2009 (per tutte le direzioni)

(come sempre, in questi casi, a fine anno..)

Salva con nome

Cambiar vita (e capire che il paese dei sogni è solo un luogo come tanti, per quanto splendido)
Il Codipec
Le foglie d’autunno
Il No B Day
Marica e Daniela. E anche Sergio
Il fuoco delle candele, per dire no a tutta quella follia
Tutti i miei gatti
Il pulcher
Gli amici, sempre

e…

quella volta a Marzamemi, con Ste, la Ragazza Elfo e La Pito, in un’assolata strada di campagna, per andare a vedere i corti, con lo scirocco che incombeva sulle nostre teste come il destino, la musica che accarezzava gli ulivi polverosi e un tramonto di panna infuocata sulle case dei pescatori. Al ritorno (o era all’andata?) ci siamo smarriti nella notte e un cartello, a un certo punto, indicava “per tutte le direzioni”. Un po’ come quello che accade nella vita, quando si è liberi, quando ci si sente tali.

*

Svuota cestino

L’omofobia (e le trans trattate in questo modo)
Le urgenze affettive (molto spesso accompagnate dal pisello piccolo)
La frase topica “io sto male”
La discussione di dottorato
Le guerre in famiglia
La Gelmini
I mentecatti
Tutti i miei sbagli

*

Playlist

Amy McDonald’s – This is the life
Lady Gaga – Paparazzi
Lily Allen – It’s no fair
Franco Battiato & Carmen Consoli – Tutto l’universo obbedisce all’amore
Patrizia Laquidara – Mielato
Carmen Consoli – Non molto lontano da qui

*

Friendship

Ale (altrimenti detto il Filosofo)
Il Coluccini (a cui devo un po’ tutto)
Chanel (e le sue profezie)
Pinzi (che mi ha portato dietro le quinte, oltre a tutto il resto)
Giovanni (altrimenti detto Palpatine)
La Adry (e i mondi che si aprono sempre sulla via del ritorno)
La crudelissima Eleazar (che in un modo o nell’altro c’è sempre)

e tutti gli altri.

*

Topoi

Roma e i suoi viali alberati
Torino, che non mi fa innamorare
Monaco di Baviera, col suo alternarsi di pioggia e sole
Marzamemi, con le sue case dei pescatori
Catania, che non riesco a strapparmi dal cuore

*

Nouvelle cuisine

I broccoletti romani
Il korn rumeno
Le grappe di Adina
I fiori di zucca
Il pane nero

*

SMS (troppo lunghi e mai spediti)

«Sai cos’è? Che questa città ogni tanto mi fa un po’ male, non tanto per chi ho perduto ma per cosa ho perduto. È come se qui prima ci fosse la perfezione e adesso c’è solo caos. Un caos che dorme e si risveglia per un nonnulla, come vedere quella linea dell’autobus che prima mi avrebbe portato verso quella perfezione e che ora è la sineddoche di un vuoto. E la cosa peggiore è che se ne parlo la gente mi guarda come se fosse una colpa, come se conservare quella scheggia di dolore fosse disdicevole. Come se fosse tutta colpa mia. E forse è questo che mi riesce davvero insostenibile, anche adesso, mentre aspetto l’ennesimo autobus che mi porterà altrove, lontano da ciò che manca in modo imprescindibile, assoluto, feroce.»

*

Desiderata

Yoga
Il mare
Scrivere
Andare oltre il proprio confine
Ridere, ridere, ridere!

Lettera di fine anno alle associazioni GLBT italiane (e non solo)

Scrivo questo post in seguito alla lettera aperta che l’attuale e dimissionario presidente di Arcigay, Aurelio Mancuso, ha pubblicato on line sulle pagine di Gay News 24. Credo che le sue parole siano un buon punto di partenza per una riflessione che dovrebbe coinvolgere tutti e tutte coloro che si sentono parte di un movimento, fermo restando, e lo dico sin d’ora, che in Italia un movimento lo si deve ri-creare, possibilmente ex novo e, soprattutto, dargli una direzione che sia molto diversa dall’andare, come si è fatto fino ad ora, in ordine sparso.

