Berlusconi nehellenio

«Una forza del bene contro le forze del male, un esercito dei difensori e paladini della libertà che risponderanno direttamente a me!»
«La sinistra vuole “uno stato di polizia”, che punta all’invasione di stranieri perché pensa che si possa cambiare il peso del voto che ha visto la vittoria dell’Italia moderata.»
«Noi vogliamo restare liberi, amiamo la libertà. Siamo già tutti sottoposti al controllo dei telefoni e oggi è già uno stato di polizia. È un sistema barbaro.»

È tutto scritto qui.

Adesso non so voi, ma a me sembra che, pur odiando tanto i comunisti, abbia un culto della sua persona che fa tanto Stalin.
Oltre al fatto che, in tema di equilibrio psichico, assomiglia sempre di più a una via di mezzo tra il dittatore russo e Nehellenia. Ovvero, una donna di mezza età perennemente davanti allo specchio e con manie di dominio assoluto, che non accetta la sua vecchiaia e che va in giro con acconciature di dubbio gusto.

Notizia: anche Renata Polverini ha amici gay!

«Ho tanti amici omosessuali. Le persone che conosco io vogliono semplicemente poter vivere serenamente questa loro condizione.» Per cui niente matrimonio, che per la Polverini non è una priorità.

Allora, cara Renata.

Non è che siccome tu sei una coattona zitella, adesso vale la regola che il matrimonio non è una priorità per nessun gay e per nessuna lesbica!

E poi, esattamente come sostiene Cri, anch’io ho un sacco di amici gay e vogliono sposarsi tutti. Come la mettiamo?

E poi ancora: basta con queste signore, dalla Cuccarini in giù, che hanno tutte amicizie finocchie! Come mi suggerisce la splendida Wonder, non è che confondono le due categorie antropologiche di “parrucchiere” e “amico gay”? Vista l’acutezza delle argomentazioni fin qui sentite, tutto lo lascerebbe credere.

Beautischool

Studentessa: «Lei è uguale uguale a un mio amico.»
Moi: «Uguale in che senso?»
Studentessa: «Uguale uguale!»
Moi: «…»
Studentessa: «Posso presentarglielo?»
Moi (avvertendo l’insorgenza di un trasecolamento color cremisi verità): «No!»

Collega: «Ma posso fartela una domanda?»
Moi: «Certo.»
Collega: «Ma Leopardi era gay?»

Studentessa di cui sopra: «Lei è troppo uguale uguale a quel mio amico.»
Moi: «Ancora con sta storia!»
Studentessa di cui sopra: «Secondo me le piacerebbe…»
(Ed io, con far pusillanimemente colpevole, approfitto della confusione del corridoio per cambiare discorso e far finta di non aver sentito).

Moi (parlando di ex): «No, quando sono stato lasciato, l’unica piazzata che ho fatto è stata quella di aver rotto una tazza che mi aveva regalato.»
Ragazza del bar: «Maddai!»
Moi: «Anche se poi parlandoci di nuovo, abbiamo finito col riderci sopra.»
Ragazza del bar: «Ah si? E lui che ha detto?»

Arrivati a questo punto, tanto vale girare per scuola con un triangolo rosa sul braccio…

Sanremo 2010: ellitaliaèqquestaqua!

Suvvia, non fingiamo scandalo e stupore. Il podio che ieri sera ha scatenato la rivolta degli orchestrali – evento che mi ha piacevolmente sorpreso – e i fischi del pubblico poteva essere ampiamente previsto. Come è successo per la scorsa edizione, al rush finale si sono trovate due anime dell’italietta berlusconiana: quella reazionaria, da quest’anno anche nostalgica di passati fasti mai veramente avuti, e quella mediatica di chi vede solo i programmi della De Filippi. Ieri, Povia e Marco Carta. Oggi, il principe senza regno e l’ennesimo sconosciuto della scuderia Mediaset.  E tra queste due anime perde proprio quella che ha una dimensione più squisitamente politica. Il codino demodè di Valerio Scanu fa più presa del blasone di Emanuele Filiberto e di quello che vorrebbe rappresentare.

