più piccole. E questo mi sembra un buon segnale.

2. Palermo si è candidata e ha ottenuto quasi all’unanimità (i radicali di Certi Diritti si sono astenuti dall’esprimere un parere) di essere la sede del pride regionale del 2010. Agli amici e alle amiche del coordinamento palermitano Stop Omofobia che avrà l’onere di organizzare la manifestazione vanno i miei complimenti e l’augurio di un buon lavoro.

3. Catania avrà, come sempre, il suo pride cittadino. L’Open Mind ha fatto sapere che non intenderà partecipare ai lavori del pride catanese unitario e svolgerà una sua manifestazione antagonista in una data alternativa da concordarsi. Se ne sentiva il bisogno.

4. Le associazioni GLBT indipendentisi sono ritrovate tutte d’accordo sul fatto che il Pride, così com’è, è un istituto stantìo, da rinnovare profondamente, nel linguaggio e nella sua strategia politica. Ridurre quell’evento a mera festività è un lusso che non solo non ci possiamo permettere, ma che non ha senso in un’Italia dove per noi gay, lesbiche, bisessuali e transessuali c’è ben poco da festeggiare.

5. Tra le  associazioni GLBT indipendenti si è creato un nuovo percorso federativo che vuole avere un respiro nazionale. Questa federazione nasce dagli sforzi comuni di Stonewall di Siracusa e del Codipec Pegaso di Catania. Le altre realtà potranno decidere liberamente se aderirvi nel rispetto della piattaforma programmatica che verrà a costituirsi.

Le mie considerazioni

Nonostante alcune ottime premesse, mi sento tuttavia di essere critico con alcuni aspetti che sono emersi ieri. Ha ragione, secondo me, Giovanni Caloggero, rappresentante del Gruppo Pegaso, quando parla di inesistenza della comunità. Anche ieri, infatti, questo senso di scollamento tra le varie anime della galassia GLBT siciliana si è fatto sentire ed è stato più forte dei tentativi di creare percorsi comuni.

Mi chiedo, a tale proposito, che senso abbia fare a Catania due pride distinti. Le ragioni di un antagonismo che reputa irrinunciabili alcune questioni – che però, a ben vedere, non sono pertinenti con la specificità della questione GLBT, marginalizzandola – vengono viste come prioritarie rispetto alla lotta per i diritti e per il riconoscimento della nostra integrità di cittadini e di cittadine.

Un pride ha una sua specificità che è quella di porre i diritti negati di gay, lesbiche e transessuali in primo piano. Così come accade in molte altre manifestazioni, dai momenti di rivendicazione sindacale alle ricorrenze politiche più importanti. Io partecipo a un 25 aprile o alla manifestazione per gli immigrati non perché mi aspetto che le piattaforme politiche di quegli eventi parlino e abbiano come prioritarie la questione GLBT, ma semplicemente perché è giusto farlo. Sarebbe il caso che anche per il Pride fosse così. Ci si viene e vi si aderisce non perché si ritrovano le parole che più ci piacciono, ma perché si manifesta per un motivo specifico e perché si riconosce a quel motivo, per quel giorno, una preminenza e una giustezza che ne danno legittimità piena. Poi ben vengano altre istanze, ma la loro presenza non dovrebbe essere determinante per la partecipazione di questo o quel soggetto.

Creare due pride, uno per la questione GLBT e l’altro per dare a certi settori dell’estrema sinistra catanese un palcoscenico dove poter fare rivoluzione take away – perché piaccia o no è questo quello che succede, ovvero gridare in piazze poco gremite velleità rivoluzionarie che poi, puntualmente e chissà perché, non vengono messe in atto – significa, a parer mio, non aver a cuore la questione GLBT che, per certe realtà politiche, viene dopo la sicurezza degli slogan basati sulla semantica del “contro”. Forse Open Mind Catania e il suo glorioso esercito saranno a posto con la coscienza di fronte alle formule lessicali e sintagmatiche che sono chiamati a recitare, ma questo a parer mio non fa gli interessi né delle persone GLBT né tanto meno va incontro a quegli obiettivi che si dice di voler realizzare.

Dal canto mio, resto sempre dell’idea che creare una piattaforma programmatica che includa i punti comuni di tutti e portare in piazza le specificità delle singole realtà sia l’unica strada percorribile. Spero che la piattaforma palermitana seguirà questa strada e che il pride regionale del capoluogo sia davvero una cosa nuova. Così come spero che Catania si risparmi la presenza di due avvenimenti che dimostreranno solo che in città esistono due anime incapaci di mettersi d’accordo anche sul minimo sindacale della rivendicazione. E le rivoluzioni, lo si dovrebbe sapere, sono davvero altra cosa.

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P.S.: per chi volesse leggere il mio discorso, clicchi qui.