I punti su cui mi soffermerò, con intento non polemico ma sicuramente senza risparmiare critiche a nessuno, sono quelli dell’unità, dell’egemonia e della rappresentatività.

La prima domanda da porsi è: di quale unità stiamo parlando? Il cosiddetto movimento GLBT italiano, che giustamente Ivan Scalfarotto definisce come il più derelitto d’Europa (basti vedere i risultati ottenuti in trentacinque anni), è sostanzialmente spaccato in tre tronconi: Arcigay e associazioni “istituzionali” da una parte, le realtà antagoniste dall’altra e, ancora, una selva di piccole realtà locali. Sia ben chiaro: sono dell’idea che tutte queste realtà debbano esistere per esprimere la propria specificità. Ma ritorniamo alla domanda di partenza. Cosa intendiamo per unità? Ritrovarsi a un tavolo a discutere come fare un corteo di rilevanza nazionale o locale? Far emergere in quello stesso tavolo tutte le nostre differenze, tutte aprioristiche a ben guardare, fino ad arrivare anche al più o meno reciproco disprezzo? Guardardi con diffidenza, perché arroccati in ideologie alle quali per nulla al mondo si vuole rinunciare, per poi apparire a turno sul palco di questo o quel Pride?

Per me l’unità è la convergenza di forze, anche diverse tra loro, attorno a un progetto. Possibilmente senza voglia di primeggiare e senza progetti fagocitatori di questa realtà su quella. Un primo passo per creare movimento sarebbe, forse, quello di definire il progetto sul quale lavorare. Dopo di che, chiarirsi sul metodo. E, possibilmente, rispettarlo fino alla fine. In Sicilia, le Associazioni siciliane unite contro l’omofobia ci sono riuscite, bene o male. Esportare questo modello anche fuori, forse, sarebbe un importante passo avanti.

Seconda domanda: non sarebbe necessaria una (auto)critica su quel processo orgoglioso di egemonia che, purtroppo, in molti casi ha sconfinato nel colonialismo associativo? Non metto in discussione il fatto che Arcigay sia una grande realtà nazionale. Magari mi farebbe piacere, da utente del suo circuito commerciale, avere una tessera che sia solo ricreativa e che non venisse conteggiata come prova di adesione a un progetto politico che non mi appartiene. Quando nell’aprile di quest’anno a Catania ci si riuniva per stabilire le forme del pride siciliano, qualche associato fece notare a me e ad Alessandro Motta (l’altro coordinatore del Codipec Pegaso) che Arcigay in Sicilia conta settemila tessere, mentre noi rappresentavamo solo noi stessu. Al momento della divisione del lavoro da fare, tuttavia, questo venne suddiviso per cranio e non in proporzione alle tessere portate in dote. Affermazioni come queste le reputo dannose alla costruzione del dialogo. Le prove muscolari producono, a mio giudizio, solo muraglie contrapposte. Quando parlo di colonialismo, alludo a questo.

Forse occorrerebbe riconoscere il lavoro di chi nel progetto ci lavora, magari prescindendo dal numero delle tessere, a cominciare da chi quella tessera ce l’ha per andare a ballare, in sauna o in altri locali similari.

Terzo punto di questa mia lettera, altrettando aperta: la rappresentatività. Un movimento è rappresentativo quando si fa il portavoce riconosciuto di una comunità che rivede nei suoi rappresentanti degli interlocutori affidabili. Purtroppo in Italia non c’è  una comunità strutturata e i pochi che si danno, anima e corpo, all’associazionismo o alla militanza sono in guerra tra loro. Il resto del popolo GLBT ci guarda, mi ci metto anch’io dentro in quanto rappresentante di un’associazione, per quanto piccola, con sospetto nel migliore dei casi. Nel peggiore, con malcelato disprezzo. Reputo inoltre che questo dipenda dal fatto che al popolo GLBT abbiamo dato poco pane  e molto circo, senza aver creato una cultura dell’accoglienza e senza far convergere le sensibilità di tutti attorno un progetto politico di ampio respiro ideologico ma di grande portata pratica. E mi perdoni Mancuso, che forse mai leggerà queste mie parole, ma io glielo dico lo stesso, quando parla di  “pur sporadici episodi di auto organizzazione nati durante il periodo di maggior acutezza dell’attacco violento omofobo” commette sostanzialmente due gravi errori.

