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Il M5S e quelli della V maiuscola

Vi racconto una storia. Una storia ormai molto vecchia. Tempo fa militavo in un’associazione. Era un’associazione antagonista, di quelle “dure & pure”. Funzionava così: si era in assemblea permanente. Non c’era un leader. Le decisioni venivano prese in gruppo. Una testa, un voto. Ed erano scelte giuste, perché in quelle quattro mura dove ci riunivamo per decidere i destini del mondo, a guidarci c’era la Verità.

Vi spiego il concetto di Verità – guarda caso anche questa con la V maiuscola, come certi moVimenti – che si respirava lì dentro. Noi eravamo i/le custodi del bene assoluto. Eravamo più avanti di ogni altra rivelazione. Eravamo le sentinelle del pacifismo, dell’antifascismo, dell’ambientalismo, dell’antimafia, del femminismo, dell’antisessismo. Eravamo “ismisti” e anche un po’ estremisti. Eravamo la Rivoluzione. Quella che sarebbe arrivata a cancellare tutto il male del mondo.

Questa Rivoluzione, ispirata dalla Verità, ci poneva di volta in volta di fronte a dubbi laceranti: come quando fummo costretti a confrontarci con l’esistenza dell’AIDS. La Verità, sempre quella con la V maiuscola, ci suggerì che era una bugia cattolica, borghese, capitalista e made in USA per non far scopare i froci. E chi credeva che fosse una malattia, venne chiamato a giudizio, al cospetto di tutti e tutte. La Verità e la Rivoluzione avrebbero dato la giusta ispirazione per far tornare chi cadeva in torto sui passi della ragione. Quando questo non accadeva, chi era in torto poteva liberamente andar via. Perché noi eravamo liberi. Liberi di credere alla Verità e di lottare per la Rivoluzione. E se il dubbio veniva suggerito dalla realtà e se la realtà non coincideva con la Verità, tanto peggio per la realtà stessa. In quei casi però partivano gli insulti, le maldicenze, i sospetti, i veleni. E la persona, dopo tutto questo, era libera di scegliere il bene o di allontanarsi, sempre secondo i suoi desideri.

Poi venne il tempo in cui altre realtà, simili alla nostra ma meno “Vere”, decisero di voler dialogare con noi. Qualcuno di noi disse che forse era il caso di stare a sentire cosa avevano da dire anche gli altri. Ma quel qualcuno venne accusato di esser passato dalla parte della menzogna: venne prima condannato, poi processato e poi lasciato libero di andarsene. Con epiteti quali “borghese” che nella bocca di chi li pronunciava avevano un unico accento: quello del disprezzo.

Vennero i tempi dei PaCS e dei DiCo. Io realizzai che in un momento in cui il mondo cambiava così velocemente sul versante dei diritti, di fronte a quell’epoca storica uguale ad altre così importanti come la questione femminile o la liberazione dei neri, era un suicidio politico disinteressarsi alla cosa. Dissi come la pensavo: noi, che avevamo la Verità, dovevamo utilizzarla per rendere migliore la vita di tutti e di tutte. Fui processato, come altri e altre, e mi fu detto che volevo ricondurre la Verità e la Rivoluzione al servizio del concetto borghese di matrimonio e di famiglia. Che noi volevamo distruggere. L’aveva suggerito la grande presenza della V maiuscola…

Sono passati molti anni, dal giorno del mio processo. E altri ne arrivarono.Venni a sapere, qualche tempo dopo aver deposto la mia armatura dell’esercito della Rivoluzione, che fu detto di me: «è vero che ci ha abbandonato! Ma adesso possiamo dire di essere veramente coerenti col concetto di antifascismo e di lotta alla mafia!». Doveva averlo suggerito qualche voce interiore…

Col passare del tempo – a furia di imporre la Verità – quella realtà così gloriosa ha fatto fuori, nel giro di pochi anni, coloro che non si piegavano ad essa in nome della ragione. Adesso quella realtà non esiste più, al di là delle sue rovine.

