Guerra di civiltà: in Portogallo si approva il matrimonio gay. In Italia il Corriere stupra la lingua italiana

Titolo di Repubblica: «Il Portogallo dice sì ai matrimoni gay.»
E titolo del Corriere: «Portogallo: si’ a legge sulle unioni gay.»

Adesso non so se ci avete fatto caso pure voi. Ma:

1. la parola “si” intesa come avverbio di affermazione si scrive in due modi. “Si” senza accento, oppure “sì”, secondo tale grafia. La presenza dell’apostrofo per indicare altri simboli è semplicemente orribile, come altrove dimostrato. Nel caso del giornale che si vanta d’essere il più letto e il più fico d’Italia, è pure scandalosa e intollerabile. L’orrore è reiterato, per ben tre volte, all’interno dell’articolo.

2. In Portogallo esistevano già i PaCS. Per cui il titolo del Corriere è fuorviante. Fa, in pratica della disinformazione. Ovvero, dice una stronzata.

3. Nel testo del Corriere si legge ancora: «Via libera del Parlamento portoghese alla legge che rende legali le unioni omosessuali», come se prima fossero illegali. Abbiamo già visto che non solo erano lecite ma pure tutelate dallo Stato. Semmai questa nuova legge permette di sposarsi. Grazioso, ma da stronzi, l’accostamento tra “matrimonio gay” e “illegalità risolta”.

4. Non si cita mai la parola matrimonio. Adesso capiamo benissimo che il Corriere è un giornale conservatore, ma la lingua italiana per fortuna esula dall’imbecillità di certi arrocamenti ideologici. Il Portogallo non è il sesto paese a «a dare il suo via libera alle unioni omosessuali», bensì la sesta nazione in Europa a estendere il matrimonio anche a gay e lesbiche.

Morale della favola: adesso nessuno vuol fare le lodi di Repubblica, a volte troppo subalterna ai voleri degli oscuri padroni del piddì, ma, sarà che rimane, nonostante tutto, un giornale di sinistra, almeno su quelle colonne sanno distinguere tra matrimonio e unione civile. E, quando si tratta di persone transessuali, usare addirittura il femminile se il caso lo richiede. E non ci vuole una particolare propensione per i diritti umani. Basta saper usare la lingua italiana. A cominciare, possibilmente, dall’accento.