Il primo: gli episodi autoorganizzativi non sono sporadici per loro intima natura ma perché conseguenza di eventi mediaticamente sporadici. L’omo-transfobia esiste da sempre ma i media se ne sono accorti solo qualche mese fa. La reazione è nata perché nessuna associazione (con qualche piccola eccezione) è scesa in piazza il giorno stesso delle aggressioni, preferendo organizzare eventi altrettanto mediatici, come Uguali, risoltisi come tutti siamo d’accordo in un grande flop. A differenza delle manifestazioni spontanee che hanno tenuto banco sui giornali nazionali per oltre un mese. Non riconoscere questo, e cioè che le manifestazioni sono nate per il vuoto lasciato dalle associazioni, e definirle sporadiche quasi a sminuirne la portata culturale che hanno creato, piaccia o meno, è indice di poca affezione all’autocritica.

Secondo grave errore: quelle manifestazioni si sono coordinate attorno un nome: We have a dream. Non citare quella realtà parrebbe agli occhi dei più critici come un tentativo di damnatio memoriae che altro non fa che allontanare ancora di più le migliaia di persone che sono scese in piazza dietro la bandiera rainbow e che poi se ne sono rimaste a casa durante la manifestazione del 10 ottobre.

Concludo questa mia lettera aperta ricordando che sono sempre stato tra i primi ad essere favorevoli all’unità di movimento che però, per come concepisco io il concetto di unità in una realtà multiframmentata come quella italiana, dovrebbe essere attorno al progetto politico da portare avanti attraverso un metodo concordato in cui i “grandi” della politica GLBT italiana non guardino ai piccoli e ai singoli come forza lavoro da utilizzare a piacimento in faraoniche imprese per lo più mediatiche e non sostanziali. Il progetto politico deve partire, a mio giudizio, da un azzeramento non tanto delle identità in campo, quanto della volontà di creare nuove egemonie, siano esse il frutto di interessi particolari o di affezioni ideologiche che, in entrambi i casi, hanno prodotto sino ad oggi il nulla di cui tutti e tutte, mi pare, ci lamentiamo.

Creare un movimento più democratico che si riconosca in un solo vessillo, il rainbow, coinvolgere la comunità chiamandola a essere se stessa e ad esprimersi su chi vuole che la rappresenti, indietreggiare su interessi particolari e iper-identitarismi in nome di un progetto politico che abbia come fine, secondo il mio personale punto di vista, il recupero del deficit democratico in cui versano le persone GLBT in Italia può essere un ottimo punto di partenza. Purché si voglia arrivare, tutti/e assieme, a una meta. Potrebbe essere un importante primo buon proposito per l’anno che sta per venire.

Ciambelline speziate alla mela

Non ne avete abbastanza delle abbuffate natalizie che già deturpano il vostro bel sembiante con orridi rotolini di adipe pronto a trasbordare dalla cinta dei pantaloni?
Pensate che dopo aver fatto marcire il vostro fegato con le vicende politiche italiane, sia arrivato il momento di mandarlo in malora ma almeno con qualcosa per cui ne valga la pena?
Siete semplicemente depressi/e e volete una scusa per mettervi ai fornelli e inebriarvi di cibi profumati?
Preparate allora le splendide e ultracaloriche ciambelline speziate alla mela!

Per quanto riguarda gli ingredienti dovrete avere a portata di mano:

  • 300 ml di farina già lievitata
  • 250 ml di latte
  • un uovo
  • una o due tazze d’acqua
  • due cucchiai di zucchero
  • due belle mele rosse
  • liquore Strega q.b.
  • zenzero in polvere
  • cannella in polvere

innanzi tutto prendete le mele, lavatele per bene, a meno che non consideriate anche i pesticidi nel novero delle spezie, e asportatene il torsolo con strumento adeguato oppure, se siete sprovvisti come me, con coltello bene appuntito e tanta pazienza.

Quindi le mele fate a fettine, in senso orizzontale, in modo tale che vengano dei dischetti di 3-4 millimetri di spessore. Disponeteti il una ciotola larga, irrorare con la Strega, spolverare un cucchiaio di zucchero,  la cannella e lo zenzero e, quindi, versarvi sopra un po’ d’acqua fino a quando tutto non sarà bene annegato in un intruglio ben profumato che, però, avrete la cura di non bere.