Vi racconto questa storia perché leggendo degli ultimi deliri del MoVimento 5 Stelle, vedo le stesse dinamiche. Un primus inter pares che in nome di un non meglio identificato bene superiore veste i panni di voce interiore e decide che tutti/e sono uguali, fino a quando non sopravviene la ragione a scontrarsi col loro destino. Gambaro oggi, qualcun altro ieri… pian piano il partito personale di Grillo e Casaleggio, dove chiunque ha l’illusione di contare davvero qualcosa per il semplice fatto di cliccare su un mouse decisioni già prese dall’alto, si svuoterà per amputazione. Anzi, per qualcosa che con essa fa rima.

Quel bene superiore oggi come ieri, mutatis mutandis, ha come iniziale una consonante scritta bene in maiuscolo. Forse per nascondere tutta la sua pochezza e la sua miseria intellettuale. E anche una certa tendenza a seguire un leader che non si è mai nemmeno proclamato tale.

E se è vero che la storia si ripete, il sacro fuoco che brucia nel tempio non impiegherà molto tempo a trasformarlo in un cumulo di macerie fumanti. È un film già visto, in più di un’occasione.

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Nudi e vestiti, domani pride!

Domani sarà il mio primo pride della stagione. Si comincia con Roma, per proseguire con Palermo e Catania.

Ancora di recente vedo, nei dibattiti pubblici e nei discorsi sui social network, come la querelle della presunta sobrietà (o mancanza della stessa) della manifestazione tenga banco, a dispetto della valenza politica e dell’importanza della rivendicazione che essa porti con sé. Trovo anche molto triste – per non dire politicamente suicida – che a fare certe considerazioni siano proprio le stesse persone omosessuali. Ciò dimostra come la cultura della nostra comunità, qui in Italia, sia ancora all’anno zero della questione omosessuale.

Adesso, parlare di “carnevalata”, “sobrietà”, “non rappresentatività” della marcia dell’orgoglio è inutile, demistificatorio, fuorviante, addirittura moralista. Perché?

Prima di tutto, il pride non è una “carnevalata” per un’evidenza culturale: al corteo alcuni/e – per altro largamente minoritari/e – si spogliano dell’identità che la società cuce loro addosso per appropriarsi del loro io più vero, mentre per la festività chiamata dal banco dell’accusa ci si traveste per nascondere se stessi. Da una parte abbiamo la ribellione al sistema sociale, dall’altra la mimetizzazione al fine di contestare lo stesso. I due eventi, quindi, sono semmai l’uno l’antitesi dell’altro. Poi ben venga anche il carnevale, sia ben inteso!

Il concetto di “sobrietà” poi impone alla comunità LGBT quel sentimento di supremazia che la maggioranza agita contro le culture ritenute marginali. Si pretende con essa, imponendola o evocandola, che omosessuali e transessuali dimostrino di essere moralmente migliori rispetto alla massa che non è in grado di, e soprattutto non vuole, fare altrettanto. La società siffatta mercifica il corpo, soprattutto quello femminile, lo sfrutta nei processi produttivi, lo sacrifica quando necessario per questioni etico-mediche, lo mortifica per fatti religiosi. Questi aspetti vengono dati per normali e non messi in discussione. Vengono persino visti come indicatori garanti di libertà personale. Però quando tale libertà si modula in modo non convenzionale, scatta il dispositivo della censura. Benvenuta coerenza, che in questo caso ha le iniziali e il significato di coercizione.

Sulla “non rappresentatività” io vi dico: volete che il movimento LGBT vi assomigli? Benissimo, siamo in democrazia. Lavorateci sodo, fecondaleto e trasformatelo come più vi piace. Credo che l’ingresso di nuove menti e nuove energie non possa far altro che rivitalizzarlo. Ovviamente bisogna anche immettervi contenuti politici. Ma è politica “nuova”, mi e vi chiedo, un’ideologia basata sulla paura del sé? Riflettiamo, per favore.

