Message from Padua

La prossima volta che sentirò un settentrionale magnificare la grande organizzazione del nord giuro che gli cago in faccia. I treni arrivano in ritardo esattamente come al sud. Sono ugualmente sporchi (quel giallino che decora il grigio dei sedili mi fa sentire a mio agio come in una batteria di polli) e le Ferrovie dello Stato ti fregano esattamente come a Roma, Napoli o Catania.

Tutto questo per dire che abbiamo preso l’alta velocità per andar presto a Padova, ma siccome prima avevamo una coincidenza col treno regionale e sui regionali non esiste possibilità di rimborso in caso di ritardo, siamo ugualmente arrivati un’ora dopo rispetto alla tabella di marcia pagando più di venti euro a biglietto. Che siate maledetti, ça va sans dire.

Simpatica l’usanza locale, anche in stazione, di parlare dei fattacci propri col venditore di biglietti magari mentre sta per partire il treno che serve a te. Certo, poi ci siam scapicollati manco fossimo inseguiti da una ronda locale a caccia di clandestini, ma in compenso siamo stati edotti sulle vicende catarrali della signora che ci ha venduto i titoli di viaggio.

Signori del nord, è inutile che vi sparate le pose, come dicono a Napoli. Avete tutti i brutti vizi di Roma ladrona e della Sicilia mafiosa. Mettici pure un accento di merda e un umanesimo da Sud Africa pre-mandeliano, e la catastrofe è completa.

A Padova abbiamo visto la Cappella Scrovegni. Del tipo che Giotto era un grande. Prende tutta l’arte sacra a lui precedente, calorosa come un’acconciatura della Moratti in collisione con l’accento di Ratzinger quando parla di froci, e la trasforma in una “comedia” umana. I corpi assumono rotondità e passione, la natura viene sussurrata e c’è un timido accenno a quello che nel quattrocento verrà chiamato col nome di prospettiva. Praticamente un genio.

Messer Scrovegni, il committente, era anche lui un gran simpaticone. Usuraio, come il padre già sputtanato da Dante nell’Inferno, decise di farsi perdonare il suo peccato erigendo una cappella da donare alla chiesa che, facendosi restituire il maltolto (ad altri…), lo perdonò per anni e anni di strozzinaggio. Certe cose non cambiano mai, non c’è che dire.

Per il resto, avrei voluto vedere Padova, ma gli orari erano stretti e pioveva. Sarà per la prossima volta. Chissà quando, ok. E per consolarci di treni in ritardo, tracotanza padana e clima inclemente, ci siamo presi la cioccolata con le noccioline dentro e i biscotti al cacao e pepe nero. Là fuori, intanto, al ritorno, pioveva, in mezzo alle insalubri brume. Himelda ed io, nel frattempo, in treno, dimenticavamo le brutture della vita al pensiero del cielo stellato dipinto da Giotto sulla volta e il miracolo che, attraverso la pittura (e il cioccolato), l’uomo sa regalare a chi è destinato a venir dopo.

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8 pensieri su “Message from Padua

  1. i treni che prendo io obbiettivamente non sono malacci in termini di orario e pulizia..
    per il resto ti capisco bene, sono daccordo sul milanese, soprattutto per il fatto dell’accento!!!

    ciao
    alberto

  2. però non puoi dire di essere stato in Veneto se non hai visto Verona, che è molto più veneta di Venezia: infatti i veronesi di città sono delle m***e di prima categoria (basta pensare a chi hanno scelto per sindaco, che rappresenta perfettamente il veronese medio), però la città è bellissima in ogni suo angolo

  3. ma da quando è che c’è l’alta velocità a padova??

    Cmq sì anch’io ho un accento di merda, ma non è colpa mia, è che mi disegnano così.

  4. comunque penso che oggi sia stata una delle giornate peggiori dell’anno a Padova meteorologicamente parlando… mi spiace!

  5. Non sono tanto d’accordo sul fatto che prima di Giotto la pittura italiana fosse così disastrata. Certo, lui è e rimane un genio assoluto, ma passione, calore e innovazione erano praticate ancor prima da altri grandi maestri; tipo quel Pietro Cavallini le cui opere, non a caso, furono a lungo attribuite a Giotto.

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