Lasciate riposare le mele per un paio d’ore. Quindi preparate la pastella stemperando la farina nel latte, zuccherando col cucchiaio rimasto, aggiungete l’uovo e mescolate fino a quando l’impasto sarà omogeneo, senza quegli orridi grumi che tanto ci fanno disperare.

Arrivati a questo punto prendete la cassueruola o la padella che usate di solito per fare le frittelle, mettete una buona quantità di olio di semi, lasciate scaldare a fuoco basso. Intingete i dischetti di mela nella pastella, friggete un minuto le ciambelline, girandole da una parte e dall’altra, e quando saranno perfettamente dorate riponetele su carta assorbente. Asciugate delicatamente l’olio in eccesso – non mi vorrete diventare delle totali balene! – e riponete su un piatto da portata. Spolverate le frittelle ancora calde con zucchero grezzo o a velo e servite ben calde.

I vostri ospiti vi vorranno bene, almeno fino a quando non andranno a pesarsi sulla bilancia.

Partito a vocazione peggioritaria

Vendola silurato, accordi con l’MPA e con l’UDC e l’omofoba Rosy Bindi come icona femminile. Il 2009 finisce all’insegna del peggio, in casa Bersani. Il dramma è che loro non se ne rendono conto. O forse sì.

Cominciamo dalla Puglia. Vendola governa bene ed è pure cattolico. Ma è gay. E all’UDC questo non piace. Il pd gli schiera contro il sindaco di Bari, tale Emiliano, gradito a Casini. Durante quella che doveva essere la cerimonia di investitura del nuovo candidato alla presidenza della regione, decisa dall’alto e con un secco niet alle primarie di coalizione, un drappello di sostenitori di Vendola occupa la sala della riunione e rende impossibile l’acclamazione di Emiliano, il quale commenta: roba da fascisti, camorristi, da Achille Lauro. Complimenti per i toni sereni. Ma decidere dall’alto chi sarà il candidato della regione senza consultare il popolo delle primarie, su cui si basa l’attività politica del pd, che metodo è?

Andiamo poi in Sicilia. Varata la nuova giunta Lombardo. Nel nuovo esecutivo c’è anche “Mario Centorrino, docente di economia all’università di Messina, considerato di area Pd, sebbene i democratici neghino di avere segnalato alcun nome”. Avranno fatto come Nicola La Torre, in quella famosa puntata di Omnibus a La7: glielo avranno scritto in un biglietto.

Ultima nota di gossip. Il Corriere on line stila una classifica delle donne più rappresentative del 2009. Accanto a persone del calibro di Noemi Letizia e Elisabetta Canalis, passando dalla D’Addario, spunta il nome di Rosy Bindi. Il pezzo su di lei recita: diventata icona femminista italiana da quando a Berlusconi che le diceva «lei è più bella che intelligente» ha risposto «non sono una donna a sua disposizione». Icona femminista… Quindi per capire un po’ meglio: la destra crea il modello Carfagna, donna assurta agli onori di ministro per i suoi meriti estetici, e la presunta sinistra, invece, riesce a contrapporre una donna che ha l’unico merito di non essere sessualmente gradita al premier. La mia domanda è: a quando una donna che, oltre a non essere a disposizione dei premier in carica, sia in grado di far politica? Possibilmente non al servizio dei vescovi, se non chiedo troppo.

De italica stronzagine

Poi non se la prendano con me gli amici del piddì se dico loro che fanno parte di un partito di geni. Per far contenti quelli dell’UDC, Michele Emiliano, il  sindaco di Bari (piddino), si schiera contro Vendola e, visti i tempi che corrono a sinistra, col rischio che questa operazione faccia perdere regione e comune… un po’ come è successo a Roma nell’aprile del 2008 nell’era Veltroni. D’altronde Casini lo aveva detto: se il pd vuole allearsi con il suo partito, per le regionali si dovevano far fuori il governatore della Puglia e la Bresso, in Piemonte. Domandina: quanto scommettiamo che vince uguale Berlusconi?