Concludo con una questione: vogliamo forse impedire un messaggio di liberazione? Sicuramente forte, di impatto e politicamente scorretto. Ma la domanda è: non rientra nella libertà dell’individuo il poter esprimere, laddove è possibile, liberamente il proprio io? E guardate, è proprio in nome di ciò che sono nati il movimento di liberazione sessuale, il femminismo, la questione omosessuale. Quando qualcuno/a un bel giorno ha detto: «tu mi obblighi ad essere come tu vuoi? Ebbene, la mia risposta è no!».

Per cui, domani venite e vestitevi o spogliatevi come più vi piace. Io parteciperò in maglietta o camicia, jeans a mezza gamba perché fa caldo e scarpe comode. E così come (quasi) tutte le persone che conosco. E non andrò per esibire un look “normale” o per rassicurare qualche ben pensante. Andrò a chiedere il matrimonio egualitario, le adozioni, la protezione dei bimbi delle famiglie omogenitoriali, la legge contro l’omo-transfobia, i diritti per i/le trans e quello alla salute per le persone HIV-positive e per i malati di AIDS. E lo farò col linguaggio della gioia! Vi fa davvero così paura?

Se non vedete tutto questo, ma solo tette e culi, vuol dire che non riuscite a capire nient’altro di più complesso di un perizoma o di un reggiseno. E il problema sarebbe comunque vostro. La libertà, converrete, ha maglie decisamente più grandi di un “sentimento dello scandalo” da agitare solo quando fa più comodo per stare in pace con sé.

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Unioni omoaffettive, recinti per froci

Ho letto il testo della legge presentata da Giancarlo Galan in merito alle cosiddette “unioni omoaffettive”. Non entrerò nei dettagli tecnici, perché non ho una cultura giuridica, per cui rimando i commenti in merito a coloro che ne sanno più di me. E vi dirò di più: considero quel testo di legge, in merito ai diritti e ai doveri che garantisce, addirittura un buon progetto. Non ottimo, va da sé, ma accettabile. Se non fosse per una serie di ragioni che lo rendono, invece, persino lesivo del concetto di dignità della persona.

Cercherò di spiegare le mie ragioni per punti.

1. La questione del nome: unione omoaffettiva non significa niente sotto il profilo semantico. Nel nostro ordinamento se due persone si amano e vogliono regolarizzare la loro unione esiste il matrimonio. Non esistono “unioni eteroaffettive”. L’amore, come lascia intuire l’introduzione stessa alla legge, non ha natura, non ha colore, non ha valenze relative a chi lo vive. L’amore è. Per cui se per gli eterosessuali il progetto di vita basato sui rapporti affettivi (e non solo sentimentali, come vedremo dopo) prevede il matrimonio, negarlo ai cittadini gay e alle cittadine lesbiche, dando loro, al contrario, un istituto a parte rappresenta un atto di segregazione. La locuzione “unioni omoaffettive” esclude le coppie gay e lesbiche dalla terminologia della giurisprudenza dell’eguaglianza. Manda a dire al cittadino: il matrimonio rimane a voi eterosessuali, per i “froci” c’è un recinto a parte. Già questa impostazione, che dà il via a tutto l’impianto, è inaccettabile e da rigettare in blocco.

2. Segregazionismo giuridico: nel progetto di legge si parla di “forme assimilabili al matrimonio”, di “legge ad hoc” e di “analogia col matrimonio”. I presupposti culturali della disciplina sulle “unioni omoaffettive” partono dunque con la volontà di separare dal consesso dei cittadini e delle cittadine ritenuti/e “normali” quella minoranza percepita come marginale. Questa marginalità, per altro, si traduce in differenziazione di trattamento rispetto all’accesso ai diritti. Non è vero che queste unioni sono uguali in tutto al matrimonio, fuorché il nome. Sono invece diverse rispetto al matrimonio perché – coerentemente col principio ispiratore dei DiCo, per cui in quanto gay e lesbiche veniamo esclusi/e da specifici diritti – non si prevede l’adozione dei minori e non si ravvisa nessuna tutela della genitorialità già esistente. Ci sono migliaia di bambini/e che vivono in coppie omogenitoriali ma il genitore non biologico non è tutelato dalla legge. Questa disciplina li ignora, semplicemente. Per non parlare di sgravi fiscali e pensioni di reversibilità: ciò che alle coppie sposate (ed eterosessuali) è dato da subito, le coppie di gay e di lesbiche dovranno sudarselo dopo due anni di convivenza registrata. Mentre magari stanno insieme da decenni… questa sarebbe l’uguaglianza, per Galan.