Finito il caos, anche questa vicenda verrà archiviata e la vita continuerà come sempre. Gli album dei più bravi e le canzoni migliori avranno il giusto riconoscimento del mercato e verrà verificata, ancora una volta, quella legge che vuole che il meglio, a Sanremo, sia tenuto quanto più lontano possibile dal podio dei vincitori. Un podio che quest’anno, ricordiamolo sempre, ha incoronato come il meglio della musica attualmente a disposizione Pupo, il pupo di casa Savoia e un pupetto da reality show. In compenso hanno perso il buon gusto, il decoro e la musica. E l’italietta berlusconiana è proprio questo, a ben vedere: il trionfo dello squallore.

Sanremo 2010: poviologia

Come avviene in natura per gli organismi elementari, anche la dinamica che sta alla base del funzionamento dell’ “arte” di Povia è abbastanza lineare e semplice. Nonostante il suo italiano stentato, legge i giornali e sceglie il caso che fa più presa sull’opinione pubblica: subito dopo ci scrive sopra una canzone.

L’anno scorso se l’è presa coi gay, suggerendo al popolino sanremese che se sei frocio puoi guarire. Quest’anno ci ha provato col caso di Eluana Englaro. Il cui papà è stato più intelligente di Aurelio Mancuso e gli ha smontato il giocattolo con l’unica arma che gli si poteva opporre: il silenzio.

Poi per carità, la canzone ha un motivetto carino. La cosa che irrita, al di là dell’ineleganza di chi la canta, è la poetica che anima il cantante in questione: lo sciacallaggio.

Aspettiamoci, dunque, per l’edizione 2011 di Sanremo, un pezzo su Silvio e Noemi.

Sanremo 2010: il ritorno di Hannibal Lecter

Ok, ditemi pure che sto invecchiando, che a volte sento pure l’esigenza di parlare di cose leggere e che sono a corto di argomenti. Ma Sanremo è arrivato e io non posso trattenermi dal parlarne. Ovviamente male. A tal proposito, visto che si tratta della prima serata mi limiterò al seguente elenco. E non perché gli altri cantanti non meritino attenzione, ma più semplicemente perché non sono abbastanza masochista.

Irene Grandi: non so voi, ma mentre cantava pensavo a Bruci la città. E al fatto che il suo stile sembrava quello di Simona Ventura. Stella in piena decadenza? Domanda più che lecita.
Valerio Scanu: leggi il nome e pensi “e questo chi cazzo è?”. Ma subito dopo viene pronunciata la formula magica – Amici di Maria De Filippi – e  un  senso di rassicurante tristezza pervade il tuo animo.
Toto Cutugno: si lamenta sempre che arriva secondo. Quest’anno l’han fatto fuori a prima serata. Dovrebbe esserne contento.
Arisa: l’anno scorso l’ho amata. Quest’anno rischia di rimanere schiacciata da se stessa e dal personaggio che si è cucita addosso. Può sempre sperare nell’italica incompetenza e passarla liscia. Ma, per quel che mi riguarda, non convince, per adesso.
Marco Mengoni: il ragazzo c’è. La voce pure. Ed è pure un gran fico. Gli mancano, tuttavia, la canzone, un parrucchiere decente e un buon amico che lo dissuada a vestire come Sue Ellen il giorno in cui viene arrestata proprio in quella puntata di Dallas.
Malika Ayane: per carità, è brava. Peccato che sembra che abbia ingoiato un iPod che manda a manetta la discografia completa di Dolores O’Riordan.
Povia: Arcigay ce lo ha insegnato e bene. Basta non cagarlo di striscio per farlo passare per quello che è. Una mediocre comparsata sanremese. Lo avesse capito anche Mancuso, l’anno scorso, sarebbe stata ottima cosa.
Pupo & Emanuele Filiberto: il principe ci prova a riciclare il suo personaggio. Fallendo. Qualcuno lo salvi. Da se stesso, da una delle canzoni più brutte della storia dell’universo e dalle cacofoniche prestazioni di Pupo e da una figura di merda in Eurovisione. Ah, per la cronaca: il tenore ci sta come un pugno nel sonno.
Simone Cristicchi: si muove sulla stessa scia filosofica di Vorrei cantare come Biagio Antonacci. E vorrebbe pure spacciarsi per un tipo originale. Mah!

In tutto questo va fatto notare che la Clerici ha tenuto bene il palcoscenico più difficile d’Italia. Piccola nota di gossip: le malelingue riferiscono che Bigazzi le abbia chiesto asilo televisivo dopo il suo esilio da La prova del cuoco. Privilegio che gli è stato negato dalla direzione RAI quando il vecchio divoratore di felini ha cominciato a parlare di Morgan accostandolo a un piatto di fave e a un buon Chianti…