Siccome poi viviamo in un paese di stronzi, accade che sul Corriere on line, in merito all’omicidio della transessuale trovata morta nel canneto vicino Roma, ti ritrovi titoli come questo:

peccato che poi, nell’articolo, si parli, appunto, di trans… allora cari signori del Corriere, il fatto che sia un semplice blogger a farvi una lezione di lessico elementare non è che getti una luce eccelsa sulle vostre già sfolgoranti carriere, ma la distinzione è semplice semplice: se pensi di cambiar sesso, tipo da maschio a femmina come la Luxuria, sei transessuale. Se pensi invece di metterti le paillettes per fare la drag, come Platinette, sei un travestito, termine per altro abbastanza desueto.

Ulteriore precisazione: se la persona che fa il percorso del cambio di sesso è biologicamente maschio, ma vuol diventare donna, è una trans. In caso contrario, invece, si usa il maschile. Non mi sembra un concetto così difficile…

E che Dio, o chi per lui, abbia pietà della vostra ignoranza.

La sfranteide

L’aggressione al papa durante la messa della vigilia ha messo in evidenza un fatto di cui tutta la rete parla e che il mondo dei media, egregiamente scodinzolante, finge di non aver visto: la finocchiaggine imperante nella chiesa.

Il protagonista di quella spintarella non è stato, infatti, sua santità, bensì un giovane seminarista la cui qualifica è stata prontamente declinata al femminile a alla quale sono stati associati calorosi aggettivi del lessico frocesco, a cominciare da “sfranta”.

Quest’associazione tra il sembiante del giovane futuro sacerdote, le sue maschie movenze e quel sentore che egli appartenga alla vasta schiera dei compagni di girone di Brunetto Latini, non produce per altro considerazioni omofobe. Si prende bellamente per i fondelli, semmai, l’affetto di santa romana chiesa per tutto il popolo GLBT, a cominciare dalle ultime disposizioni josephiniane che vieterebbero a persone gay di prendere i voti.

Tradotto in altri termini: quando Ahmadinejad (o come diavolo si scrive) alla Columbia University disse di fronte agli studenti lì riuniti che in Iran i gay non esistono, la platea esplose in una sonora risata che seppellì la tracotanza di un leader criminale di fronte al mondo intero.

Sua santità, a ben vedere, ha un po’ fatto la stessa fine: si prodiga tanto per debellare la (per lui) piaga della sodomia ma poi basta una piccola “distrazione” che tutto il mondo gli ricorda che anche in Vaticano, così come in Iran, in Europa e nel resto del mondo, esistono i gay. Cosa che di per sé non è (almeno nei paesi civili) un problema. Ma se un problema dovesse essere, come lo è per il Vaticano (che di conseguenza si identifica come paese non civile), e questa è la lezione, prima di pensare alle sorti dell’Italia e della Spagna, tanto per citar due paesi, si pensi a far “pulizia” dentro casa propria. Ammesso che ci si riesca, va da sé. Poi dopo, e solo dopo, si pensi a tutto il resto del mondo. Ammesso, ripeto, che ci si riesca. E la storia, lo sappiamo, così come qualche terzina della Commedia, ci ricordano l’esatto contrario.

Che vi piaccia o meno saranno i froci a rendervi liberi

Questo post farà arrabbiare, assai probabilmente, molte persone. Ma andiamo per ordine.
Ho avuto la fortuna di conoscere don Barbero, un uomo straordinario che vive la sua fede di cristiano senza la necessità di scovare il (presunto) peccatore che vive in ogni uomo. Il suo pensiero può essere efficacemente espresso dalle seguenti parole:

“C’è una tradizione secolare che ha eretto il modello eterosessuale ad unico modello. Gli omosessuali sono stati e sono una rivoluzione. Fanno vedere che fuori dal modello esistono diverse possibilità di amore, ma chi ha il potere vuole un modello, solo perchè si governa più facilmente. Quando però l’amore esplode non lo governi più.”