3. La morale eterosessista: l’impianto della legge e la sua filosofia partono dall’evidenza che due gay o due lesbiche possano stare insieme solo se c’è il salvacondotto dell’amore a rendere lecita e legittima l’unione (salvo poi trattare questo amore come alla stregua di un cane da compagnia – da trattare con riguardo perché gli animali non si maltrattano – ma da far dormire fuori, nel giardino delle unioni omoaffettive, perché nella casa del matrimonio sporca). La stessa etica non si applica alle coppie sposate, in quanto lo Stato non indaga sulle ragioni per cui due eterosessuali decidono di stare insieme, fosse solo per denaro, perché fanno bene sesso insieme, per noia dopo anni di relazione oppure – e ben venga – per affinità sentimentali. Ancora una volta due gay o due lesbiche, proprio perché tali, per stare insieme devono dimostrare di essere migliori degli eterosessuali attraverso il coinvolgimento del più nobile dei sentimenti (che per altro è indimostrabile, quindi il presupposto si prospetto pure ipocrita oltre che offensivo).

4. I limiti della legge: questo disegno esclude tutta una fetta di cittadinanza. Ad esempio, penso alle persone eterosessuali che non vogliono o possono sposarsi ma che vorrebbero essere tutelate nelle nuove convivenze da una legge, magari più light, sulle unioni civili (da estendere anche alle coppie omosessuali parallelamente a una legge sul matrimonio egualitario). Gay o etero, indifferentemente. Questa legge, proprio in virtù di quella morale di cui sopra e proprio perché segregazionista, invece di aumentare l’eguaglianza di ogni cittadino/a, rimarca le diversità tra categorie sessuali (salvo poi non riconoscerne la diversità nel processo di nominazione, sommando ipocrisia a ipocrisia).

Concludendo: io sono un cittadino italiano, di sesso maschile a anche gay. In quanto cittadino e poiché maschio che ama (o desidera) altri maschi, vorrei avere una disciplina uguale a quella che regola le unioni tra eterosessuali. Stessi diritti, stessi doveri, stesso nome. Sono anche gay, è vero, ma in un paese civile questa particolarità dovrebbe essere secondaria. Invece nel 2013 è basilare per creare impianti giuridici dai nomi improponibili e dall’edificio filosofico vetero-novecentesco. Certo, il tutto è intriso da buonismo cristiano e una bella fetta di ipocrisia tutta italiana. Ma ciò rende il papocchio ancora più indigesto, se possibile.

Adesso bisogna solo vedere cosa faranno i nostri eroi. Se riusciranno ad approvare questo testo così com’è, se lo peggioreranno – si aspettano, in tal senso, gli intimi pruriti dei vari cattolici presenti nei vari schieramenti da tradurre in emendamenti – o se, come prevedo io, non se ne farà niente. D’altronde ci hanno già abituati/e a questo. A noi non rimane altro che attendere. Poco speranzosi, per di più.

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Lobby vaticana e preti omosessuali

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Chiamiamo le cose col loro nome, per favore. In queste ore sta divampando la notizia che in Vaticano esisterebbe una potentissima “lobby gay” la cui presenza avrebbe impresso sgomento in Ratzinger, a tal punto da accelerare le sue dimissioni, e viva preoccupazione nei pensieri di Bergoglio.

Adesso voi non vi stupirete se dirò che la cosa non suscita nessuno stupore. Che oltre Tevere esistano omosessuali e per di più ai più alti ranghi dell’ultima monarchia assoluta europea è cosa ampiamente risaputa nei secoli dei secoli. Basta aver letto Dante al liceo.

La cosa preoccupante è, invece, la costruzione della notizia da parte dei media. Innanzi tutto se quello che scrive il Fatto è vero, non aiuta per niente l’accostamento operato dall’attuale pontefice tra la corruzione di certi vescovi e la loro presunta omosessualità. Per capire l’enormità di questo accostamento è come affermare che nell’Italia di Tangentopoli l’eterosessualità della classe politica di allora era strettamente connessa con gli scandali che quel periodo produsse. A quanto pare il papa che tanto piace a laici e gay cattolici non si è lasciato scappare un’occasione per gettare l’ennesima ombra sull’essere omosessuali, che diviene così sinonimo di comportamenti illeciti. Di “corruzione”, appunto.

Secondo poi, il nostro sistema di comunicazione non è da meno. La locuzione “lobby gay” tanto agitata e gridata in molti siti è un falso. Per due ragioni.

La prima: essere “gay” ha un valore politico diverso dall’essere semplicemente omosessuali. Nel primo caso il gay è anche attivista per la causa di liberazione dell’omosessualità e dell’omosessuale. Vivere alla luce del sole il proprio essere, avanzare e godere di diritti garantiti al resto della popolazione, lottare affinché questo avvenga. La “lobby gay” presente in Vaticano mira forse a queste finalità? C’è da dubitarne.

Il secondo punto della vicenda va ricondotto alla composizione di quel gruppo di pressione. Sono sacerdoti, assurti ai vertici del loro cursus honorum. Sono anche omosessuali, e si badi non gay, che sublimano – per citare don Gallo – col potere politico-economico il fatto di non poter vivere liberamente la propria sessualità. Se non fossero cattolici e preti la loro vita sarebbe diversa. Quindi non è l’essere gay, anzi, omosessuali il cuore del problema ma non poterlo essere perché preti! Quindi se lobby è, è una lobby religiosa che per fatti terzi – la mancata libertà sessuale – accumula potere. Ci sarebbe da chiedersi a questo punto se i preti eterosessuali sfuggano in automatico da questa sublimazione di una sessualità repressa.

Per cui basta usare aggettivi e categorie politiche a sproposito. Parliamo di lobby vaticana semmai. Fatta da preti sessualmente repressi. Capisco anche che l’analfabetismo del giornalismo italiano si presta bene a queste generalizzazioni ma l’ignoranza non è mai stata una giustificazione plausibile.

Essere gay è comunque un’altra cosa. Significa lottare per ottenere una società più giusta nel segno dell’autodeterminazione. I nostri media lo imparino una volta per tutte.

 

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Elezioni amministrative 2013: e adesso?

Riassumendo.

1. Il centro-sinistra vince ovunque. Ok, con la metà di elettori ed elettrici a casa, ma questa è la democrazia, tesoro! Adesso il Pd, assieme ai suoi alleati, ha due opzioni: o cavalcare l’onda, prendersi tutte le sue responsabilità, darsi un’identità definitiva – progressista, laica, moderna, europea e europeista a cominciare dai fatti – oppure convincere quel 50% di astenuti a passare dall’altra parte e perdere parte dei suoi. Dal 2006 sono stati maestri i nostri eroi in questo. Adesso anche basta.