Con Alessandro il Filosofo siamo giunti, per altro, a elaborare, in separata sede, la teoria del carattere rivoluzionario dell’omosessualità. Che non vuol dire che domani arriveranno i carri armati sovietici a mettere la bandiera rossa in piazza San Pietro (anche se quasi quasi…), bensì proprio perché in un mondo che non ammette l’eccezione dalla norma – norma che, ricordiamolo, è una delle tante eccezioni che si è imposta sulle altre con la violenza, trasformando tutto il resto in eresia – fornire un modello di felicità alternativo al grigiore dell’eterosessismo (attenzione, sto dicendo, per l’appunto, eterosessismo e non eterosessualità) scardina diverse certezze.

Ne parlavo per altro con la Adry, giusto l’altro giorno mentre tornavamo a casa da una festa. Noi gay e lesbiche nel nostro processo di crescita proseguiamo il processo della doppia distruzione e della doppia ricostruzione. Gli eterosessuali si rassegnino, loro distruggono e ricostruiscono una volta sola. Perché noi non dobbiamo solo mettere in dubbio il super io – dicesi anche: conflitto generazionale – per cui prendi tutto ciò in cui ti hanno fatto credere mamma e papà e lo metti ferocemente in discussione. Noi, almeno quelli della mia generazione, abbiamo dovuto confrontarci con un modello che non ci ha mai previsti e produrne uno nuovo. Che poi, a ben vedere, e questo ti fa capire quanto in malafede sia chi crede alle parole di un Buttiglione qualsiasi, non è quello di distruggere la famiglia bensì quello di renderla meno stronza. Includere la diversità dando ad essa piena legittimità esistenziale.

Tradotto in termini pratici: portare il mio compagno ai pranzi di famiglia dovrebbe essere accettato allo stesso modo in cui accetti l’idea che si possa cambiar tinta ai capelli. Poi va da sé la tintura può anche non piacerti, ma l’idea che si possa cambiar colore alla propria chioma non genera scompensi e non sfocia in tragedia, ne converrete. Fate le dovute sostituzioni, voi che siete persone intelligenti, e capirete dove voglio arrivare.

Il processo “naturale” di messa in discussione del pregresso del nucleo familiare ci rende individui.
Il processo di ricostruzione di un nuovo modello sociale in cui l’omosessualità – ma anche la transessualità, eh! – abbia diritto di cittadinanza ci rende umani. Perché ci ritagliamo un ambito in cui poter far vivere tutti i nostri affetti, nella loro più assoluta completezza. E attenzione: ho utilizzato le parole “tutti” e “affetti”, che tradotto per quelli di cranio più duro, significa poter stare insieme alla mamma e alla fidanzata (se sei lesbica) proprio in giorni come questi.

[Digressione necessaria, arrivati a questo punto: il sesso, unica cosa a cui pensano certi etero quando si parla di omosessualità, dovrebbe rivestire una dimensione privata. Vero è pure che far capir questo a una "civiltà eterosessista" che ha creato un sistema politico basato sulla tetta facile data in pasto al popolo a partire dalla pubblicità per i chewing gum è impresa quasi vana, ma non impossibile.]

La propria condizione “sessuale” (senza i prefissi etero, omo o altri ancora che la precedono, per intenderci) deve servire per liberarci dal modello che altri ci hanno imposto con l’unico fine di dominarci meglio (e ri-cito don Barbero). Quando sei etero e vedi un mondo di uguali a te è più difficile metterti in discussione. Quando sei omo (o trans) quel modello – quello della pubblicità delle gomme con le tette che poi ti spacciano per famiglia naturale – va naturalmente in crisi. Che vi piaccia o meno, perciò, saranno i froci a rendervi liberi. Non tutti, ovvio, e in intima alleanza con gli etero che non vedano se stessi come i figli del peccato. Ma così è, se vi pare oppure no.

Il fine dell’esser gay (e tutto il resto) dovrebbe dunque esser quello di far aprire gli occhi al mondo per suggerirgli che l’amore libera e l’eros (non carne) sublima. Il mondo di adesso, a ben vedere, sembra avere l’amore come dovere e il sesso come via di fuga. Ciò, per altro, getta una luce nuova sulla castità scelta come rimedio (peggiore del male?) al modello imperante. Ma poi ciò che ne viene fuori sono soggetti come Rosy Bindi e Formigoni. Cioè ragazzi, fate un po’ voi.

I wish you a Merry Christmas…

Chi ha mai letto almeno un mio post natalizio sa benissimo che, di solito, tali festività hanno il potere di farmi venire la dermatite seborroica. Eppure quest’anno qualcosa è cambiato… sarà che siamo tutte/i sparpagliate/i in giro per l’Italia e rivedersi è più bello, sarà che al mio ritorno ho trovato un clima davvero festoso, l’albero assediato di regali e il letto morbido, sarà che forse sto invecchiando e la magia del Natale si è impadronita di me, fatto sta che ieri ero davvero contento di festeggiare la vigilia.

Per l’occasione avrei voluto preparare un bel dolce al mascarpone. Avevo già preso il pandoro: lo avrei svuotato ritagliandone un cilindro e poi, con la crema fatta col cioccolato fuso, le scaglie, un po’ di vaniglia e qualche scorzetta di arancia, lo avrei riempito alternandolo coi dischi ritagliati del pandoro stesso. Pare, tuttavia, che tutti i siracusani della zona abbiano avuto la mia stessa idea… Diciamo perciò che ci siamo dovuti “accontentare” delle paste di pistacchio, dei dolci alla mandorla e dei torroni fatta dalla Fricanea e dalla zia. Chi si accontenta gode, d’altronde…

E anche quando dormo, Bloody Nell mi viene a trovare in sogno, portandomi i suoi cibi speciali che prepara in paradiso. Si staranno divertendo anche dall’altra parte, ne deduco.

E siccome questo post sta prendendo tinte buoniste, come mi verrà sicuramente fatto notare, a mo’ d’isfregio, da qualcuno, vi dirò pure che.

Ho dilapidato le mie già scarne finanze per andar dal parrucchiere a rifarmi il taglio.
Ok, fa molto borghese, ma io mi sento enormemente più figo.

Come sempre mi sono ridotto a fare i regali all’ultimo momento. Ieri però sono riuscito a comprarli a trenta minuti della chiusura dei negozi, uscendo di casa col macchinone di papà, quello a prova di posteggio, e nonostante il pagobancomat che decide di rompere il cazzo giusto cinque minuti prima della chiusura delle casse.

Abbiamo fatto il cenone della vigilia abbondantemente dopo le dieci, e tutto per colpa di un’hostess sciagurata che ha obbligato mia sorella a imbarcare il bagaglio a mano da Venezia. Il quale, a Catania, è stato puntualmente smarrito… Se oggi la miseranda s’è risvegliata coperta di piaghe è solo perché non ci si mette contro una strega amabile come un cucciolo di Alien quando vien contrariata in occasioni come questa.

Avevo, inoltre, tentato di scaricare un bel filmone natalizio (lo ammetto vostro onore, son colpevole) optando per New Moon, giusto per apprezzare il fascino mortifero di Edward Cullen e gli addominali del giovane licantropo. A film scaricato, apro il file e trovo “Black lesbian hunter”. Cioè ragazzi, io sto ancora vomitando.

Per il resto: i regali sono sotto l’albero, altri sono stati scartati. Le stelle di natale, in salone, sono state impreziosite da una tempesta di glitter e tutto ciò fa molto atmosfera. Il mio letto c’è un piumone che lo rende soffice e gonfio come quello dei cartoni animati. Le micie mi fanno le fusa e si addormentano sulle mie gambe.

E immerso in questo clima ovattato, dove, come in quelle orride cartoline d’auguri che è d’uopo scambiarsi in questi giorni, i contorni delle cose sfumano (maledetta congiuntivite!), mi chiedo, con curiosità tutta natalizia, se non sia diventata una moda dei potenti quella di farsi aggredire da menti psicolabili pur di rubare la scena al vero protagonista della festa. Ma per fortuna, come tutti abbiamo sperato, nessuno alla fine si è fatto davvero male.

Ancora buone feste!

Auguri elfici

Un alberello arcobaleno.
Con tutti i doni che dovrebbe portare alla fine di un anno ho po’ horribilis per chi possiede il dono della diversità.

E a noi, elfi, nani, fate, streghe e qualsiasi altra creatura del piccolo popolo e del regno di Avalon, il compito di fare in modo che la strada che conduce al nostro personale Oz sia sempre più breve.

Ragion per cui, un mondo di (laici) auguri per tutte e tutti voi!