2. Il MoVimento 5 Stelle frana rovinosamente, perdendo fino a trenta punti percentuali sui precedenti consensi in Sicilia – a meno che non si voglia fare un raffronto con i tempi di Federico II di Svevia o col periodo normanno e dichiarare la vittoria netta e imprescindibile. Forse, e sottolineo forse, il primo errore è stato quello di aver negato la fiducia a Bersani quando era possibile farlo. Appoggio esterno, governo tenuto sotto controllo vigile, magari Rodotà al Quirinale e, soprattutto, Berlusconi politicamente finito. Invece il Cavaliere detta legge a Letta, anche se lui fa di tutto per smentire l’evidenza. Questo risultato è un insieme di cause. Una di queste va ravvisata delle scelte di Grillo, imposte ai suoi parlamentari. E oggi siamo con un M5S al 3-4%. Contenti loro…

3. Il governo delle larghe intese ne esce a pezzi, sotto il profilo politico: vincono i personaggi anti-sistema ma dentro ai partiti di centro-sinistra e proprio quelli con un’identità specifica: Serracchiani e Marino oggi, Zedda e Pisapia ieri. Identità e programmi, riconoscibilità politica e pragmatismo. Ciò che è mancato la Pd da che è nato. Per star dietro a Bindi e D’Alema, per altro. E oggi ci siamo ridotti a Letta. (S)contenti noi!

4. Il PdL perde malissimo ma campa (e con tanto di fanfara) proprio quando il centro-sinistra perde identità e pragmatismo e sostituisce l’anelito vitale della politica, elemento fondamentale di ogni democrazia efficace, a certo “immobilismo riesumazionista”. Insomma, quando il democratici fanno il partito-zombi. Il Pd di questi anni è stato, sul piano nazionale, il territorio di sfida di due cadaveri piuttosto ingombranti: PCI e DC. Seppelliamo definitivamente i morti e diamo nuova linfa al futuro. Ma in casa Berlusconi stiano molto attenti: Roma era di Alemanno, la Sicilia in mano ai sindaci destroidi. Hanno perso tutti. A Catania il sindaco uscente si fa battere addirittura da un residuato bellico come Enzo Bianco. Cari ragazzi, che pensate ancora che Ruby Rubacuori sia nipote di Mubarak, evidentemente avete fatto schifo. Se se ne accorge anche la popolazione italiana, ma a livello nazionale, siete finiti. Per fare questo occorrerebbe, ovviamente, una sinistra forte e cazzuta. Per cui per ora potete continuare a star tranquilli. Per ora. Anche se io spero che muoiate tutti. Politicamente parlando, ça va sans dire.

E adesso? Adesso la strada è quella di sempre: una linea retta, il solito bivio e quindi il coraggio o la mediocrità. Fino a oggi abbiamo scelto la via di destra. Lo vogliamo avere uno scatto di dignità? A quanto pare, anche quando tutto sembra andare in merda, qualcosa di buono succede. Basta avere un’identità chiara. E buone idee. E una pala, per seppellire il cadavere di ciò che fu. Anche se parla ancora, si batte il petto e si accarezza il baffetto hitleriano. Abbiamo solo da guadagnarci. Fidatevi.

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Oggi su Gay’s Anatomy: “Bandes de femmes – Fumetti al femminile”

In questo periodo dell’anno il Pigneto aumenta la sua magia. Per chi non fosse di Roma, stiamo parlando di un quartiere a ridosso della stazione Termini, dopo Porta Maggiore, disegnato nella sua forma triangolare dalla Casilina e dalla Prenestina e incastonato tra San Giovanni e i quartieri popolari di Roma est. Ed è qui che, superato il cinema Aquila e intrufolandosi in una qualsiasi delle viuzze laterali, dimentichi di essere a Roma, quella fatta per turisti almeno, e subentri in una realtà che ti abbraccia totalmente, con il suo mercato rionale, con la biblioteca cittadina, i comizi politici, le feste di strada per i bambini. Non sembra la Roma delle cartoline o dei TG, appunto. Eppure è una delle zone più belle e più vere della Capitale.

In questo contesto, nella centralissima Isola Pedonale, cinque ragazze hanno dato vita ad un esperimento, la libreria Tuba, un «negozio gestito da donne e pensato per le altre donne [...] un bar, un bazar erotico e una libreria», e proprio qui, oggi, comincia “Bandes de femmes – 4 giorni dedicati al fumetto”, dall’11 al 14 giugno.

Curioso/a? Scopri il resto su Gay’s Anatomy!